| |
|
Le
convinzioni sono dure a morire. Specie quando fiumi
d’inchiostro si son riversati tra le pagine dei tomi
letterari che hanno fatto incantare, piangere, sorridere, e
talvolta anche incatenare intere generazioni. Incatenare, sì,
proprio così, perché le vere prigioni (interiori) ce le
costruiamo noi. E l’Altro che incontriamo sulla nostra
Strada si limita recitare un Copione che gl’abbiamo
assegnato.
Detto
ciò, compiamo un passo indietro, e andiamo ad esaminare quel
che s’intende per Amore e per Amare. Effettivamente,
considerata la sua natura, sarebbe più corretto avvalersi
della seconda espressione, in quanto maggiormente in grado di
riprodurre fedelmente la processualità insita.
Nell’antico
significato etimologico amore si riconduce al desiderio, alla
brama di ciò che non si ha a disposizione. In questa
accezione, esso è destinato a restare insoddisfatto. Sempre.
Che
è anche un po’ quel che accade se si riesce a vivere con
consapevolezza la dimensione spirituale che s’affianca e
s’accompagna a quella fisica, mentale ed affettiva
dell’amore: l’Altro da sé, in realtà, non solo non si
conosce mai del tutto, ma solo dei barlumi, di tanto in tanto,
ma, udite, udite, non si possiede. Perché non c’è proprio
nulla da possedere.
Semmai
c’è fusione, con-divisione della medesima Natura. Lì si
verifica il vero incontro, lì accade l’annullamento delle
differenze, delle distanze, dei confini, degli spazi e dei
tempi. Pochi sono questi istanti, non perché non si
verifichino, al contrario. Perché per lo più Noi siamo
assenti.
Allora
come si spiega in tutto ciò il costante e ricorrente
riferimento alla sofferenza?
La
sensazione sempre più chiara è che questa affiora quando ci
s’oppone al processo dell’Amore, e ancor più quando ci si
arrocca su posizioni basate sulla separazione. Ma anche questa
tendenza ha origini assai remote, basti pensare a quante
definizioni di amore i Greci avevano (Agape; Phileo; Eros;
Anteros; Himeros; Photo; Stergo; Thelo). Se Amore è Unità,
fusione, come possono sussistere simili separazioni?
Non
può essere Amore, ma qualcosa d’altro.
Che
poi per re-imparare – in quanto condizione originaria
preesistente – ad Amare si debbano attraversare cumuli di
resistenze, pre-giudizi, pre-concetti e che il lasciare andare
parti di sé, ben note e assoldate, familiari, quanto
disfunzionali, possa arrecare sofferenza questo è ben altro
discorso. Mi viene in mente l’immagine di un cerotto che, se
all’inizio poteva essere funzionale al proteggere una
ferita, successivamente va necessariamente tolto, anche con un
pizzico di dolore, per permettere l’ossigenazione e la
completa guarigione della ferita. Un male necessario e
funzionale.
Che
ci possano attrarre gli scombussolamenti stile “Cime
tempestose” – e quante trasmissioni televisive esistono
oggi e più che mai fanno leva sul mettere in scena lo
struggimento per il nostro cronico desiderio di stimolazione,
di qualsivoglia tipo e forma si tratti – può avere il suo
senso e il suo valore all’interno di un’economia personale
di ciascuna persona. Ma che poi questo diventi un modello
necessario, indispensabile e inevitabile di Amore, credo ci
sia un’ampia differenza.
Anna Fata
|
|