Una visione olistica dell'etica in azienda
   
 
   
 
   

Il primo passo nell’evoluzione dell’etica
è un senso di solidarietà con gli altri esseri umani

Albert Schweitzer

Prendendo come assoldata la definizione di etica come insieme di abitudini e consuetudini che regolano il comportamento, secondo le funzioni specifiche che vengono svolte dall’individuo nella società, molti quesiti si aprono in merito.

Chi o cosa definisce tali abitudini e consuetudini? Hanno un valore ubiquitario? Trascendono lo scorrere del tempo?

Collegata all’etica, a sua volta, è la morale, che è la scienza dei costumi, la misura delle azioni, che dovrebbe orientare verso la pratica del bene. Essa si riferisce all’uomo come tale.

Ma, ancora una volta, chi o cosa definisce tali indicatori? Che cosa è il bene? Come lo si declina? Si possono ottenere delle definizioni valide per ogni tempo e contesto di tali concetti?

E come se non bastasse, a volte anche etica e morale possono essere in conflitto tra loro.

Il dibattito circa la possibilità di una etica relativa, soggettiva, oppure assoluta, oggettiva, è assai remoto nel tempo. In termini ampi e generali si può affermare che laddove prevalgono le istanze laiche vi è una assunzione di un relativismo spaziotemporale, mentre le posizioni spirituali e religiose tendono a propendere per una concezione assoluta dell’etica e della morale.

Viene da chiedersi se sia possibile una mediazione, un punto di incontro tra i due estremi. Le posizioni e i relativi detentori, dal canto loro, sembrano essere assai arroccati sui rispettivi fronti.

Una possibile soluzione potrebbe essere una visione olistica dell’etica.

In una visione olistica l’individuo viene considerato come una parte del Tutto, riconducibile ad un Uno di cui esso stesso è espressione. In lui immanenza e trascendenza sono intrinsecamente intrecciati e compresenti.

Viene spontaneo assumere che sia possibile considerare una serie di valori trascendenti, comuni a tutti gli esseri viventi, in ogni parte del mondo, contesto e fase storica. Connessi ad essi se ne aggiungono altri maggiormente correlati al contesto di vita, alla posizione geografica, culturale, al momento storico. Tutti i valori risentono dell’influsso socioculturale, geografico e temporale in cui si collocano.

E’ possibile un dialogo, un confronto, ponendosi sul medesimo piano. Ma oltre un certo limite questo può risultare difficoltoso fino a rasentare l’impossibile: qui subentra il rispetto della diversità e di fronte ad esso, è necessario tacere e accettare.

Non si tratta di valori in contrapposizione tra loro, trascendenti e immanenti, ma fortemente intrecciati e per certi versi complementari.

In un contesto aziendale, ad esempio, ogni realtà produttiva dovrebbe rifuggire da una omologazione che prescrive codici etici validi sempre e ovunque, per arrivare a trovare, tramite il dialogo, lo scambio, la messa in comune di sé, dell’identità professionale personale e aziendale, un profilo valoriale in cui ciascuno come persona, professionista, e azienda, si possa riconoscere. Un patrimonio etico dovrebbe essere sempre l’espressione di chi lo promulga e che poi è chiamato a rispettarlo. In questo modo può rappresentare qualcosa di realmente sentito, vissuto, emanazione della propria essenza, e non qualcosa di imposto, calato dall’altro.

Nel primo modo il suo rispetto si effettua per una disposizione naturale, perché in linea con il proprio essere; nel secondo diviene una mera formalità, un’etichetta, un contenitore vuoto dietro il quale celarsi per scopi altri – vendita, profitto, immagine buonista – che non sono l’etica in sé e per sé.

Per poter stilare un codice etico che sia realmente espressione dell’identità aziendale in cui vige, si dovrebbe prima di tutto definire: chi siamo, come persone e come azienda, e poi perché lavoriamo.

Le radici etiche si fondano su: un solido sistema di valori, che è ciò che vale per una determinata azienda, in un preciso momento storico e in una specifica collocazione geografica, sull’identità, sulle promesse stipulate con gli stakeholder, che sono tutti gli interlocutori aziendali, diretti e non, e sul patto stretto con i dipendenti.

Il lavoro di scoperta delle proprie fondamenta etiche si effettua scrivendo, esplicitando la propria etica, condividendola, comunicandola dentro e poi fuori l’azienda, e mantenendola viva nel tempo.

Un’azienda priva di un suo specifico codice etico rischia di perdere di vista le proprie radici, che garantiscono la solidità dell’essere e del fare.

In realtà, sarebbe più corretto parlare più che di codice etico, di coscienza etica, intesa come processo, che evolve con rinnovate riflessioni, conoscenze, mutamenti delle circostanze storiche, sociali, culturali, economiche. Si tratta di uno spazio per la riflessione oltre che per l’azione. Sono due momenti complementari. L’etica aiuta, infatti, a riflettere sui fini, sui perché, e favorisce il cammino verso una ricerca di senso. L’azienda ha come finalità la produzione di beni e/o servizi utili, efficaci, efficienti, mentre il profitto è un derivato, un elemento regolatore e consustanziale dell’impresa senza il quale non avrebbe senso, né potrebbe esistere.

