Un viaggio chiamato vita
   
 
   
 
   

Nella vita si compiono tanti giri, imbocchiamo tanti vicoli che poi si rivelano senza uscita, per poi tornare dove siamo partiti.

Lo sgomento può essere immenso: “Ma come, sono ancora qui..? Mi sembrava di essere arrivato tanto lontano, e invece…”

A volte è il senso di immobilità, di stasi, che ci angustia: ci muoviamo, ci diamo da fare, ci sforziamo affinché tutto resti com’è. Di giorno tessiamo la tela, come Penelope, quasi per mettere a tacere la coscienza di fronte a noi stessi (e a volte anche di fronte agli altri), di notte la disfiamo. A che pro?

Vivere il cambiamento, accettare che non esistono certezze, tranne il proprio esserci qui e ora, può spaventare. Un senso di angoscia, di vuoto, di ansia divorante si impossessa di noi, noi che siamo più orientati al fare la punto che il nostro essere appare come un giardino incolto. Nessuno può occuparsene al posto nostro.

Prendersi cura del nostro giardino interiore necessita di tempo, pazienza, capacità di cogliere e rispettare i piccoli dettagli, di non dare nulla per scontato, di lasciarsi stupire dalle innumerevoli manifestazioni di vita. E’ proprio quando ci si illude di conoscersi, di avere messo tutto a posto che occorre ri-cominciare da capo: potare gli alberi, recidere i fiori appassiti, rispettando allo stesso tempo i nuovi boccioli, le api, le cicale, le coccinelle che si avvicendano incessantemente.

E ogni fiore che sboccia è un nuovo fiore, un miracolo che si ripresenta, che la natura ci dona e che noi siamo invitati a cogliere. Allo stesso modo accade nel viaggio, viaggio fuori, ma anche dentro di noi: ri-vedere, ri-vivere quello che crediamo sia lo stesso paesaggio nelle diverse stagioni dell’anno, all’alba o al tramonto, da soli o in compagnia, ogni volta è uno scenario differente. Questo è il vero senso e il valore del viaggio. Iniziare ogni volta da capo, come fosse sempre la prima volta. E di fatto è così, ma ce ne dimentichiamo, ci fa più comodo, in nome delle nostre pseudo-sicurezze ci perdiamo il piacere della scoperta, dell’ignoto.

Una situazione simile la viviamo anche quando ci rapportiamo ad un’altra persona: ci illudiamo di conoscerla, pensiamo che sia prevedibile, familiare, magari anche noiosa. Perdiamo l’altro, in questo meccanismo perverso, egli diventa qualcosa d’altro, non più se stesso, ma una proiezione di noi, dei nostri fantasmi, della nostra immaginazione. Quello che chiamiamo amore diventa una scelta di comodo, una routine in cui prevale il “né con te, né senza di te”. Il desiderio, che di fatto è imprevedibilità, libero fluire, diluibile e differibile nel tempo, si riduce a mero bisogno di soddisfare gli istinti. Il meccanicismo si impossessa dell’individuo, ma, per riprendere la metafora del giardino, è come passare con una mietitrebbia in un giardino all’italiana. Risultato: una devastazione, un appiattimento totale. Ma, del resto, se si riserva questo trattamento a se stessi, come potrebbe essere diverso con gli altri?

Allora, continuiamo il nostro viaggio dentro e fuori di noi, da soli, e/o in compagnia, cerchiamo di essere costantemente aperti, ricettivi di fronte agli stimoli che provengono da dentro e fuori di noi. Ricordiamo e rivalutiamo il valore del viaggio inteso come spostamento, evoluzione, crescita, maturazione e non solo il raggiungimento della meta, che costituisce una parte del tutto.

Non forziamo i tempi, impariamo a riassaporare il valore di ogni istante: a che serve viaggiare se ci si perde la bella vista dei paesaggi, i profumi, il tepore del sole, gli accenti delle parlate locali, la carezza della brezza sul viso, il perdersi e il ri-trovarsi?

Curiamo la capacità di fermarci: le soste sono a pieno titolo parte del viaggio, le effettuiamo per la nostra auto, per fare il pieno, rabboccare l’olio, e non le concediamo a noi stessi, per il mero piacere di sciogliere le gambe, respirare aria fresca, bere un caffè caldo?

Evitiamo di giungere alla fine del viaggio per poi chiederci con un pizzico di disappunto e delusione: “Era tutto qui?”, o di rivedere le foto scattate tra lo stupore e la meraviglia, esclamando: “Splendido, ma io dov’ero?”. Noi non c’eravamo, presi da mille pensieri, preoccupazioni, fantasie e ci siamo persi il piacere del presente.

E allora provvediamo per tempo a concederci una libera alternanza di movimenti e di stasi, di avanzamenti e di retrocessioni, lasciando a casa, pensieri, pre-occupazioni, etichette, aspettative, allora sì che sarà molto più di quel che ci si aspetta.

Anna Fata