Second life: aspetti psicologici, culturali e sociologici
   
 
   
 
   

Eppure c’è chi..

Di fronte alle novità, specie se imponenti, e potenzialmente rivoluzionarie, c’è sempre chi presenta vissuti di ostilità, di rifiuto, di chiusura. A volte si tratta di vere e proprie forme di fobia che in qualche modo si possono ricondurre alla negazione e alla proiezione di parti di sé.

Mantenere lo status quo, darsi da fare affinché nulla cambi, cercare di tenere tutto sotto controllo: questi gli aspetti che maggiormente caratterizzano tali persone. La paura di fronte all’ignoto, a volte, può essere devastante. Perché?

Perché, di fatto, riflette il timore di noi stessi, di quel che non sappiamo di noi, che non conosciamo. Anche solo immaginarsi in situazioni mai provate fino a quel momento può dare adito a vertigini, al limite dell’angoscia. L’equilibrio a lungo e con fatica perseguito si spezza inesorabilmente e ci si trova spossati per l’immane lavoro svolto e senza nulla di concreto in mano, come se si fosse agito per niente, il che può essere molto frustrante e deprimente.

Se, da una parte, c’è chi proietta, in modo più o meno consapevole, parti di sé sullo schermo, dà loro vita e magari agisce di conseguenza, dall’altra c’è chi prende nettamente le distanze da questi nuovi mondi e neppure ne vuol sapere. Da qui critiche, pre-giudizi, pre-concetti, e distanze nette vengono prese, al fine di proteggersi, di difendersi da qualcosa che potrebbe fare luce su parti di sé che non si desidera conoscere. Meglio applicare vecchie categorie concettuali e schemi di pensiero, magari disadattivi, fuori luogo, ma rassicuranti perché ben noti, che non rischiare di crearne di nuovi.

Così come c’è chi rifiuta, a volte anche a priori, c’è anche chi abbraccia questi mondi in modo fin troppo entusiastico e acritico, al punto da poter arrivare a rasentare forme pericolose di dipendenza. Per certi versi, al limite, gli estremi coincidono: rifiutare il nuovo equivale ad abbracciarlo senza fare i conti in modo critico con questo elemento di novità, disconoscendo così la sua natura più autentica. Quando poi ci si rende conto che è tale, quando i vecchi cliché di esame e di adattamento non funzionano più, a volte è troppo tardi: l’impatto è forte e si rischia di restarne travolti. L’effetto, seppure con le sue peculiari declinazioni, è nel complesso un mancato adattamento dato dalla difficoltà di conciliare aspettative e realtà.

Attualmente non esiste una definizione nosografica di tale patologia, cioè non ci sono dei criteri precisi che ne definiscono le peculiarità, l’insorgere, le persone a rischio, le cure, ecc. Esistono dei punti di riferimento, tratti dalla pratica clinica relativa in generale alle dipendenze, che mettono in luce alcune peculiarità (e che comunque debbono essere ulteriormente verificate con il tempo e la pratica):

  • trascuratezza di importanti aree di vita a causa della propria dipendenza

  • rottura di relazioni importanti a causa della propria dipendenza

  • le persone più importanti della propria vita sono infastidite dalla propria dipendenza

  • stato di irritabilità o di difesa quando le persone criticano il proprio comportamento

  • senso di colpa o di ansia per ciò che si sta facendo

  • tentativi di tenere segreto quel che si sta compiendo

  • tentativi di cessare o ridurre l’attività in questione, senza riuscirci

  • presenza di un bisogno sottostante che orienta tale comportamento.

Ma allora come si definisce un uso patologico della Rete e degli ambienti virtuali?

Esiste un limite molto sottile, suscettibile di un’ampia variabilità individuale e situazionale, tra utilizzo sano, patologico e intermedio tra questi estremi non sempre si riesce a definire chiaramente e stabilmente una volta per tutte un uso funzionale, sano, adattivo. Tale posizione non solo può variare da individuo a individuo, ma anche nello stesso in diversi momenti della vita.

Ogni nostro comportamento viene organizzato intorno ad una serie di bisogni interconnessi tra loro. Spesso il desiderio, la passione, lasciano il posto all’ossessione, alla compulsione che impediscono di fare a meno di pensare o agire in un certo modo. Questo si verifica soprattutto nel momento in cui un desiderio, spesso inconscio, viene soppresso, ignorato, deviato, o soddisfatto parzialmente o in modo indiretto. A questo punto si pongono le basi per la fissazione e la dipendenza. La realizzazione e la soddisfazione consapevole dei propri bisogni è il fondamento di un senso del sé solido e integrato, mentre nel caso della dipendenza il sé diviene frammentato e disperso.