L’azienda ha come fine guidare il cambiamento socialmente responsabile. In tal senso il manager si configura anche un po’ come filosofo. Egli non è più chiamato a gestire, bensì a sviluppare, responsabilizzare, moralizzare, educare alla complessità.

Tutto ciò che viviamo, noi stessi, il nostro essere, è un processo, in cui siamo immersi e di cui siamo permeati come essenza.

Evolvere significa adattarsi attivamente alle circostanze: si tratta di cavalcare l’onda, non di andare a tutti i costi contro corrente.

Si potrebbe quindi formulare un’etica del divenire, che ne sia al contempo espressione e che allo stesso sia in grado di stimolarlo.

Per sintetizzare con una massima cinese:

“Non fare niente, ma che niente non sia fatto”.

Da quanto esposto finora risulta evidente che è di vitale importanza riportare al centro l’individuo, il suo patrimonio di conoscenza e autoconoscenza, i suoi valori, il sistema e la coscienza etica.

In questo risulta di notevole rilievo la concezione di lavoro come missione di vita. Quest’ultima porta con sé una concezione di sacralità, è l’essere mandati in rappresentanza di qualcuno per compiere qualcosa, che si collega strettamente alla vocazione, che è la chiamata interiore che si avverte per operare in vista di una determinata finalità, solitamente a sfondo di bene. Questa si realizza mettendo a frutto le risorse, le potenzialità, i talenti, che costituiscono ciò che di più prezioso, come dono, e grazia, nella mente e nel corpo una persona possiede.

Poter dare seguito alla propria vocazione deve essere solidamente radicato nel senso di umanità, nella responsabilità, nella libertà, nella dignità. La libertà, in particolare, deve essere intesa in senso positivo, come possibilità di essere se stessi, di fare qualcosa, e non in negativo, come assenza di vincoli.

A sua volta, l’azienda per realizzare se stessa deve essere in grado di radicarsi nella responsabilità, libertà, giustizia, cura dell’ambiente, rispetto dei diritti umani. Il fare impresa, di conseguenza, si fonda sul coraggio, la forza, l’intraprendenza, l’affidabilità, la prudenza.

Questi principi devono essere tenuti in debita considerazione, perché come afferma il Cardinal Martino: “I costi economici sono sempre più costi umani e i costi umani hanno sempre anche una ricaduta economica”.

Il paradosso attuale del rapporto tra etica ed economia consiste nel fatto che quest’ultima ha estromesso la prima da un campo che le era proprio in virtù del fatto che essa stessa ha fornito i natali all’economia. Esiste un contrasto netto, secondo alcune posizioni molto radicali, tra le due che sembra destinata alla inconciliabilità. Il libero mercato, in quanto tale, non ammette alcuna interferenza, postula un comportamento umano perfettamente prevedibile e razionale, ma sempre più ricerche disconfermano tale assunto.

Prima di tutto, l’agire umano, anche in contesto economico non è mai del tutto razionale, anche in virtù del fatto che spesso nel prendere delle decisioni non tutti i dati sono i disponibili, né esiste una prevedibilità assoluta. Il caso è pressoché una costante. Il comportamento umano è complesso, non è possibile applicarvi un modello di causalità lineare. Il sistema newtoniano è stato soppiantato da quello einstaniano, basato sulla relatività.

Tra i numerosissimi fattori che possono influire sulle scelte c’è il sistema etico, che così come segna un limite, un confine, allo stesso tempo apre un terreno di possibilità. E’ la percezione di un confine che delinea lo spazio per esercitare la propria libertà, responsabilità, e consentire di fare altrettanto a chi sta intorno. L’esercizio di libertà e responsabilità sono possibili nella misura in cui esiste un contesto che garantisce lo stesso diritto a tutti. In caso contrario, un senso di ansia, di timore di ritorsioni, di invasione di spazi e tempi, di perdita dei propri diritti impera costantemente.

Per un numero sempre crescente di persone e di organismi aziendali il profitto, la produzione, il consumo non sono più in cima alla scala di valori. L’homo oeconomicus come era stato delineato in passato è un artificio che non ha un corrispettivo concreto. Le dinamiche dell’agire sono assai complesse, intersecantesi e sovrapposte tra loro. Gli individui non sono animati esclusivamente dagli interessi privati, dal massimizzare gli utili, ma, in virtù del riconoscimento dell’interdipendenza che li anima, anche da intenti cooperativi, che assumono liberamente, sia per ottenere dei risultati, sia per il valore in sé che questi detengono. E’ ciò che Amartya Sen, docente di economia e filosofia morale presso la Harward University, Premio Nobel per l’economia nel 1998, ha definito “liberismo dal volto umano”, in grado di superare la scissione tra uomo come agente economico e quello privato, sociale.

