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"Se si escludono istanti prodigiosi e singoli
che il destino ci può donare,
l’amare il proprio lavoro,
che purtroppo è privilegio di pochi,
costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra.
Ma questa è una verità che molti non conoscono."
P. Levi
Cinquanta,
sessanta e più anni fa il lavoro era prima di tutto una
necessità, spesso cogente, pressante, simbolo e sinonimo di
una ri-costruzione che passava attraverso le persone, prima
ancora che per le case e le fabbriche. Quando si conclude una
guerra si deve fare i conti con le macerie interiori, prima
ancora che con quelle esterne. La ricostruzione concreta deve
per forza di cose transitare attraverso quella intima,
profonda, deve scandagliare il dolore, le ferite e le
lacerazioni che le mine, i fucili, le bombe hanno aperto
dentro ciascuno.
E
allora rimettere in piedi i muri e il tetto di casa è
ritrovare un conforto, un calore e una protezione per il
cuore, oltre che per il corpo, ripristinare le pareti di
un’azienda è ritrovare un contenitore per la creatività
aggregata di tante persone, e per una società che può
proliferare grazie al frutto dell’ingegno e della forza di
mani, braccia, e macchinari. Arare i campi, seminarli,
raccoglierne i frutti è tornare al ritmo cadenzato delle
stagioni, e all’armonia dell’animo, che necessita di tempo
per osservare, evolvere, crescere, maturare, dentro e fuori di
sé.
La
connotazione di lavoro è notevolmente cambiata negli anni: da
attività faticosa, pesante, prevalentemente di braccia e
gambe, sta diventando sempre più una dimensione asettica,
frammentata e frammentaria, in cui ogni individuo coglie e
vive, spesso nell’inconsapevolezza e nella
spersonalizzazione, un passaggio, in cui non viene messo nelle
condizioni di cogliere il tutto. E questa frammentazione
esteriore si ripercuote inevitabilmente dentro.
Quanta
derealizzazione interiore, quante mancate relazioni negli
uffici e nelle fabbriche, quanti conflitti, quanta sensazione
di spazio e tempo invaso da attività, persone e ruoli con i
quali si sente di non avere alcunché da spartire.
A
fronte della sempre più insistente richiesta non
esclusivamente di un posto di lavoro adeguato agli studi,
all’esperienza, alle capacità personali, e con un compenso
direttamente proporzionale a quanto si offre, l’offerta pare
essere sempre meno in grado di soddisfare queste domande che
sembrano sottendere una rinnovata ricerca di un’occasione
per potersi esprimere, realizzare e offrire un contributo
attivo su un piano sociale.
Il
lavoro non si presenta più come mero strumento di
sopravvivenza, il tempo post bellico è stato abbandonato da
un pezzo. Quando le necessità materiali, nel complesso,
vengono coperte, si crea spazio per lo scaturire di altri tipi
di domande. Che, per forza di cose, devono poter avere una
risposta, pena la frustrazione, la rabbia, la depressione,
l’annullamento di colui che sta chiedendo, che non si sente
riconosciuto nella sua umanità di persona, prima ancora che
di lavoratore.
Dal
passato, ad oggi
Il
mondo professionale a lungo ha sedotto con la sua promessa
allettante di successo, ricchezza, visibilità, prestigio –
si pensi a tal proposito all’immagine del manager rampante
anni ’80-’90. E per un po’ sembrava che questa formula
potesse funzionare, che fosse in grado di soddisfare le
richieste più o meno esplicite e latenti di chi cercava
lavoro. Ma, forse, quest’ultimo stesso non rivelava
pienamente e completamente le sue aspettative, di fronte a se
stesso, così come ai colleghi e ai superiori.
E,
così, i ritmi di vita sempre più frenetici e pressati hanno
decisamente logorato le impalcature personali, sociali e
professionali al punto che un universo di beni e servizi di
produzione continua non poteva più non solo essere assorbito
dai potenziali utenti, ma lasciava scoperti quesiti che nel
frattempo, silenziosamente, qua e là s’affacciavano.
Domande di autenticità, trasparenza, chiarezza, essenzialità,
centralità e rispetto della persona, delle istituzioni e
dell’ambiente, tanto per cominciare.
Un
mondo troppo lucido, gridato, basato sulla velocità,
l’apparenza, il consumismo sfrenato rendeva sempre più
insoddisfatti. Avere tutto, ma perdere se stessi. Un numero in
costante crescita di persone ha cominciato a non riconoscersi
più in questa modalità. E ha iniziato a cantare (e lavorare)
fuori dal coro. E un nuovo movimento s’è avviato. Lento, ma
inesorabile e radicale.
L’ambito
professionale è divenuto via via una delle tante occasioni -
forse la più importante e sentita, anche in virtù delle ore
che impegna ogni giorno, così come della separazione sempre
più sfumata che lo distingue dalla vita intima e privata,
grazie ai sistemi di ‘home-office’, così come per una
dimensione esistenziale che si orienta sempre più verso una
riunificazione dell’essere umano – per l’espressione di
sé, la realizzazione della propria persona e l’adempimento
della propria vocazione di vita. Anche perché pare che
gl’imprenditori e i professionisti di successo possano
vantare tra le diverse chiavi del loro profitto e
soddisfazione personale e lavorativa proprio il fatto che si
sentono intimamente chiamati a compiere quel che stanno
facendo, come se fosse un compito ‘sacro’ a cui è stata
votata la loro intera vita.
Come
detto in precedenza, il mondo professionale non è più
prerogativa semi assoluta dell’uomo, e a maggior ragione in
questa nuova accezione più ampia, umana e totalizzante che si
sta delineando può e deve lasciare altrettanto spazio alla
controparte femminile. Solo chi vede il lavoro come strumento
di mera sopravvivenza può sentire come minacce le nuove leve,
giovanili o femminili che possano essere, e non come valore
aggiunto, oltre che diritto, al pari del proprio, per uno
spazio espressivo e realizzativo della propria persona che
anche loro a pieno titolo rivendicano.
E’
chiaro che nella misura in cui il lavoro assume su di sé una
connotazione di significati e di valori così ampio,
articolato e profondo, trovarsi nell’impossibilità di
svolgerlo provoca delle ripercussioni socio personali ben più
ampie che non la minaccia della mera sopravvivenza materiale
per sé ed eventualmente i propri cari, la riduzione del Pil,
e la contrazione dei consumi. Siamo di fronte ad una crisi
dell’individuo. Siamo al cospetto di una messa in
discussione della sua stessa esistenza e delle ragioni, del
senso del suo stesso esistere, essere, ed esserci.
Ma,
allora, che fare?
Le soluzioni proposte da uno Stato socio
assistenziale si è visto che alla lunga non reggono il peso
di domande in crescita costante, in qualità e quantità. E
soprattutto incancreniscono una tendenza fin troppo pervasiva
ad alimentare un atteggiamento di dipendenza filiale in chi vi
si rapporta. La persona, così, non diventa mai adulta. Non si
assume le sue responsabilità, non si avvale del suo margine
di libertà – definita tale solo all’interno di un
riconosciuto, assunto e perseguito progetto esistenziale che
la Vita affida a ciascuno di noi – per portare a compimento
la sua missione. Ma, così, facendo s’imprigiona nel ruolo
di vittima, che ha bisogno sempre di un soccorritore, di un
buon genitore che le offra ciò di cui ritiene di aver
bisogno. Senza rendersi conto che avrebbe già tutti gli
strumenti e le risorse per poterselo procurare. Con ampia
soddisfazione per sé, e beneficio per la collettività.
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