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Un sogno
estremamente evolutivo, oltre che molto poetico mi è stato
portato di recente da una persona che seguo. Un passaggio,
nell’ambito del racconto di una scena della donna con un
uomo, che lei descrive come silenzioso, discreto, affatto
invadente, in particolare, mi ha molto colpita: “Era lì,
con me, per me, ma anche per sé” - e poi aggiunge –
“Mi piaceva questa presenza così delicata, ma tanto
espressiva, così carica di valore, di significato, di ‘presenza’.
‘Era’ e questo era molto importante per me. Una persona
che sapeva esserci: una vera rarità”.
Quante
volte ci troviamo nelle situazioni, con le persone, ma non
siamo realmente consapevoli di esserci? Quante volte
osserviamo le fotografie delle nostre vacanze che ci sembrano
così belle al punto che viene spontaneo chiedersi: “Ma io
sono stata veramente in questi luoghi..?”.
Quante
occasioni di vita perdiamo, quante sensazioni, percezioni,
emozioni perdiamo, mentre siamo immersi nei nostri pensieri,
nelle nostre pre-occupazioni, nei nostri affanni, tutti
intenti a progettare il futuro, oppure impelagati in un
passato che ci imprigiona e che a tratti riaffiora e inquina
il presente?
Scuotersi
di dosso quanto la mente in continuazione veicola, ritornare a
percepire in modo puro, limpido con i sensi, riconnettersi col
corpo ed essere consapevoli del qui e adesso è possibile e
rappresenta la condizione fondamentale del nostro esserci, con
noi stessi e con gli altri.
E questo è
particolarmente evidente in una relazione affettiva.
Troppo
spesso i nostri occhi sembrano ‘abituarsi’ al già visto,
al già conosciuto, e cessano di cogliere le piccole
sfumature, i piccoli cambiamenti che immancabilmente si
presentano. Si pensa illusoriamente di conoscere il o la
partner, come per volerla incasellare. Barattiamo la nostra
freschezza, la nostra vitalità per un po’ di (impossibile)
sicurezza.
Ma anche
questa pseudo-sicurezza non ci garantisce armonia e felicità,
anzi, tutt’altro, annienta la vita e con essa la gioia, la
vitalità, la passione che scaturiscono e si rinnovano ogni
giorno con una persona viva e che sa di essere tale.
Essere con
l’altro, quindi, è essere prima di tutti con se stessi.
Solo quando si è in grado di essere presenti con tutto se
stessi, quando si riesce a percepire la reale essenza del
proprio esserci, a quel punto diventa del tutto naturale
estendere il proprio sguardo pulito, cristallino, ricettivo, a
tutto ciò che sta attorno.
Solo la
vita è in grado di cogliere la vita.
Essere con
se stessi, con gli altri, per se stessi e per gli altri
diventano un tutt’uno: non c’è più separazione tra ciò
che rende vitale me e il mio interlocutore, tra ciò che rende
la mia esistenza degna di essere definita tale e quanto accade
per l’altro. Siamo accomunati dal nostro esserci.
E questo
anche nel rapporto affettivo: mai perdere di vista se stessi,
il proprio esserci, le proprie aspirazioni, desideri, bisogni,
mai annullarsi nell’altro o per l’altro. Nel momento in
cui questo dovesse verificarsi, si cesserebbe di essere e, di
conseguenza, anche l’altro non esisterebbe più nella sua
essenza. Resterebbe solo una proiezione, una fantasia, una
immagine dell’altro, secondo come ci piace figurarcelo.
Quando queste verrebbero a crollare, anche noi ne saremmo
trascinati e annientati. E la risalita può, a volte, essere
anche molto ripida.
Per
‘essere’ non occorre fare concretamente granché, anzi,
non occorre fare nulla. Per riprendere l’espressione del
sogno: “tanto espressiva, così carica di valore, di
significato, di ‘presenza’.
E per
citare un sogno della stessa persona, a pochi giorni di
distanza, che bene potrebbe simboleggiare l’essenza
dell’esserci, in un modo in cui potrebbe manifestarsi (ma ce
ne potrebbero essere infiniti altri): “Mi avvicino a
quell’uomo che non conoscevo, con la T-shirt bianca, i
capelli biondi e gli occhi azzurri, chiarissimi, limpidi,
luminosi, una pelle assai luminosa e un sorriso appena
accennato. Non diceva nulla, si limitava ad essere, o meglio,
ad esserci. Con lo sguardo pareva in grado di sostenermi, di
accompagnarmi, di veicolarmi forza, calore, sicurezza. Non mi
sentivo affatto sola”.
Se è vero
che in ciascuno di noi coesistono una parte maschile e
femminile e che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbero
essere in armonia tra loro, in questo secondo passaggio è
evidente che la donna è riuscita, almeno in questo momento di
vita, a raggiungere un equilibrio, seppure provvisorio, tra le
due parti di sé che si sostengono e si alimentano a vicenda.
E questa è
la condizione fondamentale per un buon rapporto con l’altro
da sé, che evita le richieste eccessive, l’attaccamento
ossessivo, ma che si limita a cogliere quel che di positivo
offre il presente, lasciandosi andare al fluire delle cose,
come per l’acqua di un fiume che, nella sua intrinseca
saggezza, conosce la sua destinazione finale e che la
raggiunge, seppur tra gorghi, turbolenze ed anse.
Anna
Fata
Psicologa
Metodo
ArmoniaBenessere®
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