Ruffio
   
 
   
 
   

Oggi il mio gatto ha pianto: un’unica lacrima, umida e copiosa è scesa dall’unico occhio che possiede.

Ruffio ha una storia molto comune.

Un giorno di mercato rionale di cinque anni fa, era un cuccioletto tutto nero con il pelo arruffato e il sottopelo ispido, l’ho visto mentre guardava il sole seduto beato sul pavè della stradina di casa mia.

Subito pensavo fosse un gatto ‘normale’, poi l’ho osservato meglio e mi sono resa conto che il sole gli serviva per scaldare un bulbo oculare che stava uscendo dalla sede: ho avuto l’impressione che tentasse di curarsi da solo, o forse era solamente rassegnato al suo destino e quindi perché non godere di un raggio caldo in una simile bella giornata?

Mi sono obbligata a non guardarlo per non sentirmi coinvolta dalla sua sventura, ma non c’è stato nulla da fare.

Alla fine il mio cuore ha ceduto dinanzi al corpicino appena appena scosso dai battiti cardiaci.

L’ho portato dal veterinario e abbiamo tentato a lungo di salvargli l’occhio ma non è stato possibile, come risultato in casa abbiamo un Mosè Dayan felino.

Ruffio non è un grande miagolatore, anzi, è prudente e tranquillo, ogni tanto si attacca alle tende e fa un po’ Tarzan, ma quando io urlo lui fugge accennando appena una sorta di ‘miao’ che io interpreto con : “lo so che non devo fare l’altalena sulle tue tende ma mi annoiavo un po’ e volevo giocare!”

Questa storia di non antropomorfizzare gli animali è una storia difficile da digerire!

Chi vive con un cane o un gatto talvolta legge fra le righe nelle manifestazioni del proprio protetto.

Insomma, vi dicevo che Ruffio ha pianto.

Già, oltre ad essere sempre raffreddato, a non avere un grande senso delle distanze, adesso ha un’infezione all’orecchio: un’otite.

Sembra un re con il ‘collare elisabetta’, ma sbatte dappertutto, cammina con prudenza e alzando bene le zampe anteriori e ciondolando con il capo osserva di traverso le cose, gli oggetti: dalla bacinella dell’acqua al contenitore del cibo, dalla mia mano che lo accarezza allo spigolo del divano.

Ruffio è per me un gatto speciale che si è perfettamente inserito nella nostra grande famiglia umana e canina e che in questo momento tiene tutti distanti, non a causa di aggressività da malattia, ma a causa dell’imbuto che porta intorno al collo.

I basset lo osservano incuriositi e si scostano quando passa. Guendalina, la setterina, tenta di leccarlo laddove ha male, lui se ne ha voglia lo accetta altrimenti si sposta.

Oggi l’ho preso in braccio per coccolarlo un po’, mi sembrava triste e sconsolato in questo suo isolamento forzato e per nulla richiesto; fra l’altro il veterinario mi ha detto che questo tipo di otite è dolorosa, fastidiosa ed insistente.

L’ho preso in braccio, ho allungato la mano verso la sua faccia e Ruffio ha chiuso il grande occhio giallo mostrandomi quanto apprezza le mie coccole e poi ha pianto…

Si è avvicinato con tutto il suo corpo e si è strusciato contro di me appoggiando il collare sulla mia spalla, chiudendo gli occhi e rilassandosi tutto.

Ha fatto le fusa, un ron ron appena accennato, lieve, dolce come lui è.

Gli ho asciugato la lacrima e gli ho parlato dolcemente fino a quando le parole non avevano più alcun significato nemmeno per me, perché biascicando ci stavamo addormentando insieme.

Ogni animale sa dare qualcosa di speciale che gli appartiene, ed è unico.

Bisogna saper cogliere il dono che si riceve, farne tesoro e non scordarlo.

Anche in questo caso, io sì l’ho protetto, ma lui ha fatto e fa molto di più: mi sento onorata della fiducia che ripone in me, (molto particolare per quanto riesco a comprendere della sua comunicazione) e fiera di averlo fra i miei animali: un componente indiscusso e a tutto titolo della nostra famiglia allargata.

Adalisa Tomezzoli Pasqualini