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La
maggior parte di noi nasce e cresce con l’idea di dover
evolvere, cambiare, maturare, modificare se stesso secondo un
modello trasmesso socialmente, culturalmente e/o
familiarmente.
Per
anni pensa, parla, agisce in funzione di tale obiettivo,
spesso finendo col perdere di vista la propria reale natura.
Vigono
modelli, usi, consuetudini approvati ampiamente a cui si è
chiamati ad assuefarsi, pena l’additamento, il giudizio,
l’emarginazione, l’esclusione sociale.
E
dato che nessun uomo è un’isola, questo può fare molto
male.
Per
cui si è disposti a tutto per uniformarsi. Anche se ciò
comporta sempre un prezzo da pagare, che talvolta può essere
molto elevato.
Presto
o tardi, attiva un giorno in cui la vita ci obbliga a metterci
di fronte a noi stessi, a guardarsi allo specchio e
l’operazione ci è talmente poco consueta che stentiamo a
riconoscerci.
Ci
siamo resi complici di una pagliacciata, di una mascherata in
cui i primi ad ingannarci siamo stati noi stessi. E dietro
quell’ampia coltre di abiti e suppellettili di cui ci siamo
agghindati certe volte siamo proprio buffi.
Essere
quel che si è, semplicemente se stessi.
Facile
a dirsi, ma un po’ meno a farsi.
Quanti
timori, imbarazzi, disagi, sensi di colpa ci troviamo a
fronteggiare. Quanto coraggio ci vuole per imparare a veder le
cose per quelle che sono, a cominciare da se stessi, ci vuole.
La
cosa più straordinaria è che quando siamo riusciti a
compiere questo una, o più volte, dopo lo smarrimento
iniziale dato dal trovarsi di fronte ad un perfetto estraneo,
è che ci cominciamo a prendere gusto. La curiosità ci
avvolge e ci conduce per mano alla scoperta di un mondo che
abbiamo avuto sempre a disposizione, ma che per troppo tempo
abbiamo trascurato e snobbato.
E
che meraviglia, a quel punto, si dischiude.
Quante
risorse, potenzialità, semi pronti a germogliare, una volta
portati alla luce e debitamente irrigati.
E
anche quei tanto temuti limiti diventano punti
d’inestimabile forza una volta riconosciuti e rispettati.
Essere
semplicemente quel che si è, a quel punto, si chiarisce ogni
giorno di più e soprattutto scaturisce nel modo più naturale
e leggero possibile, sgravato da quella lunghissima serie di
vincoli, divieti, timori, convenzioni, tabù da cui ci si era
lasciati schiavizzare.
Che
liberazione non doversi più conformare a pretese illusorie di
regole assolute nel tempo e nello spazio, quel
giusto-ingiusto, bene-male, buono-cattivo, che tanti sensi di
colpa, rimorsi, rimpianti ha alimentato nel tempo.
E
dall’essere al fare il passo è breve.
Risulta
profondamente naturale declinare la propria natura più intima
e profonda nel fare, nel concretizzare, nel plasmare se stessi
e il mondo a immagine e somiglianza di quella essenza
trascendente che in questa dimensione di materializza nel
tempo e nello spazio.
A
quel punto ci rendiamo conto che la nostra missione
esistenziale ultima è manifestare quel che siamo e aiutare
gl’altri a fare altrettanto.
E’
andare al di là del tempo e dello spazio, delle consuetudini
e delle abitudini, per trovarci a dimorare in una dimensione
dalle infinite possibilità.
E’
comprendere che non esiste modello ideale da imitare, che sia
un santo, un dio, un attore, un cantante, un calciatore e che
tutto quel che serve per essere se stessi è già dentro
ciascuno di noi.
Una
sorta di serbatoio universale a cui ogni individuo attinge e
declina in modo del tutto personale.
E’
sentire che non esiste cambiamento da compiere, luogo ove
andare, pellegrinaggio da compiere, guru da imitare, perché
è già tutto dentro di noi e sempre lo è stato.
E’
il potersi alzare la mattina con l’auspicio di potersi
donare al mondo, nel proprio essere e fare, e coricarsi la
sera con quella serenità di fondo di avere fatto tutto il
possibile, momento per momento, con gli strumenti disponibili.
E che domani, se ci sarà, sarà un altro giorno.
Anna
Fata
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