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Eppure
c’è chi..
Di
fronte alle novità, specie se imponenti, e potenzialmente
rivoluzionarie, c’è sempre chi presenta vissuti di ostilità,
di rifiuto, di chiusura. A volte si tratta di vere e proprie
forme di fobia che in qualche modo si possono ricondurre alla
negazione e alla proiezione di parti di sé.
Mantenere
lo status quo, darsi da fare affinché nulla cambi, cercare di
tenere tutto sotto controllo: questi gli aspetti che
maggiormente caratterizzano tali persone. La paura di fronte
all’ignoto, a volte, può essere devastante. Perché?
Perché,
di fatto, riflette il timore di noi stessi, di quel che
non sappiamo di noi, che non conosciamo. Anche solo
immaginarsi in situazioni mai provate fino a quel momento può
dare adito a vertigini, al limite dell’angoscia.
L’equilibrio a lungo e con fatica perseguito si spezza
inesorabilmente e ci si trova spossati per l’immane lavoro
svolto e senza nulla di concreto in mano, come se si fosse
agito per niente, il che può essere molto frustrante e
deprimente.
Se,
da una parte, c’è chi proietta, in modo più o meno
consapevole, parti di sé sullo schermo, dà loro vita e
magari agisce di conseguenza, dall’altra c’è chi prende
nettamente le distanze da questi nuovi mondi e neppure ne vuol
sapere. Da qui critiche, pre-giudizi, pre-concetti, e distanze
nette vengono prese, al fine di proteggersi, di difendersi da
qualcosa che potrebbe fare luce su parti di sé che non si
desidera conoscere. Meglio applicare vecchie categorie
concettuali e schemi di pensiero, magari disadattivi, fuori
luogo, ma rassicuranti perché ben noti, che non rischiare di
crearne di nuovi.
Così
come c’è chi rifiuta, a volte anche a priori, c’è anche
chi abbraccia questi mondi in modo fin troppo entusiastico e
acritico, al punto da poter arrivare a rasentare forme
pericolose di dipendenza. Per certi versi, al limite, gli
estremi coincidono: rifiutare il nuovo equivale ad
abbracciarlo senza fare i conti in modo critico con questo
elemento di novità, disconoscendo così la sua natura più
autentica. Quando poi ci si rende conto che è tale, quando i
vecchi cliché di esame e di adattamento non funzionano più,
a volte è troppo tardi: l’impatto è forte e si rischia di
restarne travolti. L’effetto, seppure con le sue peculiari
declinazioni, è nel complesso un mancato adattamento dato
dalla difficoltà di conciliare aspettative e realtà.
Attualmente
non esiste una definizione nosografica di tale patologia, cioè
non ci sono dei criteri precisi che ne definiscono le
peculiarità, l’insorgere, le persone a rischio, le cure,
ecc. Esistono dei punti di riferimento, tratti dalla pratica
clinica relativa in generale alle dipendenze, che mettono in
luce alcune peculiarità (e che comunque debbono essere
ulteriormente verificate con il tempo e la pratica):
-
trascuratezza
di importanti aree di vita a causa della propria
dipendenza
-
rottura
di relazioni importanti a causa della propria dipendenza
-
le
persone più importanti della propria vita sono
infastidite dalla propria dipendenza
-
stato
di irritabilità o di difesa quando le persone criticano
il proprio comportamento
-
senso
di colpa o di ansia per ciò che si sta facendo
-
tentativi
di tenere segreto quel che si sta compiendo
-
tentativi
di cessare o ridurre l’attività in questione, senza
riuscirci
-
presenza
di un bisogno sottostante che orienta tale comportamento.
Ma
allora come si definisce un uso patologico della Rete e degli
ambienti virtuali?
Esiste
un limite molto sottile, suscettibile di un’ampia variabilità
individuale e situazionale, tra utilizzo sano, patologico e
intermedio tra questi estremi non sempre si riesce a definire
chiaramente e stabilmente una volta per tutte un uso
funzionale, sano, adattivo. Tale posizione non solo può
variare da individuo a individuo, ma anche nello stesso in
diversi momenti della vita.
Ogni
nostro comportamento viene organizzato intorno ad una serie di
bisogni interconnessi tra loro. Spesso il desiderio, la
passione, lasciano il posto all’ossessione, alla compulsione
che impediscono di fare a meno di pensare o agire in un certo
modo. Questo si verifica soprattutto nel momento in cui un
desiderio, spesso inconscio, viene soppresso, ignorato,
deviato, o soddisfatto parzialmente o in modo indiretto. A
questo punto si pongono le basi per la fissazione e la
dipendenza. La realizzazione e la soddisfazione consapevole
dei propri bisogni è il fondamento di un senso del sé solido
e integrato, mentre nel caso della dipendenza il sé diviene
frammentato e disperso.
