Porre fine alla sofferenza
   
 
   
 
   

Se capisci,
le cose sono così come sono.
Se non capisci
,
le cose sono cosi come sono
Detto Zen

Sarà capitato a ciascuno di noi: di fronte ad un dolore, ad una sofferenza, la reazione immediata comporta la chiusura, la protezione di sé. Una mano che va a coprire le tempie o la pancia dolente, la permanenza in casa o, al limite, in ospedale, la riduzione o l’annullamento di ogni contatto sociale. Sono tutte manifestazioni che denotano un centrare le risorse, le attenzioni, le energie, su se stessi.

Di per sé, psicologicamente questo processo ha un valore: ritrovare e canalizzare tutte le forze disponibili per sanare lo squilibrio psicofisico. A fonte di una aggressione o autoaggressione, ci si protegge e si fa scudo con tutto se stessi.

D’altro canto, ad una lettura più ampia, che comprenda anche un piano energetico e spirituale, si nota la profonda distorsione di questo comportamento. Ogni sistema non può funzionare bene in uno stato di chiusura. Anzi, all’estremo, la chiusura totale corrisponde alla morte fisica.

Da qui risulta evidente come la chiusura – che in un primo momento, che coincide con il ritiro in sé e l’ascolto, stimola la presa di consapevolezza della propria condizione -, in realtà, non fa altro se non esacerbare e cronicizzare la sofferenza. Sofferenza che si esplica anche con vissuti assai gravosi come il senso di ribellione interiore (“Perché proprio a me?”), la depressione (“Non c’è nulla da fare”), l’ansia, l’incertezza, la scomparsa di ogni forma di progettualità a volte nel medio-breve termine, a volte anche nel lungo periodo, il senso di solitudine.

Ed è soprattutto la solitudine, o meglio, la percezione di questo vissuto che produce la ferita più profonda, che va a risuonare con quella originaria che molti di noi hanno subìto, loro malgrado.

Talvolta la presenza di persone care, oppure di individui che condividono le medesime forme di dolore può alleviare tali vissuti, ma spesso non basta. Non basta perché manca una persona che nel frattempo si è persa per strada: noi stessi. E con noi anche la possibilità di sentire Qualcosa di superiore di cui siamo parte costituiva che ci trascende e ci accomuna tutti. Il dolore di una persona è il dolore di tutti.

Restare aperti di fronte al dolore, alle sofferenze è una sfida che nel piccolo o nel grande della nostra quotidianità tocca ciascuno di noi. Nella maggior parte dei casi i dolori vengono estremizzati a causa del retaggio di passato che portano con loro. Un disagio presente richiama tutto il bagaglio di pesantezza che negli anni si è sedimentato, a partire dal dolore d’origine che può averlo causato.

E ancora: costruire la propria identità, con questa calcificazione, sul dolore, sulla propria condizione di vittima delle circostanze, se da un parte fa soffrire, dall’altra suscita sicurezza. Pur di sapere chi si è, si è disposti, troppo spesso, a costruirsi una identità ‘sul negativo’.

Lasciare andare le sofferenze passate, permettere a quelle presenti di sorgere, attraversarci, evitando di aggrapparsi, di identificarsi con esse, senza ribellione, critica, giudizio, senza voler trovare una ragione a tutti i costi, può essere un valido modo per restare nel flusso delle cose.

Per fare un paragone con il movimento dell’acqua del mare: a volte appare placida, altre volte tumultuosa, a volte azzurra, altre volte blu, verde, o sabbiosa. Sapere che questa mutevolezza può essere ascritta al moto dei venti, alle fasi lunari, o alle azioni umane poco incide sulla natura dell’evento. A volte è meglio limitarsi a cogliere le cose per quelle che sono, senza addentrarsi con la ragione ove questa non è in grado di accedere.

Anna Fata