In questo senso la Rete, e anche SL, offrono molteplici occasioni per la coltivazione delle varie parti di sé: se utilizzati in modo appropriato possono essere molto potenzianti. Se questo non accade si rischia di allontanarsi dal proprio ‘centro’, proiettando sugli altri le proprie parti più sgradite, oppure facendo una mostra narcisistica di quel che si è apprezza di più, oppure continuando a provare e riprovare parti di sé senza essere in grado di sintetizzare il tutto in un nucleo unificatore e riportando se stessi accresciuti e arricchiti anche offline. Le Rete contiene, protegge, ma anche limita, e intrappola. Sapersi muovere tra questi estremi rappresenta la sfida più grande.

Alcuni fattori possono aiutare a capire se la propria attività in un conteso virtuale può essere sbilanciata verso il versante patologico:

  • il numero e il tipo di bisogni a cui si rivolge l’attività: fisiologici, intrapersonali, interpersonali, spirituali;

  • il grado sottostante di deprivazione: quanto più i bisogni sono frustrati, non riconosciuti, tanto più si afferma la tendenza a trovare altrove il soddisfacimento;

  • il tipo di attività che si svolge online: sociale, interpersonale, sincrona, asincrona, ecc.;

  • l’effetto dell’attività nella Rete sul funzionamento della persona: igiene, lavoro, alimentazione, relazioni con i pari, con la famiglia;

  • il senso soggettivo di distress: depressione, frustrazione, alienazione, colpa, rabbia;

  • la consapevolezza chiara dei propri bisogni: quanto più si diventa consapevoli delle motivazioni sottostanti, tanto più queste non spingono ad un uso compulsivo delle risorse della Rete;

  • l’esperienza e il grado di coinvolgimento: i casi di fascinazione sono più frequenti tra persone appena approdate nei mondi virtuali;

  • il bilanciamento e l’integrazione della vita online e offline: nei casi ideali esiste un bilanciamento tra l’impegno dedicato alle attività online e a quello offline.

Che cosa rende questi ambienti virtuali particolarmente suscettibili di provocare dipendenza?

  • il grande coinvolgimento intellettivo, sensoriale ed emotivo che sanno indurre

  • l’induzione di una sorta di stato alterato di coscienza che rene più labile la percezione del tempo e dello spazio in cui normalmente ci si muove proprio come accade nello stato di sogno oppure in seguito all’assunzione di sostanze, tra dentro e fuori di sè

  • gli elementi di novità costante e di movimento

  • la facile accessibilità e il costo relativamente ridotto

  • l’anonimato

  • la possibilità di avere uno spazio in cui proiettare e realizzare fantasie, sogni, cambiamenti di identità

  • la possibilità di contrastare vissuti di noia, ansia, depressione, vuoto

  • l’opportunità di mettersi alla prova relativamente ad abilità intellettuali, sociali, emotive senza grandi rischi

  • la possibilità di contatti interpersonali intimi e allo stesso tempo dotati di una relativa distanza, cosa che soddisfa solo in parte la necessità di bisogni sociali.

Se, da un lato, questi strumenti possono favorire la crescita personale, dall’altra il rischio è una forma di chiusura, di autismo mediatico che porta a limitare la propria attività ad un esibizionismo narcisistico in cui gli altri si riducono a meri depositari di parti di noi.

Un utilizzo auspicabile

Dovrebbe essere basato sul principio dell’integrazione. Mondi online e offline non dovrebbero essere considerati né alternativi, né in contrapposizione, ma in comunicazione e in interscambio. Come? Incontrando vis a vis persone conosciute nei luoghi tecnomediati, mettendo a conoscenza le persone che si frequentano quotidianamente delle proprie attività e conoscenze online, impiegando le nuove abilità sviluppate online anche fuori e viceversa.

L’integrazione crea sinergia, potenzia, fa sì che il risultato finale sia maggiore della somma delle singole parti. Tutto questo contribuisce alla crescita e allo sviluppo della persona.

Il tutto dovrebbe anche essere arricchito da una sempre maggiore autoconsapevolezza circa gli scopi, gli obiettivi e le motivazioni che spingono a frequentare più o meno assiduamente gli ambienti virtuali per poter compiere delle scelte in autonomia, libertà e responsabilità. Un’indagine analitica, e non sempre né tanto la messa in atto impulsiva di quel che scaturisce nell’immediato, può essere di aiuto in tale processo.

pagina precedente