Un sogno di relazione e... una relazione da sogno!
   
 
   
 
   

Un sogno estremamente evolutivo, oltre che molto poetico mi è stato portato di recente da una persona che seguo. Un passaggio, nell’ambito del racconto di una scena della donna con un uomo, che lei descrive come silenzioso, discreto, affatto invadente, in particolare, mi ha molto colpita: “Era lì, con me, per me, ma anche per sé” - e poi aggiunge – “Mi piaceva questa presenza così delicata, ma tanto espressiva, così carica di valore, di significato, di ‘presenza’. ‘Era’ e questo era molto importante per me. Una persona che sapeva esserci: una vera rarità”.

Quante volte ci troviamo nelle situazioni, con le persone, ma non siamo realmente consapevoli di esserci? Quante volte osserviamo le fotografie delle nostre vacanze che ci sembrano così belle al punto che viene spontaneo chiedersi: “Ma io sono stata veramente in questi luoghi..?”.

Quante occasioni di vita perdiamo, quante sensazioni, percezioni, emozioni perdiamo, mentre siamo immersi nei nostri pensieri, nelle nostre pre-occupazioni, nei nostri affanni, tutti intenti a progettare il futuro, oppure impelagati in un passato che ci imprigiona e che a tratti riaffiora e inquina il presente?

Scuotersi di dosso quanto la mente in continuazione veicola, ritornare a percepire in modo puro, limpido con i sensi, riconnettersi col corpo ed essere consapevoli del qui e adesso è possibile e rappresenta la condizione fondamentale del nostro esserci, con noi stessi e con gli altri.

E questo è particolarmente evidente in una relazione affettiva.

Troppo spesso i nostri occhi sembrano ‘abituarsi’ al già visto, al già conosciuto, e cessano di cogliere le piccole sfumature, i piccoli cambiamenti che immancabilmente si presentano. Si pensa illusoriamente di conoscere il o la partner, come per volerla incasellare. Barattiamo la nostra freschezza, la nostra vitalità per un po’ di (impossibile) sicurezza.

Ma anche questa pseudo-sicurezza non ci garantisce armonia e felicità, anzi, tutt’altro, annienta la vita e con essa la gioia, la vitalità, la passione che scaturiscono e si rinnovano ogni giorno con una persona viva e che sa di essere tale.

Essere con l’altro, quindi, è essere prima di tutti con se stessi. Solo quando si è in grado di essere presenti con tutto se stessi, quando si riesce a percepire la reale essenza del proprio esserci, a quel punto diventa del tutto naturale estendere il proprio sguardo pulito, cristallino, ricettivo, a tutto ciò che sta attorno.

Solo la vita è in grado di cogliere la vita.

Essere con se stessi, con gli altri, per se stessi e per gli altri diventano un tutt’uno: non c’è più separazione tra ciò che rende vitale me e il mio interlocutore, tra ciò che rende la mia esistenza degna di essere definita tale e quanto accade per l’altro. Siamo accomunati dal nostro esserci.

E questo anche nel rapporto affettivo: mai perdere di vista se stessi, il proprio esserci, le proprie aspirazioni, desideri, bisogni, mai annullarsi nell’altro o per l’altro. Nel momento in cui questo dovesse verificarsi, si cesserebbe di essere e, di conseguenza, anche l’altro non esisterebbe più nella sua essenza. Resterebbe solo una proiezione, una fantasia, una immagine dell’altro, secondo come ci piace figurarcelo. Quando queste verrebbero a crollare, anche noi ne saremmo trascinati e annientati. E la risalita può, a volte, essere anche molto ripida.

Per ‘essere’ non occorre fare concretamente granché, anzi, non occorre fare nulla. Per riprendere l’espressione del sogno: “tanto espressiva, così carica di valore, di significato, di ‘presenza’.

E per citare un sogno della stessa persona, a pochi giorni di distanza, che bene potrebbe simboleggiare l’essenza dell’esserci, in un modo in cui potrebbe manifestarsi (ma ce ne potrebbero essere infiniti altri): “Mi avvicino a quell’uomo che non conoscevo, con la T-shirt bianca, i capelli biondi e gli occhi azzurri, chiarissimi, limpidi, luminosi, una pelle assai luminosa e un sorriso appena accennato. Non diceva nulla, si limitava ad essere, o meglio, ad esserci. Con lo sguardo pareva in grado di sostenermi, di accompagnarmi, di veicolarmi forza, calore, sicurezza. Non mi sentivo affatto sola”.

Se è vero che in ciascuno di noi coesistono una parte maschile e femminile e che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbero essere in armonia tra loro, in questo secondo passaggio è evidente che la donna è riuscita, almeno in questo momento di vita, a raggiungere un equilibrio, seppure provvisorio, tra le due parti di sé che si sostengono e si alimentano a vicenda.

E questa è la condizione fondamentale per un buon rapporto con l’altro da sé, che evita le richieste eccessive, l’attaccamento ossessivo, ma che si limita a cogliere quel che di positivo offre il presente, lasciandosi andare al fluire delle cose, come per l’acqua di un fiume che, nella sua intrinseca saggezza, conosce la sua destinazione finale e che la raggiunge, seppur tra gorghi, turbolenze ed anse.

Anna Fata
Psicologa
Metodo ArmoniaBenessere®