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Dove
sta il confine tra il coraggio e l’incoscienza, tra il senso
di responsabilità e di irresponsabilità?
Il
coraggio per definizione è quella forza d’animo
nell’affrontare il pericolo, nell’intraprendere situazioni
difficili, nel sopportare con serenità dolori e sofferenze.
Comporta una scelta deliberata e responsabile.
In
questo senso, il coraggio presuppone un’ampia quota di
consapevolezza, a cui però immancabilmente si aggiunge una
parte di non coscienza, un non sapere come e dove si andrà ad
approdare. Che coraggio sarebbe se fin dall’inizio si
potesse conoscere l’esito delle proprie azioni, se tutto
fosse previsto, prevedibile, controllabile, lineare?
E
come si concilia la coscienza con la responsabilità? Se so,
se sono consapevole, sono in grado di attuare delle scelte in
cui posso decidere fino a che punto compromettermi, mettermi
in gioco, rischiare.
Così
come non è possibile una coscienza assoluta, altrettanto vale
per la responsabilità: c’è sempre e comunque una quota di
imponderabile nella vita tale per cui non è possibile sapere,
pre-vedere, controllare, ed essere responsabile di tutto.
Questa
constatazione non deve però rappresentare un alibi per una
non azione, una delega della propria vita, oppure per azioni
irresponsabili e scarsamente meditate circa le loro
conseguenze: si dovrebbe provare a trovare ogni volta un
equilibrio tra i due estremi, non farsi paralizzare
dall’inedia, dalla passività, dalla rinuncia a priori, così
come al contrario darsi ad un’azione senza freni, del tipo
‘adesso o mai più’, dettato dall’angoscia e dalla
di-sperazione.
Assumersi
le proprie responsabilità senza farsene schiacciare, forse
questo è il nodo centrale. Non rifugiarsi dietro le
responsabilità come scusa (non faccio questo perché
altrimenti mia moglie, i miei figli, i miei genitori, ecc.)
per abdicare alla propria vita ed autonomia, ma neppure
misconoscerle, abiurarle. Trovare, ancora una volta, un
compromesso tra quel che posso, voglio e devo fare. Che detto
altrimenti potrebbe essere: un equilibrio tra Io reale, ideale
e normativo.
Le
responsabilità, prima di tutto nei confronti di noi stessi,
oltre che verso gli altri, e in senso più ampio della società
di cui siamo parte ci vincolano e ci liberano allo stesso
tempo. Costituiscono un contenitore entro il quale muoversi:
conosciamo lo spazio, le pareti, le ‘regole’ entro le
quali tutto è possibile, ma oltre le quali si invade gli
altri. Le responsabilità, in ultima analisi, sanciscono la
nostra libertà, libertà di pensare, agire, sentire, amare,
vivere.
Come
mai, dunque, tanta allergia, da una parte, verso le proprie
responsabilità e dall’altra tanto ricorso ad esse?
C’è
una matrice comune, solo all’apparenza paradossale, ed è il
coraggio di essere se stessi, liberi, capaci di godere di
un’esistenza piena e pregna di significato e valore per noi
stessi, che in alcune circostanze ci viene a mancare.
E’
la paura di essere felici, di sapere, di sentire che anche noi
abbiamo diritto a tutto questo. Ciascuno di noi porta con sé
debiti e doveri che ha contratto nel processo di discendenza
generazionale, che si sono accresciuti nel tempo con
l’accumulo anche di interessi e penali al punto che una sola
vita non è sufficiente per effettuare il saldo. Ansie, sensi
colpa, vissuti di prigionia, di soffocamento sono alcune tra
le manifestazioni più comuni che possono verificarsi e per le
quali fatichiamo a trovare un valore simbolico.
Rendersi
conto che ciascuno di noi ha sempre fatto il possibile per sé
e per chi sta intorno può essere liberatorio. Il proprio
meglio potrebbe non essere stato il ‘bene’, ma le
intenzioni erano quelle.
Alla
luce di questa presa d’atto, i debiti, le penali svaniscono
come neve al sole: facciamo quel che possiamo, lo doniamo col
cuore, nulla ci è dovuto. Riconoscere i propri limiti e ancor
più le possibilità ci mette nelle condizioni di utilizzarle
al meglio per un processo di crescita individuale, sociale e
ambientale a cui siamo chiamati a contribuire in modo libero,
responsabile, coraggioso e anche un po’.. in-cosciente.
Anna
Fata
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