Separazioni, distacchi e crescita interiore
   
 
   
 
   

Fonte: AlterEgo Magazine, Novembre 2007-

Esistono diverse forme di separazione: accanto a quella più propriamente detta, che comporta dividere ciò che era congiunto, scompagnare, spaiare, vi è il distacco, che implica lo staccare qualcuno da un luogo, cosa o persona a cui era legato con passione, e l’allontanamento, che è una declinazione peculiare del precedente.

Anche le forme di commiato fanno parte del processo di separazione, di cui sanciscono la transizione. Tra queste vi sono: il saluto, che secondo l’accezione originaria è un augurio di salute e di felicità, e l’addio, che letteralmente significa “vi raccomando a Dio”, che originariamente era un modo per congedarsi in modo amichevole, mentre oggi l’accezione è scivolata su un aspetto di definitivo, di perdita, di rammarico per la conclusione di qualcosa a cui si teneva e a cui si deve rinunciare.

Le separazioni sono parte integrante della nostra vita, sono la condizione essenziale per il suo stesso dipanarsi: uomo e donna si uniscono sessualmente, poi prendono le distanze l’uno dall’altra, per dare origine ad una nuova vita, la nascita è la prima grande separazione dal corpo materno, a cui si torna di tanto in tanto per ottenere nutrimento fisico ed emotivo fino al termine dello svezzamento, poi prevale l’aspetto affettivo-emotivo. E ancora, da adulti, i piccoli commiati quotidiani, il ciclo di utilizzo degli oggetti, lo scorrere degli anni, delle stagioni, i cicli di trasformazione e rinnovamento del corpo (ad es.: circa ogni sette anni tutte le cellule del corpo vengono sostituite da nuove). E’ un continuo accogliere e lasciare andare, proprio come accade nel ritmo respiratorio, si fa entrare ossigeno, così come il cibo, o un nuovo lavoro, o una persona, che vanno ad occupare un nostro spazio interno vuoto in quel momento, creato appositamente per contenerli -la sua costituzione si realizza eliminando periodicamente tutte le ‘scorie’, tutto ciò che ha concluso il suo ciclo vitale e che non ha più ragione di esistere dentro di noi – per poi lasciare andare, dopo un lavoro di trasformazione reciproca.

Facile a dirsi, meno a compiersi, specie quando si tratta di legami affettivi con le persone.

I nostri armadi spesso appaiono stracolmi di oggetti non solo inutili, ma che in buona parte non ci corrispondono più, come abiti passati di moda o di misura, sdruciti o scoloriti, che anche se riconosciamo come non più indossabili restano intoccati nel guardaroba, come se la loro liberazione presagisse qualcosa di più profondo e impegnativo che ci attira e intimorisce allo stesso tempo: la liberazione di noi stessi. Una liberazione dal passato che ci tiene incatenati, che non ci permette di essere pienamente immersi nel presente, che è l’unica occasione che ci è data di vivere, di essere noi stessi, di attualizzarci, di realizzarci pienamente.

Anche se il legame con gli oggetti, le situazioni, può essere paradigmatico del tipo di attaccamento che caratterizza ciascuno di noi, tra gli esseri umani i legami, spesso, rischiano di essere ancora più complessi e invischianti. A volte si vive magari nel dolore, nella limitazione, nella sofferenza, per una relazione poco sana, che non si riesce ad infrangere perché si presagisce, spesso erroneamente, un dolore ancor più grande legato alla separazione.

I legami, le relazioni, hanno un loro ciclo vitale, sono soggetti a una certa periodicità, a degli alti e bassi che potremmo in un certo qual modo paragonare al ciclo delle stagioni. Sta a noi adattarci al susseguirsi degli eventi e coltivarli, offrendo l’appropriato nutrimento, concimando e potando quando necessario, a seconda del momento di vita. Solo così le relazioni possono crescere sane, robuste, rigogliose.