In
questo senso la Rete, e anche SL, offrono molteplici occasioni
per la coltivazione delle varie parti di sé: se utilizzati in
modo appropriato possono essere molto potenzianti. Se questo
non accade si rischia di allontanarsi dal proprio ‘centro’,
proiettando sugli altri le proprie parti più sgradite, oppure
facendo una mostra narcisistica di quel che si è apprezza di
più, oppure continuando a provare e riprovare parti di sé
senza essere in grado di sintetizzare il tutto in un nucleo
unificatore e riportando se stessi accresciuti e arricchiti
anche offline. Le Rete contiene, protegge, ma anche limita, e
intrappola. Sapersi muovere tra questi estremi rappresenta la
sfida più grande.
Alcuni
fattori possono aiutare a capire se la propria attività in un
conteso virtuale può essere sbilanciata verso il versante
patologico:
-
il
numero e il tipo di bisogni a cui si rivolge l’attività:
fisiologici, intrapersonali, interpersonali, spirituali;
-
il
grado sottostante di deprivazione: quanto più i bisogni
sono frustrati, non riconosciuti, tanto più si afferma la
tendenza a trovare altrove il soddisfacimento;
-
il
tipo di attività che si svolge online: sociale,
interpersonale, sincrona, asincrona, ecc.;
-
l’effetto
dell’attività nella Rete sul funzionamento della
persona: igiene, lavoro, alimentazione, relazioni con i
pari, con la famiglia;
-
il
senso soggettivo di distress: depressione, frustrazione,
alienazione, colpa, rabbia;
-
la
consapevolezza chiara dei propri bisogni: quanto più si
diventa consapevoli delle motivazioni sottostanti, tanto
più queste non spingono ad un uso compulsivo delle
risorse della Rete;
-
l’esperienza
e il grado di coinvolgimento: i casi di fascinazione sono
più frequenti tra persone appena approdate nei mondi
virtuali;
-
il
bilanciamento e l’integrazione della vita online e
offline: nei casi ideali esiste un bilanciamento tra
l’impegno dedicato alle attività online e a quello
offline.
Che
cosa rende questi ambienti virtuali particolarmente
suscettibili di provocare dipendenza?
-
il
grande coinvolgimento intellettivo, sensoriale ed emotivo
che sanno indurre
-
l’induzione
di una sorta di stato alterato di coscienza che rene più
labile la percezione del tempo e dello spazio in cui
normalmente ci si muove proprio come accade nello stato di
sogno oppure in seguito all’assunzione di sostanze, tra
dentro e fuori di sè
-
gli
elementi di novità costante e di movimento
-
la
facile accessibilità e il costo relativamente ridotto
-
l’anonimato
-
la
possibilità di avere uno spazio in cui proiettare e
realizzare fantasie, sogni, cambiamenti di identità
-
la
possibilità di contrastare vissuti di noia, ansia,
depressione, vuoto
-
l’opportunità
di mettersi alla prova relativamente ad abilità
intellettuali, sociali, emotive senza grandi rischi
-
la
possibilità di contatti interpersonali intimi e allo
stesso tempo dotati di una relativa distanza, cosa che
soddisfa solo in parte la necessità di bisogni sociali.
Se,
da un lato, questi strumenti possono favorire la crescita
personale, dall’altra il rischio è una forma di chiusura,
di autismo mediatico che porta a limitare la propria attività
ad un esibizionismo narcisistico in cui gli altri si riducono
a meri depositari di parti di noi.
Un
utilizzo auspicabile
Dovrebbe
essere basato sul principio dell’integrazione. Mondi online
e offline non dovrebbero essere considerati né alternativi, né
in contrapposizione, ma in comunicazione e in interscambio.
Come? Incontrando vis a vis persone conosciute nei luoghi
tecnomediati, mettendo a conoscenza le persone che si
frequentano quotidianamente delle proprie attività e
conoscenze online, impiegando le nuove abilità sviluppate
online anche fuori e viceversa.
L’integrazione
crea sinergia, potenzia, fa sì che il risultato finale sia
maggiore della somma delle singole parti. Tutto questo
contribuisce alla crescita e allo sviluppo della persona.
Il
tutto dovrebbe anche essere arricchito da una sempre maggiore
autoconsapevolezza circa gli scopi, gli obiettivi e le
motivazioni che spingono a frequentare più o meno
assiduamente gli ambienti virtuali per poter compiere delle
scelte in autonomia, libertà e responsabilità. Un’indagine
analitica, e non sempre né tanto la messa in atto impulsiva
di quel che scaturisce nell’immediato, può essere di aiuto
in tale processo.
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