Uomini al bivio
   
 
   
 
   

Sempre più di frequente, nella vita e nel lavoro, mi capita di venire a contatto con un universo maschile smarrito, ferito, rifiutato.

La reazione più comune che ne deriva è la chiusura, la durezza, il distacco, al limite del cinismo, di un’amarezza che tutto contamina che lascia ben poco spazio alla speranza di un cambiamento.

Lungi da me qualsiasi generalizzazione sociologica, che a mio avviso avrebbe scarsa utilità, specie quando si desidera capire cosa giace dietro questa situazione.

Lo sguardo va immediatamente a finire sulla controparte femminile, molto spesso accusata di essere egoista, prepotente, arrivista, opportunista. Forse le donne hanno imparato a definire i loro limiti, a dire no, o semplicemente a rispettare maggiormente se stesse, rafforzando così il maschile che è in loro. Il femminile, infatti, è fatto di apertura, accoglienza incondizionata, ricettività, riposo, il maschile di definizioni, confini, azioni. Ammesso che le donne possano avere accentuato il loro lato maschile, siamo proprio sicuri che gli uomini abbiano nel frattempo coltivato a sufficienza il loro lato femminile?

Non è più tempo per le divisioni, le contrapposizioni, il paradigma olistico ci parla di connessioni, coesioni, interscambi, in cui dare e avere diventano un ciclo continuo in cui risulta arduo distinguere tra chi dà e chi riceve. Allo stesso modo appare prioritario riconoscere, riappropriarsi e tornare a vivere la multidimensionalità che caratterizza l’essenza di ciascuno di noi.

Rapportarsi all’altro, all’altro sesso, ancor più nello specifico, è un gesto per conoscersi e ri-conoscersi, per accedere all’altro, ma anche a se stessi, in un processo continuo in cui la sovrapposizione tra agente e agito, osservatore e osservato, rende artificiosa la distinzione.

E allora, come fare ad avere un buon rapporto con l’universo femminile (o maschile), se prima non si prende in esame il proprio femminile (o maschile)? Come si fa a chiedere, o al limite pretendere, l’accoglienza femminile, se prima non la si è sviluppata in se stessi e non la si è agita nei propri confronti?

Ciascuno ha la sua storia, i suoi vissuti, e non è questa modesta riflessione l’ambito per scendere nelle dinamiche e nel percorso, del tutto personale, che caratterizza ciascuno di noi e in cui si ritrovano i perché di questa situazione. Quel che qui si vuole sottolineare è che un incontro con l’altro è sempre un incontro sia con sé, sia con l’altro da sé, che oltre ad essere se stesso, funge anche da specchio del nostro essere, che ci piaccia o meno. Anzi, forse è proprio il non risultarci particolarmente gradito che dovrebbe indurci ad una riflessione su noi stessi, prima ancora che sull’altro.

Mettersi in discussione viene prima del mettere in discussione l’altro. Che diritto abbiamo sull’altro?

Non possiamo trovare nell’altro quel che non abbiamo già rinvenuto in noi. Non possiamo ricevere quel che non siamo disposti ad accogliere, e anche a dare a nostra volta. Forse prima di puntare il dito verso l’esterno, dovremmo rivolgerlo verso di noi. Con benevolenza, però, con apertura, assenza di giudizio, disponibili a farsi sorprende dalle meraviglie che si potrebbero scoprire, e tolleranti per quei limiti che inevitabilmente ciascuno porta con sé, a cominciare dal vincolo temporale dell’esistenza che accomuna tutti noi e che ci pone sul medesimo piano.

Anna Fata