Temporali d'estate
   
 
   
 
   

I temporali hanno sempre intimorito e affascinato al tempo stesso il genere umano.

Da una parte la fuga, la ricerca di riparo, il calore, dall’altra l’osservazione, silente, stupita, meravigliata, attonita, di fronte ad uno sprigionarsi così ingente, maestoso e impetuoso d’energia, le cui ragioni e modalità restano solo in parte spiegate.

E non c’è previsione che tenga: luogo, orario preciso, in cui si manifesteranno ancora oggi non è possibile stabilirlo. Si può ipotizzare una previsione di massima, nulla più. Il resto è, e con ampia probabilità, resterà non predicibile.

Si parla tanto, in meteorologia, come in letteratura, di quiete dopo la tempesta, forse per contrapposizione, ma si tende a trascurare il momento di sospensione, di quiete, prima che questa si manifesti. C’è chi non s’accorge neppure del sorgere di un fenomeno così impetuoso, tutto preso com’è dalle sue faccende quotidiane, e che, invece, all’opposto, si premura per tempo d’avere l’abbigliamento adatto o un luogo sicuro e asciutto ove ricoverarsi. Ed è soprattutto quest’ultimo che ha maggiormente la sensibilità e l’accortezza di restare quasi col fiato sospeso, in riverente e rispettoso timore di quell’evento che sta per verificarsi.

Prove generali.
Primi lampi.
Qualche tuono, 
in lontananza, 
che s’appropinqua progressivamente.
Sempre minore 
lasso temporale, 
tra un tuono e l’altro.
Segno manifesto
e concreto
dell’inizio imminente
dello spettacolo.
Posto in prima fila, 
per chi lo gradisce.

Come si può non restare a bocca aperta di fronte ad una commistione di elementi naturali: l’acqua, che scende in abbondanza, che oscura l’orizzonte con la sua consistenza e quantità, il fuoco, che tra lampi e tuoni, infiamma gl’animi, le case e le piante che va a colpire. Non è un evento democratico, non discrimina tra giusto-ingiusto, buono-cattivo, colpevole-innocente. Non si pone neppure la questione.

Colpisce dove deve colpire, dove lo conduce il vento, e l’impeto del momento.

Dice tutto quel che deve dire, che ha serbato in sé per lungo tempo, come quel calore che è rimasto accumulato nelle pieghe dell’asfalto, tra i coppi dei tetti, e la superficie del mare, surriscaldato da un sole che s’è susseguito imperterrito e implacabile per giorni.

Non c’è più pudore, né ritegno. Quando si mette in gioco, gioca fino in fondo. Non trattiene alcunché in sé. Quel che c’è da esprimere lo esplicita fino all’ultima goccia. 

Nulla a che spartire con le pioggerelline autunnali, che possono permanere pressoché inalterate nel loro flusso per giorni, con quel procedere cadenzato e paziente, come stalattiti e stalagmiti che si formano, goccia dopo goccia, con quella perseveranza che solo la natura sa dimostrare. 

Forse è anche per questo che i temporali suscitano emozioni e sentimenti così ambivalenti: tra amore e odio, fascino e terrore, impossibile restare loro indifferenti. E’ il ritorno all’istinto, all’immediatezza, alla forza grezza e bruta, non mediata dal raziocino, dal calcolo dei risultati, dall’ipocrisia delle buone maniere, dal timore di sgualcirsi gl’abiti. 

Chi non desidera, in fondo, in fondo, manifestarsi per quel che è? Chi non ha sperato, almeno una volta nella vita, di poter esprimere a bruciapelo quel che ha dentro, oppure quel che cova in sé da anni, ma che non osa estrinsecare per timore del giudizio, proprio e altrui?

Che liberazione, che leggerezza, che senso di soddisfazione intrinseca al termine di uno sfogo d’acqua e tuoni, come sentirsi ripuliti dentro, alleggeriti da tanti pesi indigeriti. E non solo il sole può sorgere dopo e il cielo tornare a riaffacciarsi, più puro e luminoso di prima, ma l’arcobaleno che spesso l’accompagna ci parla di una manifestazione totalmente nuova che il sole in sé non avrebbe mai potuto creare.

A volte si deve distruggere, per poter tornare a creare. Su basi completamente nuove. 

Anna Fata