Al di là della speranza
   
 
   
 
   

Varcano la soglia del mio studio numerose persone, tra curiosità, stupore, tristezza, gioia, dolore, ma tutte sono accomunate da un elemento: la scomparsa della speranza. E ancora non sanno che proprio qui sta la benedizione. Mentre quell’incontro, ai loro occhi, rappresenta l’ultimo barlume, oltre il quale, il baratro.

Nei loro occhi si scorge lo smarrimento, la difficoltà ad orientarsi in un territorio del tutto nuovo in cui raramente hanno avuto accesso, perché con le proprie speranze, i semi gettati nel terreno, a lungo coltivati, in vista di un raccolto nel futuro, hanno scarsa o nulla dimestichezza con l’essere nel presente. Tutto quel che hanno fatto, e buona parte della loro identità, è stata proiettata in un momento a venire: quando sarò laureato, sposato, promosso sul lavoro. Mai nel presente.

Oppure radicato nel passato, con il raziocino mentale che quel che si è nel presente è frutto di quel che è stato e smarrirlo significa perdere una parte di sé e della propria identità. Ma in questa disposizione, portata all’estremo, è insita una distorsione profonda.

Rende bene un esempio vissuto da un paziente in tal senso.

Spesso, la necessità di fare ordine dentro se stessi ha un corrispettivo anche fuori: che scaturisca prima da una parte o dall’altra, poco cambia, il parallelismo e le risonanze restano.

Da persona che tende a conservare, accumulare, un po’ per motivi affettivi, un po’ per una forte insicurezza proiettata nel futuro – “Un giorno potrebbe tornarmi utile!” – aveva conservato ogni sorta d’oggetti, in casa, in soffitta, nella cantina, nel garage, al punto che i nuovi acquisti risultavano stipati nei rari spazi rimasti vuoti con estrema difficoltà.

Un delicato passaggio di vita affettiva e professionale lo ha messo di fronte alla necessità di superare alcuni schemi e situazioni, ma egli era perfettamente consapevole che, proprio come accade quando si deve attraversare un guado lo si deve fare con leggerezza, coraggio e decisione, qualcosa, anzi molto, nel suo caso, doveva essere lasciato andare.

E così, in un moto di decisione e d’intraprendenza si è chiuso in casa per tre giorni. Il lavoro è stato immane, faticoso, a tratti emozionante, per certi versi lacerante. Ma la soddisfazione che ne ha riportato a posteriori nel tornare ad essere ‘padrone’ della propria vita e dei propri spazi, che aveva lasciato invadere da cose che non gli appartenevano più e che avevano compiuto il loro corso, è stata ripagante.

Qual è, dunque, il legame tra dolore, speranza, e rinnovamento di sé?

Abbiamo visto come tutto di noi ci distoglie dal presente, dall’adesso, da quell’unico momento in cui ci è dato vivere, agire, essere noi stessi. Abbiamo visto come spesso il passato risulta così massiccio da riempire il momento attuale. Ma anche il futuro in tal senso, le nostre fantasie, proiezioni, illusioni, speranza giocano un ruolo notevole.

Arriva però un giorno in cui, un dolore, fisico, emotivo, spirituale, in qualsivoglia forma possa essere, improvvisamente ci scaglia nel presente: tutto s’annulla, quel che avrei dovuto, voluto essere o fare scompare, non ci offre possibilità di replica. E’ così e basta. Che ci piaccia o meno.

E allora sofferenza su sofferenza. Interviene la ribellione, il ‘perché proprio a me’, il senso d’ingiustizia. Ma così facendo non si fa altro se non perpetrare il dolore e procrastinare quel momento di svuotamento e di passaggio. Chi siamo per giudicare se quel che ci ‘capita’ – che è ben diverso da quel che, inconsciamente, ci andiamo a cercare noi – è giusto o sbagliato? E, al limite, chi o cosa ci attribuisce il ruolo di giudici?

Questa continua separazione tra opposti, giusto-ingiusto, piacevole-spiacevole, non fa altro se non perpetrare la sofferenza.

Esiste un limite in cui i confini sfumano, in cui bene-male non sono più separati, ma una condivisione della medesima natura, e questo può accadere solo nel presente.

Se è vero che la scomparsa della speranza, in cui siamo stati immersi fin dalla nascita – in fondo siamo il frutto di nove mesi d’attesa, ma di altrettanti, se non forse anche di più di creazione mentale dell’immagine di noi e di concepimento da parte dei nostri genitori, e la società di cui siamo parte a sua volta contribuisce facendo delle proiezioni future, dal meteo all’economia, il suo pane quotidiano – crea nell’immediato sconcerto, smarrimento, come quando ci si trova a frenare bruscamente, in modo inatteso in auto, è anche vero che questo svuotamento di senso, questo alleggerimento del bagaglio e della casa interiore, permette il sorgere di qualcosa d’altro. Qualcosa che alberga nel presente, qualcosa che difficilmente se si è radicati nel passato o nel futuro si vive: la fiducia.

E’ come un sottile, tacito moto di fede nei confronti della Vita: io mi affido, sapendo che sarà comunque per il meglio. E, val la pena precisarlo, è un moto del sentire, non del ragionare, che si fonda sui fatti ed è in grado di creare un legame, che prima di tutto alberga in se stessi, con se stessi, per poi aprirsi all’Altro da sé.

Può sembrare a prima vista paradossale, ma è dalla de-costruzione di sé che può esprimersi la nostra più reale e autentica Essenza.

Anna Fata