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Ciascuno di noi ha la sua
personale definizione di ben-essere. Se chiedessi a
ciascuno dei presenti oggi scaturirebbe una declinazione
non solo soggettiva, ma anche contestualizzata
specificamente al momento di vita che sta affrontando. Non
solo le definizioni di ben-essere differiscono da persona
a persona, ma anche all’interno del medesimo individuo
in momenti e luoghi diversi della sua esistenza.
E non c’è una definizione
più o meno ‘giusta’, ma semplicemente quella più
adatta a sé.
Nel ben-essere non valgono
confronti, paragoni, mode, anche se troppo spesso si tende
ad assumere questo atteggiamento. Come se non ci si
fidasse abbastanza del proprio sentire. E allora si
cercano conferme al di fuori di sé.
Lo stare bene con se stessi,
inteso come equilibrio tra mente, corpo, spirito, si
apprende fin da piccoli: è una ricerca di un punto
d’incontro che si rinnova istante per istante e che si
ricerca e ricrea finché il corpo è in vita.
Il ruolo di un genitore in
tale iter è di fondamentale importanza, perché
rappresenta un modello per il bimbo e un ‘compagno di
viaggio’ in tale percorso. Egli è nelle condizioni, con
la sua maggiore esperienza in termini di anni, di offrire
quegli strumenti che dovrebbero favorire l’ascolto e la
consapevolezza di sé. Tutto ciò nel pieno rispetto di sé,
per ciò che si è della propria natura, senza ‘violentarla’,
evitando di cercare di distorcerla per renderla affine al
proprio modello ideale o normativo. L’accoglienza,
l’accettazione incondizionata di sé, così come
dell’altro, rappresenta un fondamento dello stare bene,
con sé, e poi anche con gli altri.
Spesso, però, quando si è
in ‘dolce attesa’, ci si ritrova ad essere più
centrati sull’altro – il bimbo che si porta in grembo
– che non su se stessi. E questo, talvolta, raggiunge il
massimo della manifestazione quando il piccolo nasce. Ci
si dimentica di se stessi (e spesso anche del partner,
degli amici, ecc.).
Questo atteggiamento, però,
comporta una profonda distorsione: come ci si può
occupare adeguatamente di qualcun altro, se ci si
dimentica di sé, ovvero, se si scompare ai propri occhi?
E ancora: che testimonianza si può offrire al piccolo se
si predicano determinati comportamenti, e poi
relativamente a sé se ne compiono tutt’altri?
Torna prepotentemente in
campo l’ascolto: se non ci si ascolta, se non si
risponde prima di tutto, ai propri bisogni, come si può
essere in grado di rispondere a quelli altrui?
Una madre (e un padre) che
non è un buon ‘genitore’ di sé, difficilmente può
essere di qualcun altro.
Da qui la necessità di
trovare degli spazi e dei tempi solo per se stessi, per il
proprio ben-essere, momenti in solitudine, oppure
condivisi, purché liberi da incombenze, pressioni,
progettualità assoluta. Il famoso tempo libero, tempo
vuoto, da non riempire, da dedicare allo stare (anziché
continuare ad agire, muoversi), all’ascolto, al silenzio
interiore. E’ solo da lì che possono nascere le
risposte più adeguate e rispondenti ai propri bisogni e
desideri più profondi.
Il corpo possiede una
saggezza profonda: sa esattamente quel che vuole, che lo
fa stare bene. Le scelte d’istinto assecondano sempre i
bisogni del corpo. E poi c’è l’intuito, altra forma
di comunicazione con se stessi autentica, im-mediata, che
viene dal profondo dello spirito (o anima), quella che se
non viene ascoltata nelle sue necessità più intime
manifesta i suoi disagi attraverso sintomi corporei.
Ma troppo spesso, nella vita
quotidiana, siamo orientati e sviati da quel che la mente,
l’intelletto, la ragione impongono: semplicemente perché
grida più forte, e perché socialmente nel contesto
occidentale sono ciò che maggiormente viene legittimato
nelle loro espressioni.
Provare a ribaltare la
‘gerarchia dell’ascolto’ potrebbe essere un utile
allenamento per conoscere nuove parti di sé e per
raggiungere nuovi equilibri, maggiormente salubri e
soddisfacenti.
Gli strumenti e le
possibilità per compiere questa piccola ‘rivoluzione’
di vita sono molteplici: yoga, meditazione, psicoanalisi,
espressione artistica, con la musica, il disegno, la
scultura, ciascuno sceglie secondo la sua inclinazione
personale e il momento esistenziale che sta affrontando.
Quel che conta è sentirsi
in sintonia con gli strumenti proposti, la persona che li
offre, e la sensazione di poter essere liberi di
esprimersi con creatività, spontaneità, senza giudizio,
né finalità specifica. La leggerezza che scaturisce dal
compiere qualcosa semplicemente perché piace, perché fa
stare bene, senza sottoporsi a canoni né attese sociali
risulta di enorme beneficio.
E giorno dopo giorno, questo
atteggiamento di libertà interiore si estende sempre più:
ascolto di sé, responsabilità verso se stessi, maggiore
libertà dai vincoli interiori autoimposti cominciano a
pervadere aree sempre più ampie della propria esistenza.
Ne risulta maggiore soddisfazione, felicità, emozioni
positive, ed anche il corpo inizia ad assumere nuova luce,
maggiore resistenza fisica e rilassamento allo stesso
tempo. Come se anch’esso si fosse liberato da tante
costrizioni che lo rendevano prigioniero.
Vale
la pena di tentare, forse, in fondo, cosa c’è da perdere?
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