Tutti
viviamo nel nostro mondo, fatto di suoni, immagini, sapori,
odori, in cui la mente definisce la sua rappresentazione: mi
piace, non mi piace, va bene, non va bene, è giusto, è
sbagliato. Difficile, ma non impossibile, avere un accesso al
mondo privo di giudizi, in cui possono avere luogo pure
percezioni.
In
questa griglia cerchiamo di collocare noi stessi e tutto il
mondo umano e non di cui siamo parte.
Spesso,
quando crediamo di avere dato una risposta ai vari ‘test’
che la nostra mente propone (o in alcuni casi impone), ci
illudiamo di essere giunti alla conoscenza della persona che
abbiamo di fronte. Più passa il tempo e più questa idea ci
pervade: “Tanto ormai ti conosco”.
A
volte, dopo anni di esistenza condivisa gomito a gomito, sorge
la monotonia, il senso del già visto, sentito, udito, un
cliché che all’apparenza pare ripetersi sempre uguale a se
stesso.
In
questo senso, ritengo che uno splendido esempio di capacità
di rinnovare l’attenzione, la meraviglia, la curiosità, ci
sia fornito dal mondo felino. Esistono gatti in grado di
giocare per ore con un oggetto senza stancarsi, e ritornarvi
dopo qualche istante di pausa come se fosse qualcosa di mai
visto prima di quel momento, oppure di osservare fenomeni e
oggetti che per noi appaiono del tutto ordinari con cura e
assorbimento magistrali.
Altre
volte, al limite, specie se la nostra mente è molto
prolifera, approdiamo a queste conclusioni di presunta
conoscenza anche senza avere concretamente incontrato la
persona bersaglio delle nostre fantasie. E’ il caso dei
personaggi dello spettacolo, e ancor più degli scrittori, in
primis, seguiti da fotografi, pittori, cantanti, musicisti.
Esiste un proverbio indiano che personalmente adoro, in quanto
mette in guardia dal cadere in simili distorsioni: “Se ti piace la poesia, non andare a conoscere il poeta”.
Spesso
da piccoli indizi, da qualcosa che appare alla superficie,
c’illudiamo di poter avere accesso al mondo più intimo,
essenziale e autentico del nostro interlocutore di turno. E
nella loro capacità espressiva gli artisti ne sono la massima
rappresentazione. Scambiamo quel che emerge per quel che E’,
come accade con lo specchio e l’immagine che questo
riflette.
Che
si tratti di conoscenze (e/o di frequentazioni) di giorni,
mesi, o anni, la sostanza resta la medesima: il nucleo intimo
e profondo di ciascuno di noi resta e resterà per sempre un
mistero. Talvolta si può avere il privilegio di accedere ad
un piccolo spiraglio, un barlume che traluce e che nella
maggior parte dei casi non solo si richiude velocemente in sé,
ma che, più che altro, in virtù della sua natura, sfugge a
qualsivoglia classificazione, all’essere fermato,
conservato. La vitalità, l’essere indefinito, indefinibile,
indecifrabile e in decodificabile è la sua natura. E lì
l’azione conoscitiva umana deve per forza di cosa fermarsi e
inchinarsi. E’ l’area sacra che caratterizza ciascuno di
noi e rispetto alla quale qualsiasi parola è superflua.
Di
fronte ad essa non può se non sorgere un moto di umiltà, di
infinita piccolezza di ciascuno di noi, che poi di fatto è di
fronte all’altro, così come di fronte a se stessi. Come si
può avere la pretesa di conoscersi, una volta per tutte?
L’illusione del controllo, della prevedibilità proiettata
sugli altri non è altro che lo specchio di quella che
nutriamo verso noi stessi.
E,
soprattutto, questo atteggiamento di rinuncia può essere
esclusivamente il risultato di una mente che si mette da
parte, che conosce i suoi limiti, che sa fino a dove può
estendersi e cosa può fare, nella consapevolezza
dell’incapacità e del non essere adatta ad entrare in
contatto con la multidimensionalità dell’esistenza umana,
in cui logica e razionalità sono solo una parte
infinitesimale.
Anna
Fata