Sull'umanità dei curanti
   
 
   
 
   

Note a margine del vivere una professione accanto alle persone

Il mio percorso umano e professionale è iniziato una ventina d’anni fa. Ero molto, molto giovane. Ma, dentro, avevo già vissuto tanti conflitti, sofferenze, piccoli, grandi dolori che, prima o poi, chi più, chi meno, ciascuno di noi si trova a dover affrontare.

Al di là dei titoli, degli onori e delle onorificenze, quel che mi ha segnata maggiormente in termini evolutivi sono stati gl’incontri con alcune persone di riferimento. Un po’ maestri, un po’ curanti, un po’ terapeuti, un po’ compagni, un po’ amici. Ma, prima di tutto, e soprattutto, umani, molto umani.

Ho imparato tanto da loro. Forse perché non hanno mai preteso d’insegnarmi alcunché. Non si sono posti come profeti, né guru, come docenti, né asceti, ma semplicemente come persone con un po’ più d’anni e d’esperienza, su un medesimo piano umano rispetto al mio, pronti ad accogliere, rispettare e discutere quanto a mia volta potevo portare nel mio piccolo.

Potrei citare un’infinità di scene istruttive ed eloquenti in tale processo. Ne porterò solo alcune a mo’ di esempio, che come tali mi hanno ispirata nel mio pormi professionale e hanno avvallato alcune convinzioni di fondo che nel corso degl’anni si sono approfondite e consolidate. 

Chi opera nell’ampio mondo professionale della cura, prima di tutto, ha qualcosa di se stesso da curare. Che poi, nella migliore delle ipotesi, si estende ad una cura verso il proprio prossimo, e, poi, all’umanità intera. In realtà, la distinzione è solo per convenzione. Si tratta di un percorso complesso, concatenato e in ampia parte sovrapposto tra cura di sé, dell’altro, del mondo. Ed è un processo che, verosimilmente, non ha mai fine finché siamo in questo corpo materiale.

Ricordo uno dei miei due analisti – si trattava di un periodo in cui stavo effettuando ben due percorsi paralleli! – dopo alcuni anni di affiancamento, per motivi di salute, illustrati ed esplicitati, mi disse che non mi poteva più seguire. Al di là dell’iniziale senso di dispiacere, di scoramento e di abbandono che questa comunicazione evocò in me, quel che poi, a breve, scaturì in me fu un profondo senso di compassione per il suo stare male e di rispetto per un’umanità a suo modo fragile che in quella scena si stava svelando.

 

Quando, a distanza di anni, mi trovai io in quelle condizioni, di dover sospendere la mia attività per circa un mese per motivi di salute, mi trovai, senza esitazioni, a dichiarare apertamente ai miei clienti le ragioni di quella scelta. E quel che ne ricavai fu altrettanto rispetto, accoglienza, accettazione. Oltre ad una maturazione interiore delle persone che passava attraverso una maggiore accettazione della loro stessa umanità e dei loro stessi limiti, ma che ha anche contribuito a rafforzare la loro capacità d’incedere, per un breve periodo, con le loro gambe senza eccessive difficoltà.

Altra scena.

Nei vari corsi e percorsi di formazione classica ci viene insegnato il distacco, la distanza, al limite della freddezza. Non ci sembra vero, molti di noi prendono tutto ciò alla lettera, e si celano dietro i loro titoli, ruoli, tecnicismi, cercando di mantenere una sorta di controllo e di potere che, in realtà, è alquanto precario e di sicuro deleterio per chi sta dall’altra parte. Non solo la dipendenza è sempre in agguato, ma quel processo di accettazione profonda, quel processo di umanizzazione che passa attraverso una completa manifestazione di sé, quasi paradossalmente, difficilmente riesce ad esplicarsi. 

Troppo spesso facciamo confusione tra il farsi coinvolgere e il farsi travolgere. Il coinvolgere è l’abbracciare, metaforico, simbolico, e, perché no, se necessario, a volte anche concreto, ed è funzionale ed indispensabile ad un rapporto di cura – e sottolineo di cura, intesa come avere a cuore - , mentre il travolgere è il farsi trascinare via, mai auspicabile, né raccomandabile.

Troppo di frequente confondiamo questi due estremi. E ci arrocchiamo sulla difensiva. Siamo i primi a temere la nostra umanità.

Chi, invece, vive il processo di cura come percorso verso una crescente umanizzazione sente che la sua personale sofferenza è uno strumento necessario quasi quanto quella altrui per entrare in sintonia con chi sta di fronte. Nella mia esperienza mi sono resa conto che le sedute meglio riuscite sono proprio quelle in cui riesco a farmi attraversare da tutto quel che c’è, di mio e dell’altro – facendo ben attenzione a tenere distinte le due percezioni - , non trattenendo alcunché, né rifiutando alcuna cosa.

La vera umanità passa attraverso il non avere timore, di vivere, di essere quel che si, di manifestarsi per quel che ci si sente dentro. Chi si rapporta ad un curante che non ha vissuto tutto questo, o, meglio, che non sta vivendo un professo di questo tipo, che di fatto si prolunga per tutta la vita, non si potrà mai sentire accolto al cento per cento, potrà percepire capacità tecniche, preparazione, gentilezza, ma non quella cordialità che nasce dal cuore, non quella compassione che scaturisce dal portare insieme gli stessi pesi, che nascono da un vivere comune. Ogni persona che soffre e che gioisce sta vivendo la stessa cosa.

Ed è sulla base di tutto questo che il processo di cura si esplica.