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Da
secoli luomo è spinto ad abbandonare i luoghi
nativi per avventurarsi verso terre sconosciute. Ma cosa sta
alla base di tale fenomeno?
Partire è un po come morire recita
un antico detto, perché la partenza implica sempre
labbandono di qualcosa, di una parte di noi, di un luogo
familiare, di persone care.
Eppure il viaggio in molti casi è stato paragonato
anche alla vita: un percorso allinterno di se stessi
prima e ancor più che allesterno. La ricerca
e la conoscenza di se stessi partono prima di tutto da dentro
di noi, per poi estendersi al di fuori, tramite il contatto
con altri individui e, in generale, con il mondo. È
il contatto con il non-noi, con laltro, con il diverso
che consente di delimitarci, di marcare i nostri confini.
Aprirsi allaltro, al nuovo, allo sconosciuto è
possibile solo quando i nostri confini sono già ben
definiti, in modo tale che il timore di fondersi e con-fondersi
con laltro venga meno.
Il viaggio implica una preparazione interna ed esterna. Si
sceglie la meta, ci si documenta, si effettuano le prenotazioni,
si riempiono le valige. Il tempo che ci separa dalla partenza
sembra interminabile, le ultime ore sono cariche di emozioni,
di frenesia e di trepidazione.
Se il viaggio è un fenomeno assai antico, che implica
un andare avanti indefinito, alla ricerca di condizioni migliori,
il turismo (dal francese torner = girare) implica
un senso di circolarità, un ritorno al punto di partenza
arricchiti, formati. Il turista, per certi versi, è
un viaggiatore temporaneo, volontario, che compie un viaggio
circolare, che lo conduce ad una distanza relativamente ampia,
per poi tornare al punto di origine.
Di fronte al viaggio vi è chi pianifica ogni cosa nel
minimo dettaglio, chi pensa di poter avere tutto sotto controllo
e chi, allestremo opposto, predilige la massima improvvisazione.
Nel viaggio, come nella vita, gli stili personali tendono
a corrispondere. Limpronta di un viaggio, così
come di una vita hanno la medesima matrice: il singolo individuo.
Anche la scelta della meta è alquanto soggettiva. In
generale, le persone più giovani tendono a prediligere
località alla moda, ambienti dinamici, vivaci, mondani,
a volte ricercano affannosamente la stimolazione o, addirittura,
il rischio.
Le persone più attempate, invece, tendono a privilegiare
mete più culturali, classiche, minore stimolazione,
maggiore calma. In molti casi sono anche coloro che preferiscono
maggiormente i viaggi organizzati, tutto compreso,
in cui possono regredire, rilassarsi, deresponsabilizzarsi,
perché qualcuno decide al posto loro, programma la
loro giornata fin nei minimi dettagli al punto che la libertà
personale viene molto limitata.
Difficilmente un viaggio in cui manca la spontaneità,
in cui non si segue limpeto del momento, che non dà
seguito a ciò che suggerisce il proprio intuito è
un vero e proprio viaggio, nel senso pieno del termine. Il
turismo di massa non è un viaggio. In esso viene completamente
annullato il coinvolgimento emotivo, la possibilità
di interagire con ciò che si ha intorno in modo autentico
e profondo.
Il viaggio comporta incertezze, impossibilità di programmare
e prevedere ogni cosa. Come nella vita, anche nel viaggio
cè e ci deve essere sempre un margine di discrezionalità,
di imponderabilità. La sfida è saper accogliere
e vivere anche questi momenti: ecco che il ritardo del decollo
del proprio aereo, ad esempio, può costituire loccasione
per leggere più approfonditamente una guida turistica,
per conoscere il proprio vicino di poltrona, oppure semplicemente
per rilassarsi e per assaporare e pregustare nella propria
fantasia il momento dellarrivo.
Da un viaggio si torna sempre e comunque arricchiti. I ricordi,
prima e ancor più degli oggetti materiali acquistati
o delle fotografie scattate, risiedono dentro di noi. Ciò
che si è visto, udito, toccato, odorato, vissuto è
un patrimonio unico che, almeno in parte, possiamo condividere
con i nostri cari al ritorno.
I racconti solitamente sono ricchi di particolari, di dettagli,
di emozioni. Le immagini ci scorrono ancora davanti agli occhi,
i profumi sembrano pervadere le nostre narici. Ci sentiamo
ancora in una situazione simil-idilliaca in cui tutto appare
ancora più piacevole di come è stato.
Tutto ciò, allo stesso tempo, ci permette di ritornare
nei luoghi familiari che abbiamo temporaneamente lasciato
e vederli con occhi rinnovati, pieni di tenerezza, di calore,
di affetto. Molto spesso il confronto con ciò che è
diverso da noi ci consente di conoscere meglio e di apprezzare
maggoirmente ciò che abbiamo.
Come
afferma Rabindranath Tagore:
Per molti anni,
a grandi costi
viaggiai in molti paesi
vidi le alte montagne
gli oceani
lunica cosa che non vidi
fu la goccia di rugiada scintillante
nellerba davanti alluscio di casa mia.
Per
approfondire
Gulotta
G. e
Psicologia turistica
Giuffrè, 2003
Maeran
R.
Psicologia e turismo
Laterza, 2004
Puggelli
F.R. e F. Gatti
Psicologia del turismo
Carocci, 2004
Villamira
M.A.
Psicologia del viaggio e del turismo
Utet, 2001
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