Il
termine parola originariamente si riferiva all’insegnamento,
al discorso, alla sacra parabola del Vangelo. La parola era
intrisa di un senso di sacralità nonché di spiritualità: il
Verbo si è fatto carne. La parola, quindi, ben lungi
dall’essere qualcosa di astratto, aveva con sé in potenza
una capacità di materializzarsi, di rendersi concreta,
visibile agli occhi di chiunque fosse stato disposto a
coglierla.
Nel
tempo tale termine si è laicizzato, si è depurato sempre più
dalle componenti religiose. Purtuttavia il potere della parola
data è rimasto immutato, come testimoniano i contratti sulla
parola, gli impegni presi (quali quelli negli ambienti
cavallereschi), in cui onorare quanto detto significava
rispettare se stessi e il proprio interlocutore e consentiva
di offrire un’immagine sociale di sé come uomo in grado di
tenere fede ai suoi impegni.
Oggigiorno
le parole abbondano: le troviamo dappertutto, dagli spot
pubblicitari, agli slogan televisivi, dagli sms alle video
chiamate. Ogni luogo e momento pare essere buono per proferir
parola. Ma a quando un po’ di silenzio? L’eccesso,
infatti, inflaziona, fa perdere il valore dei beni, anche di
quelli più importanti, proprio come accade nell’economia:
quanto più aumenta l’offerta, tanto più il prezzo cala.
Forse
dovremmo reimparare a dare il giusto valore alle parole.
Con
esse possiamo accarezzare, coccolare, addolcire, oppure
tagliare, schiaffeggiare, ferire. Possiamo creare aspettative,
attese, fantasie, che laddove non vengono poi realizzate
suscitano un gran senso di delusione e di vuoto, come quando
si scarta un bel pacco dono e dentro non vi è alcunché.
Parlando
possiamo adulare, irretire, cercare di raggiungere obiettivi
‘altri’, che vanno ben al di là del contenuto oggettivo
della comunicazione. Possiamo ri-costruire noi stessi, la
nostra storia, la nostra vita, possiamo abbellirla,
svalutarla, innalzarla o sminuirla e lo stesso fare con gli
altri.
Quando
(re)impareremo ad ascoltare, prima ancora che a parlare?
Fin
da piccoli abbiamo prima ascoltato, già fin nell’utero
materno e via via nei primi mesi di vita e solo dopo, con
impegno, tempo, fatica, abbiamo cominciato ad articolare i
nostri pensieri e vissuti in parole. Nel tempo, questo
meccanismo è divenuto automatico, al punto che abbiamo perso
il contatto con noi stessi, con quello che sentiamo, che
percepiamo, prima ancora che col pensiero. E’ lì la chiave
di tutto. Il come mi sento, e poi, di riflesso, il come si
sente il mio interlocutore. Che aspettative sto creando in
lui? Che cosa gli sto trasmettendo? Sto veicolando il
messaggio in modo tale che venga correttamente recepito?
Non
è un processo semplice né immediato: ci vogliono impegno,
consapevolezza, tempo. Tutti beni che oggi ci ostiniamo a
credere che siano così scarsi. Ma, forse, li abbiamo resi
scarsi noi, occupando tutto il nostro spaziotempo interiore
con cose, azioni, impegni che, in realtà, non sono così
prioritari. Ci possono magari co-involgere, ma ancor più
spesso ci tra-volgono, e ci dis-tolgono da noi stessi, dal
contatto intimo con noi e poi anche di tutto ciò che ci
circonda.
Per
rendersi conto del potere della parola, è sufficiente
chiedere a due amanti la differenza tra un ‘ti voglio
bene’ e un ‘ti amo’, a due neo-genitori che si accingono
a scegliere il nome di battesimo per il loro figlio (laddove
come affermavano i latini: ‘nomen omen’, cioè il nome che
ciascuno porta è un presagio, di cui possiamo essere più o
meno consapevoli, e come tale opporci o favorire,
atteggiamento che influenza l’intero corso della nostra
esistenza), a chi si accorda telefonicamente per un colloquio
di lavoro.
Piccoli
gesti semantici quotidiani a cui non siamo più abituati a
dare un peso e un valore.
La
parola forgia il nostro mondo interno ed esterno: si provi a
pensare alla descrizione di una situazione effettuata da due
persone diverse, una ottimista e una pessimista. Classico è
l’esempio del bicchiere che contiene la medesima quantità
di liquido, che il primo definirà ‘mezzo pieno’, il
secondo ‘mezzo vuoto’. Piccoli dettagli che possono
cambiare il mondo.
In
ogni situazione, gli opposti possano aiutare a riscoprire il
reale valore delle situazioni: in questo caso è il silenzio
che va recuperato. Se non hai nulla da dire, taci: questo è
uno dei consigli più diffusi che gli antichi tramandavano.
Ascoltarsi, ascoltare, e sentire quel che si ha dentro, da lì
sgorga tutto, la reale autenticità del comunicato. Se manca
questo contatto, quel che ne deriva è una gran quantità di
fumo, che acceca, che devia, che copre, anziché scoprire.
Ritrovare l’importanza e l’autenticità della parola è
riappropriarsi della nostra sacralità interiore,
dell’impegno e della responsabilità nei confronti nostri,
oltre che verso l’altro.
La libertà di parola esige la responsabilità di
farne buon uso. Ogni forma di libertà, infatti, comporta
delle regole per poter essere esercitata, altrimenti diventa
anarchia, in questo caso comunicativa. Tante parole che
aleggiano, svolazzano, alcune si posano pesantemente sulla
nostra anima, altre la sfiorano, ma la sensazione è la
confusione, al limite a volte il soffocamento, mentre, invece,
obiettivi di una sana comunicazione dovrebbero essere lo
svelamento e l’autosvelamento, la messa in comune, la
chiarificazione e la costruzione congiunta di significati
nuovi, sempre più profondi e autentici che veicolano la
nostra natura, il nostro essere, il nostro esserci e il nostro
fare.
Anna Fata