Relazione Conferenza: “Trattamenti di medicina alternativa e complementare in età pediatrica”, Senigallia (AN), 7 Febbraio 2009
   
 
   
 
   

Ciascuno di noi ha la sua personale definizione di ben-essere. Se chiedessi a ciascuno dei presenti oggi scaturirebbe una declinazione non solo soggettiva, ma anche contestualizzata specificamente al momento di vita che sta affrontando. Non solo le definizioni di ben-essere differiscono da persona a persona, ma anche all’interno del medesimo individuo in momenti e luoghi diversi della sua esistenza.

E non c’è una definizione più o meno ‘giusta’, ma semplicemente quella più adatta a sé.

Nel ben-essere non valgono confronti, paragoni, mode, anche se troppo spesso si tende ad assumere questo atteggiamento. Come se non ci si fidasse abbastanza del proprio sentire. E allora si cercano conferme al di fuori di sé.

Lo stare bene con se stessi, inteso come equilibrio tra mente, corpo, spirito, si apprende fin da piccoli: è una ricerca di un punto d’incontro che si rinnova istante per istante e che si ricerca e ricrea finché il corpo è in vita.

Il ruolo di un genitore in tale iter è di fondamentale importanza, perché rappresenta un modello per il bimbo e un ‘compagno di viaggio’ in tale percorso. Egli è nelle condizioni, con la sua maggiore esperienza in termini di anni, di offrire quegli strumenti che dovrebbero favorire l’ascolto e la consapevolezza di sé. Tutto ciò nel pieno rispetto di sé, per ciò che si è della propria natura, senza ‘violentarla’, evitando di cercare di distorcerla per renderla affine al proprio modello ideale o normativo. L’accoglienza, l’accettazione incondizionata di sé, così come dell’altro, rappresenta un fondamento dello stare bene, con sé, e poi anche con gli altri.

Spesso, però, quando si è in ‘dolce attesa’, ci si ritrova ad essere più centrati sull’altro – il bimbo che si porta in grembo – che non su se stessi. E questo, talvolta, raggiunge il massimo della manifestazione quando il piccolo nasce. Ci si dimentica di se stessi (e spesso anche del partner, degli amici, ecc.).

Questo atteggiamento, però, comporta una profonda distorsione: come ci si può occupare adeguatamente di qualcun altro, se ci si dimentica di sé, ovvero, se si scompare ai propri occhi? E ancora: che testimonianza si può offrire al piccolo se si predicano determinati comportamenti, e poi relativamente a sé se ne compiono tutt’altri?

Torna prepotentemente in campo l’ascolto: se non ci si ascolta, se non si risponde prima di tutto, ai propri bisogni, come si può essere in grado di rispondere a quelli altrui?

Una madre (e un padre) che non è un buon ‘genitore’ di sé, difficilmente può essere di qualcun altro.

Da qui la necessità di trovare degli spazi e dei tempi solo per se stessi, per il proprio ben-essere, momenti in solitudine, oppure condivisi, purché liberi da incombenze, pressioni, progettualità assoluta. Il famoso tempo libero, tempo vuoto, da non riempire, da dedicare allo stare (anziché continuare ad agire, muoversi), all’ascolto, al silenzio interiore. E’ solo da lì che possono nascere le risposte più adeguate e rispondenti ai propri bisogni e desideri più profondi.

Il corpo possiede una saggezza profonda: sa esattamente quel che vuole, che lo fa stare bene. Le scelte d’istinto assecondano sempre i bisogni del corpo. E poi c’è l’intuito, altra forma di comunicazione con se stessi autentica, im-mediata, che viene dal profondo dello spirito (o anima), quella che se non viene ascoltata nelle sue necessità più intime manifesta i suoi disagi attraverso sintomi corporei.

Ma troppo spesso, nella vita quotidiana, siamo orientati e sviati da quel che la mente, l’intelletto, la ragione impongono: semplicemente perché grida più forte, e perché socialmente nel contesto occidentale sono ciò che maggiormente viene legittimato nelle loro espressioni.

Provare a ribaltare la ‘gerarchia dell’ascolto’ potrebbe essere un utile allenamento per conoscere nuove parti di sé e per raggiungere nuovi equilibri, maggiormente salubri e soddisfacenti.

Gli strumenti e le possibilità per compiere questa piccola ‘rivoluzione’ di vita sono molteplici: yoga, meditazione, psicoanalisi, espressione artistica, con la musica, il disegno, la scultura, ciascuno sceglie secondo la sua inclinazione personale e il momento esistenziale che sta affrontando.

Quel che conta è sentirsi in sintonia con gli strumenti proposti, la persona che li offre, e la sensazione di poter essere liberi di esprimersi con creatività, spontaneità, senza giudizio, né finalità specifica. La leggerezza che scaturisce dal compiere qualcosa semplicemente perché piace, perché fa stare bene, senza sottoporsi a canoni né attese sociali risulta di enorme beneficio.

E giorno dopo giorno, questo atteggiamento di libertà interiore si estende sempre più: ascolto di sé, responsabilità verso se stessi, maggiore libertà dai vincoli interiori autoimposti cominciano a pervadere aree sempre più ampie della propria esistenza. Ne risulta maggiore soddisfazione, felicità, emozioni positive, ed anche il corpo inizia ad assumere nuova luce, maggiore resistenza fisica e rilassamento allo stesso tempo. Come se anch’esso si fosse liberato da tante costrizioni che lo rendevano prigioniero.

Vale la pena di tentare, forse, in fondo, cosa c’è da perdere?