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Sono
sempre più stupita di quanto le filosofie e le religioni
orientali abbiano dei punti in comune con la psicologia.
Prendiamo,
ad esempio, l’amore.
Osho
afferma che l’amore non è un fenomeno che possa essere
confinato, si può tenere nella mano aperta, ma non nel pugno:
appena si chiudono le mani esso si dilegua.
Il termine
amore,in inglese “love”, deriva dal sanscrito “lobha”
che significa avidità. Una volta che viene assimilata,
digerita, l’avidità si trasforma in amore. L’avidità
incorporea, tende al possesso; l’amore condivide, dona,
senza chiedere nulla in cambio. Esiste un processo
all’interno di noi che ci permette di passare
dall’avidità all’amore.
Per poter
donare dobbiamo avere qualcosa da offrire, ma, a volte (e, in
alcuni casi, mai), questo non è possibile. Tutto parte
dall’amore nei propri confronti.
Amare se
stessi significa rispettarsi, non condannarsi, non giudicarsi,
non farsi del male, implica rispettare quella forma di
spiritualità, quella forma di trascendenza che va al di là
di qualsiasi specifico credo religioso, che alberga in
ciascuno di noi: la nostra esistenza qui e adesso è motivata
da un Volere supremo ed è espressione di un Amore che ci è
stato donato.
Amare se
stessi significa poter contemplare se stessi, la propria
esistenza ed il proprio Esserci.
L’amore
verso di sé deve essere seguito dall’osservazione di sé:è
l’amore per se stessi che pone le basi per conoscersi.
Conoscersi è un atto di amore nei propri confronti, significa
dedicarsi spazio, tempo e attenzione. La meditazione, cioè il
mettere la mente, intesa come creazione sociale, da parte,
può essere uno degli strumenti per realizzare questo. Allo
stesso modo, anche la psicoterapia può essere un mezzo per
aumentare l’autoconsapevolezza.
Contrariamente
a quanto socialmente e culturalmente trasmesso, essere
egoisti, cioè centrati su di sé, che implica essere
soddisfatti, felici, è fondamentale per poter essere
altruisti. Avere qualcosa dentro di sé da donare, qualcosa
come la gioia, la felicità, l’amore che si sentono
traboccare è naturale che fluiscano anche all’esterno verso
gli altri. Sono forme di energia che in completa naturalezza
noi lasciamo scorrere anche verso gli altri. Se, al contrario,
siamo infelici, insoddisfatti un eventuale altruismo che
potremmo mostrare non sarebbe autentico, sarebbe un modo per
non pensare a noi stessi, un dovere, una formalità,un
sacrificio.
Spesso si
tende ad utilizzare una definizione non corretta di amore. Non
è una forma di bisogno, di carenza, come accade per il
neonato che necessita di una figura di riferimento che
soddisfi le sue necessità, senza la quale non potrebbe
sopravvivere. Al contrario, l’amore autentico è dono
incondizionato, abbondanza, è un avere così tanta vita
dentro di sé che è fin “troppa” per se stessi ed è
spontaneo condividerla. Anzi, il vero dono lo offre chi riceve
tale amore. In ogni caso, una persona che ha così tanto da
offrire vive ed è felice anche senza che ci sia nessuno che
riceva: è come un fiore in una foresta: c’è, esiste,
risplende anche senza che vi sia alcuno che lo possa ammirare,
il riconoscimento da parte di un altro è accidentale, è un
di più. Il mero fluire della vita, della gioia dell’amore
è ciò che riempie e rende felici.
L’amore
non è dipendenza, non è qualcosa che quando non ci viene
donato ci svuota, non è ricatto, non è una forma di potere,
non è un oggetto di contrattazione.
L’amore
è come un’aurea che nasce da dentro di noi e che ci
circonda: se non lo si possiede, lo si chiede ad altri e si
diventa dipendenti. In questo caso, l’amore non sarà mai
abbastanza e le aspettative nei confronti degli altri non
saranno mai realizzate.
Ecco,
quindi, ancora una volta
si impone la necessità di imparare prima a
stare da soli con se stessi e poi con gli altri. A quel
punto si sarà in grado di stare con altre persone in una
forma di unità che non distrugge, ma anzi fortifica
l’individualità di ciascuno e incita alla libertà. Se non
si è in grado di stare da soli ci si imporrà di stare con
gli altri, ma questo risulterà soffocante, costrittivo,
perché limiterà la propria libertà a causa di una personale
incapacità. E l’odio, la rabbia, il disprezzo neo propri
confronti quasi inevitabilmente verrà rivolto non solo contro
se stessi, ma anche verso chi ci circonda, innescando un
circolo vizioso di sentimenti negativi.
Spezzare
questa catena è possibile, partendo da se stessi, mettendosi
al centro del proprio cammino emotivo, spirituale, fisico e
sociale che vede negli altri dei compagni di viaggio,
altrettante persone alla ricerca di se stesse con le quali è
possibile una parte più o meno ampia della propria esistenza.
Tra queste persone, poi, diventerà più semplice, una volta
che ci predisporremo interiormente all’incontro, al dialogo,
allo scambio, sarà più probabile incontrare una persona con
cui instaurare un legame preferenziale, più profondo e
duraturo.
L’importante,
come ci insegnano i maestri zen, è “lasciare che sia”.
Anna
Fata
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