A volte un piccolo dolore ne risparmia uno più grande o addirittura prelude ad una felicità assai maggiore (si pensi, ad esempio, all’incertezza delle transizioni adolescenziali, connesse all’allontanamento dalla famiglia di origine, o al dolore del parto: senza questi passaggi non si potrebbero vivere le gioie connesse al divenire rispettivamente adulti e genitori).

Se ci alleniamo quotidianamente a vivere appieno le piccole separazioni e i cambiamenti connessi che connotano la nostra esistenza, dal saluto al partner alla mattina, alla festa di compleanno, all’anniversario di matrimonio, che sanciscono delle ricorrenze, sintesi di passato da lasciare andare, presente da celebrare e futuro da investire, non solo manteniamo ben ‘pulito’ il nostro giardino interiore, siamo costantemente aperti ad accogliere il nuovo, viviamo ben radicati nel presente, che è l’unica possibilità che di fatto ci è concessa, ma introduciamo anche una quota di rito, di sacralità che ci porta a riconoscere la spiritualità insita in ciascuno di noi e in tutto l’universo di cui siamo parte. Questo ci rafforza perché allevia quel senso di solitudine che tutti prima o poi dobbiamo affrontare, nonostante gli amici e parenti di cui possiamo circondarci.

Questa disposizione d’animo non solo consente di vivere con più soddisfazione il qui e ora, ma rende anche più forti e resistenti di fronte alle prove che la vita a volte ci offre.

Quando, ad esempio, una separazione, un commiato ci vengono imposti, magari in modo brusco e definitivo, per un decesso, un trasferimento o altra causa, il dolore può essere immenso, lacerante, devastante, e può dare adito al timore che anche noi possiamo essere annientati. Sentiamo che qualcosa dentro di noi viene distrutto, trafitto.

Se quotidianamente ci siamo ‘allenati’ a vivere in modo consapevole, concreto e anche simbolico, le piccole separazioni, saremo più pronti ad affrontare situazioni più articolate e complesse. Avremo delle risorse in più e non saremo minacciati dal perderci eternamente in un processo di elaborazione del lutto, di cura delle ferite, che impedirebbero di reinvestire le nostre risorse di tempo e di energia su altri legami, in grado di farci evolvere e maturare.

Stili di attaccamento

Pare che i comportamenti della persona che si prende cura del bambino nei suoi primi anni di vita sia in grado di innescare un particolare tipo di attaccamento che, lungi dall’essere immutabile, caratterizzerà anche la vita adulta e le successive relazioni.

In particolare, le ricerche di Bowlby e Ainsworth hanno individuato tre stili di attaccamento:

·         sicuro: i bambini sono in grado di cercare e di ricevere conforto da coloro che li curano quando sono emotivamente a disagio. Gli aspetti affettivi e cognitivi sono adeguatamente integrati. E’ il risultato della interazioni con un genitore autonomo;

·         insicuro-evitante: il bambino non mostra un coinvolgimento emotivo verso il proprio caregiver, appare distante e poco incline a manifestare all’esterno le proprie emozioni. Le origini di questo comportamento sembrano legarsi ad un attaccamento con un genitore distante ed evitante rispetto alle richieste del bambino di soddisfazione dei propri bisogni emotivi. Il proprio comportamento viene agito più sulla base degli aspetti cognitivi, che non su quelli emotivi;

·         insicuro-ambivalente: è determinato dall’imprevedibilità della risposta del genitore che procura nei bambini una quantità crescente di disagio affettivo, ansia, tristezza, disperazione, che può suscitare una risposta di sostegno o rabbia. I bambini di questa categoria agiscono soprattutto sulla base di affetti non regolati. Il genitore in questo caso appare ansioso e intrappolato.

A questi tre stili ne è stato aggiunto un quarto individuato e descritto da Mary Main: l’attaccamento disorganizzato-disorientato che vede dei genitori con caratteristiche equivalenti, imprevedibili, incoerenti e non in sintonia che le esigenze emotive del figlio. I bambini che manifestano questo tipo di attaccamento mostrano dei comportamenti non organizzati e inusuali. Si tratta di uno stile di attaccamento che si pone all’estremo più disfunzionale rispetto a quello più sano, che è stato definito sicuro.

Anna Fata