Il reddito si configura in questo quadro come uno dei tanti strumenti possibili, insieme alle potenzialità individuali, per raggiungere il ben-essere, aspetto che tra l’altro è stato quantificato non più solo dal Pil (Prodotto Interno Lordo), ma anche e soprattutto dal National Well Being Account, introdotto dallo psicologo Daniel Kahaneman, Premio Nobel per l’economia nel 2002. Si è visto, infatti, che oltre una certa soglia, quantificata in 12.000 dollari l’anno, l’aumento del reddito corrisponde non più ad un aumento della felicità, ma al contrario, ad una sua diminuzione.

Viene però da chiedersi se, nonostante il tentativo lodevole di introdurre altri indici per il ben-essere e la qualità della vita che vadano oltre quello meramente economico, non si tratti dell’ennesimo tentativo di quantificare ogni cosa. Risulta arduo condividere l’affermazione liberista circa il massimizzare la felicità per tutti, come se questa possa essere quantificata. La felicità è quella che è.

Pare che ciò che si è espulso dalla porta rientri dalla finestra: sembra di essere di fronte ad una economicizzazione dello spirito.

L’etica non è avulsa dal fare, al contrario, è strettamente connessa ad un riscontro pratico, operativo. Essa riguarda tutto ciò che nella prassi umana comporta l’idea di un fine, e non solo di un mezzo. Inoltre, è strettamente imparentata alla trascendentalità: tra loro formano un circolo, in base ad un vincolo di necessità tra aspetti empirici e spirituali. Questo rimanda al legame inevitabile uomo-natura: in tal modo, anche la natura entra nel cerchio dell’etica. Il rispetto, la cura, l’amore dell’ambiente risultano imprescindibili.

Che l’etica sia la scienza del divenire e non dell’essere era già chiaro ad Aristotele. Il suo fondamento come sapere pratico ed autonomo è assai consolidato, e deve essere riscoperto. La filosofia a tal proposito deve formare l’uomo nel suo scoprire il modo di agire per raggiungere il bene. Ogni cosa evolve verso il fine che le è naturale, tende a realizzare la sua essenza, ad essere se stessa. Questo vale per l’individuo così come per l’azienda.

Alcuni valori etici che potrebbero fungere da punto di riferimento comune per le aziende olistiche del nuovo millennio potrebbero essere:

  • essere, non apparire: implica avere un senso di identità ben definito, forte, e una adeguata riconoscibilità;

  • consapevolezza: di sé e della realtà in cui ci si inserisce;

  • responsabilità: fondata su una corrispondenza tra essere e fare;

  • libertà: come possibilità di realizzare la propria natura e agire di conseguenza;

  • fiducia: solida, radicata, rivolta verso se stessi e verso gli altri, al fine di instaurare delle relazioni stabili e durature;

  • trasparenza: che possa portare alla luce ogni aspetto operativo di corretta gestione di quanto compiuto;

  • armonia: intesa come qualità estetica finalizzata all’aumento della produttività, della motivazione, del miglioramento;

  • cura e rispetto dell’ambiente: come contesto di cui si è parte integrante;

  • valorizzazione e rispetto delle risorse del singolo.

Per sintetizzare una possibile visione olistica dell’etica possiamo affermare che sia auspicabile una compresenza di valori universali, che fanno appello alla natura trascendente di ciascun essere vivente, ivi incluso quello aziendale. Accanto a questi si colloca un’altra serie di valori più specifici e circostanziati, a seconda delle realtà aziendali, il momento storico, culturale, l’ubicazione geografica.

E’ la base comune da cui si parte che consente un dialogo tra pari. Il confronto, costante elemento di arricchimento e di scambio, è anche possibile a partire da scale valoriali differenti, più circostanziate, ma oltre una certa soglia la comunicazione risulta difficoltosa, a causa dei linguaggi differenti, dei diversi registri e coordinate entro le quali ci si muove. A quel punto, pur non essendoci necessariamente una condivisione, deve sussistere il rispetto di ciò che è diverso.

All’interno del proprio sistema di valori possono sorgere dei conflitti di coscienza. L’esito, rinegoziabile di volta in volta, a seconda delle circostanze specifiche, deve essere frutto di una profonda riflessione che va di pari passo con una momentanea sospensione dell’azione. Eventuali compromessi riguardano sempre la gerarchia di valori, mai la coscienza.

Tra azione e riflessione vi è un legame inscindibile, un’alternarsi, un susseguirsi in grado di rispondere a rinnovati dubbi che un approfondimento di analisi, di conoscenza di sé, come individuo, professionista, e più ampiamente come parte di un organismo azienda, possono comportare. La riflessione non deve mai sfociare in virtuosismi mentali, ma deve comportare una forte componente operativa, che non perda mai di vista gli obiettivi concreti.

Ogni individuo, e con esso anche l’organismo azienda, è il risultato di una unità inscindibile tra mente, corpo, spirito. E’ necessario trovare e rinnovare costantemente un equilibrio tra questi aspetti, in modo che vi possa essere un’armonia tra essi e non una predominanza netta a scapito di un altro. L’etica, nonostante la sua impronta fortemente razionale, analitica, filosofica, mai può dimenticare un sentire di pancia, che spesso e volentieri è ciò che fa propendere verso una scelta ed una azione piuttosto che un’altra.