Fonte:
EcoMarche
Chi
più, chi meno, molti di noi questa estate l’hanno visto,
odorato, amato, odiato. Vi si sono specchiati, immersi,
l’hanno amato, odiato.
Stiamo
parlando del mare.
Ogni
estate ce ne ricordiamo. Il resto dell’anno per lo più lo
archiviamo, lo mettiamo in un cassetto, in un angolo di
memoria delle nostra mente, come si può fare con le
conchiglie che i nostri figli si ostinano a raccogliere e le
trovano splendide, meravigliosamente differenti l’una
dall’altra, con le cartoline un po’ sbiadite che alcuni
parenti un po’ retrò ci spediscono, con i costumi che,
nonostante i lavaggi accurati, conservano comunque quel non so
che di “odore di mare”.
Ma
il mare per essere vissuto appieno va gustano in silenzio
quando sono solo un lontano ricordo la massa di bagnanti con
il loro vociare, le cianfrusaglie che si portano dietro,
metafora della zavorra della loro intera vita, i rifiuti che
lasciano, dimentichi che stanno inquinando la loro stessa
casa, molti dei quali restano immutati anche a distanza di
anni, e i giocattoli che restano inavvertitamente sepolti
nella sabbia.
Quando
resta solo il rumore del mare, quando le nostre orecchie si
aprono ad esso, quando il suo odore non è più adulterato dai
solari e da qualsiasi altro tipo di odore artificiale ecco che
questo grande elemento ci appare nelle sua più vera e
profonda essenza.
Osservare
il moto perpetuo del mare dà pace, rilassa, aiuta a
riflettere. Fa emergere tutto ciò che dentro di noi mettiamo
da parte, facciamo tacere nella nostra frenesia quotidiana.
Anche quando il suo movimento si fa più impetuoso,
l’energia che trasmette non è mai ansiogena, mai
angosciante.
L’aria
è frizzante, l’energia che trasmette, che fluisce entra in
risonanza con la nostra, risveglia la vitalità, la voglia di
fare, ma richiama anche il rispetto dei limiti.
Così
come la natura esige rispetto, anche noi, essendone parte
integrante, dobbiamo rispettare le nostre possibilità,
cogliere le sfide, osare, cercare di andare sempre un po’ più
in là, pur con l’attenzione e la consapevolezza di quel che
si può e non si può fare.
Il
mare, con la sua massa enorme di acqua, invita al movimento.
Come nella tradizione sanscrita il primo chakra stabilisce i
limiti, i confini necessari per la propria stabilità, per il
proprio radicamento, così il secondo, il cui elemento
predominante è l’acqua, indica il movimento, la fluidità.
Tutto
scorre (panta rei) affermavano gli antichi greci: non ci si può
opporre al movimento, che lo vogliamo o meno, nulla resta
immutato e il mare è il simbolo supremo di ciò.
Difficile,
anzi impossibile vedere il mare sempre uguale a se stesso.
Solo
un occhio non sufficientemente attento potrebbe vivere una
simile illusione.
Abbracciare
in se stessi il movimento e divenirne parte integrante,
lasciare che il profondo blu contribuisca a creare pace,
quiete, lasciare che questo ci aiuti ad aprire la mente verso
livelli più profondi di riflessione: questo è il senso di un
dialogo profondo col mare.
Il
mare parla, sta a noi ascoltarlo.
E
ascoltare la natura è un modo per imparare ad ascoltare noi
stessi e, di riflesso, chi ci circonda.
Il
mare accoglie con le sue acque: permettergli di accoglierci e
poi di accoglierlo dentro se stessi costituisce la base per
essere accoglienti a nostra volta. In questo senso il mare
appare come una figura materna.
Ma
il mare, come una immagine paterna, pone anche delle regole da
rispettare, dei confini, dei limiti, da mettere alla prova, da
saggiare, per poter capire fino a che punto potersi spingere,
come fanno i bimbi quando apprendono a nuotare e camminano
fino al limite in cui toccano il fondo con i piedi, ma non
vanno oltre.
Il
rischio di una punizione è concreto, tangibile: le tempeste
sono sempre in agguato.
Se
anche noi ci dimentichiamo del mare per dieci-undici mesi
l’anno, lui non si scorda mai di noi e resta costantemente
in attesa di tornare ad accoglierci. In tal senso è il
prototipo della disponibilità, dell’apertura,
dell’accoglienza, dell’ascolto.
E’
il simbolo estremo della perseveranza, della costanza, del
lavorio incessante: la forza del movimento, la salsedine
operano per giorni, mesi, anni, in modo incessante e
instancabile per modellare la sabbia più sottile così come
le rocce più poderose.
Nell’acqua
ci si rispecchia, ci si riflette: se solo si osserva con
attenzione, ciascuno può trovare nel mare qualcosa di sé,
qualcosa che gli rassomiglia, qualcosa di suo.
Il
mare, così come ciascun individuo consta di più livelli, da
quello più superficiale a quello più profondo,sta a noi
decidere a che livello porci, se, come, quando conoscerlo.
Lasciamo
che il mare continui a rispecchiarci, anche al di là delle
stagioni turistiche, poniamoci ad un livello superiore di
ascolto. Resteremo sorpresi, stupiti, ammirati di fronte ad un
dialogo che non ci saremmo neanche lontanamente attesi.
Anna
Fata
Psicologa
Metodo ArmoniaBenessere®
www.armoniabenessere.it