Ma l'Ordine, cosa fa?
   
 
   
 
   

Piccole riflessioni, tra il proprio essere professionisti.. e pazienti!

Spesso, nell’immaginario comune vige quella idea in base alla quale medici, psicologi, e altri professionisti della salute e del benessere siano sempre in forma, smagliante e inattaccabile.

Non è così: siamo tutti esseri umani, molto umani, forse anche più di tanti altri – se, almeno nelle intenzioni, abbiamo avuto la sensibilità di scegliere una professione sociale e sanitaria, come pare che sia – e come tali abbiamo i nostri malesseri.

Oggi mi sono imbattuta per l’ennesima volta in un’inversione di ruoli.

Telefono ad un professionista della salute, una lunga sfilza di appellativi professionali, per sapere se mi può aiutare per un disturbo fisico che ciclicamente mi infastidisce. Si mostra ben disposto, preciso, e garantisce sulle possibilità terapeutiche. Snocciola le procedure da seguire, l’onorario che a ogni parola che aggiunge ed esame che suggerisce, lievita. E poi conclude affermando che qualora tutto ciò non bastasse, si dovrà intraprendere una terapia emotiva.

Un subbuglio di emozioni mi avvolge. Di primo acchito la reazione è forte e decisa: mi sento invasa e aggredita. Con undici anni di analisi personale,  numerose altri percorsi pluriannuali effettuati e in corso per la mia persona, il corpo, la mente, lo spirito, gli studi, la laurea, le specializzazioni, il curriculum, che dicono sembra quello di una persona di cinquant’anni, le pubblicazioni, un’iscrizione ad un Ordine professionale che è costata fatica e che, almeno economicamente richiede un costante sacrificio economico e delle regole da rispettare, mi chiedo come si possa proporre una cosa del genere.

Messa da parte la reazione a caldo di un ego un po’ acciaccato del versante professionale – ma forse anche personale – entra in gioco una duplice reazione.

Da una parte la compassione per il punto a cui molti di noi si sono prostrati. Più interessati al portafoglio dei propri clienti, che non al cuore. E al corpo, come dovrebbe essere in modo specifico per alcune categorie professionali.

E peggio, al limite, mi chiedo: a che servono le categorie professionali, gli Ordini che, per quanto ne so, dovrebbero tutelare professionisti e clienti, ma che invece non sembrano fare tutto ciò, se non limitarsi ad imporre norme e regole che, anziché creare chiarezza, rispetto, confondono ancor più le acque. Al punto che sembra che oggi giorno tutti facciano tutto. Purché abbia un ritorno economico.

Appunto: qui sta la compassione. Come abbiamo potuto arrivare a calpestare noi stessi fino a questo punto, sacrificare la nostra umanità in nome del dio denaro?

Quanto spesso ci dimentichiamo di quando anche (a chi non sarà capitato, almeno una volta..?) noi abbiamo avuto bisogno, o lo abbiamo tuttora, di quando non sapevamo dove andare, quando cercavamo un volto umano, prima di tutto che ci confortasse e rassicurasse circa le possibilità di miglioramento. Non solo esami clinici e pastigliette, ma anche un solo sguardo, una parola compassionevole, in un momento di più o meno celata angoscia.

Questo mi spaventa maggiormente: ma che immagine diamo? Che cosa possiamo proporre alle persone che vengono o potrebbero venire da noi, se continuiamo a calpestare così l’umanità nostra e, per logica estensione, anche quella dell’altro?

Non auguro a nessuno di avere bisogno, di trovarsi nella, a volte scomoda, posizione d’inversione di ruoli. Ma almeno di rifletterci sopra, anche solo un istante.

Di essere onesti nel proprio porsi e proporsi, di essere un po’ più realisti, consapevoli e rispettosi dei limiti, propri e altrui.

Quando una persona ha bisogno si trova nel massimo della vulnerabilità. Pur di trovare una via d’uscita sarebbe disposta a pagare oro, se foste voi ad avere bisogno, ne approfittereste..?

Anna Fata
(Professionalmente Psicologa, Iscr. OrdineRegione Marche 1949)
Oggi: una paziente, come tante altre.