Una visione olistica della comunicazione in azienda
   
 
   
 
   

La conversazione è feconda
soltanto fra spiriti dediti a consolidare le proprie perplessità”
Emil Cioran

La maggior parte della ampia varietà di corsi, percorsi e volumi attualmente sul mercato in tema di comunicazione aziendale ha un taglio estremamente tecnico. Suggerisce quel che si dovrebbe e non fare per comunicare in modo chiaro, efficiente ed efficace.

Se, da una parte, le competenze tecniche sono imprescindibili per le buone prassi, queste da sole non sono sufficienti per rendere ragione di un processo altamente complesso come la comunicazione, tale proprio in virtù del fatto che al centro c’è l’individuo, essere unico, irripetibile, che in tutto l’iter di formulazione del pensiero, codifica verbale, trasmissione, ricezione, ri-codifica e comprensione da parte del ricevente aggiunge quella quota di soggettività e di irripetibilità che nessun corso né manuale può essere in grado di codificare nero su bianco una volta per tutte. In breve: la comunicazione come viene trattata attualmente dalla maggior parte della letteratura esistente ha estromesso l’individuo. Non c’è più lui al centro, ma la tecnica, fredda, spersonalizzata, anonima.

Per questo risulta oggi più che mai necessaria una ridefinizione del processo comunicativo in senso olistico, allo stesso modo in cui viene considerato l’essere umano, come insieme di mente, corpo e spirito. Il solo fatto di essere è già una forma di comunicazione. Per questo risulta fondamentale una congruenza tra l’essere, il fare, l’apparire, il comportarsi e il comunicare, ovvero il mettere in comune parti che sono costitutive di noi.

Partendo dal presupposto che non si può scegliere di non comunicare, neppure restando il silenzio, cosa che già in sé è carica di numerosi significati che in parte possono essere tradotti grazie al contesto, l’alternativa che ci resta a disposizione è quella di essere sufficientemente consapevoli delle nostre espressioni, verbali, paraverbali e ancor più non verbali, che nel loro insieme costituiscono oltre il 90% dei contenuti veicolati. Il modo, quindi, ancor più dei contenuti, è fondamentale in questo processo.

I significati vengono costruiti, trasmessi, ricostruiti e condivisi tra due o più interlocutori in un contesto, grazie ad uno o più canali comunicativi che influenzano a loro volta i contenuti. Si tratta sostanzialmente di un iter che si ridefinisce continuamente: finché c’è vita c’è comunicazione.

La comunicazione ha un potere trasformativo: non solo implica un cambiamento - cosa che accade in concomitanza con ogni evento che si vive – ma anche un aumento della sicurezza personale e della capacità emotiva del sé. L’aspetto simbolico del processo offre la possibilità di dare un senso nuovo, tramite la riattivazione emotiva, ad un evento, esperienza, ecc.

Si tratta di creare nuove prospettive, punti di vista, tramite un’operazione di ‘refraiming’ che avviene principalmente grazie al dialogo come scambio, ma non solo. Questo si rivela particolarmente utile nei periodi di quiete, ma anche e soprattutto in quelli conflittuali.

In un contesto comunicativo che sia privato, oppure pubblico, come potrebbe essere quello aziendale, l’individuo deve essere posto al centro: la conoscenza, la consapevolezza di sé, la consistenza e la congruenza con il proprio essere sono le condizioni fondamentali per una comunicazione sana, autentica, onesta, prima di tutto nei propri confronti e poi di riflesso anche verso gli altri. I primi che spesso inganniamo, più o meno consapevolmente, siamo noi stessi.

Una comunicazione consapevole, chiara, fuga ogni dubbio, riduce al minimio ogni possibile distorsione, il cui rischio esiste e sempre esisterà nella misura in cui il canale può comportare interferenze, così come il contesto, e il sistema interpretativo e di ricodifica che detiene il ricevente del messaggio. La quota di soggettività della comunicazione è ineliminabile, per questo risulta necessario non solo una messa in comune da parte dei parlanti dei contenuti, ma anche e soprattutto dei mezzi e dei sistemi di interpretazione.

Soprattutto nel corso di un processo decisionale, accanto agli indubbi aspetti tecnici, ai dati, agli elementi oggettivi, concreti, l’ago della bilancia è rappresentato dall’intuito, dalle sensazioni viscerali che portano verso un polo o l’altro. E’ un’analisi subconscia che si attua nei primi trenta secondi di una situazione e che neurologicamente pare abbia principalmente sede nell’amigdala.

Per fare questo sono necessari: la consapevolezza dei propri vissuti emotivi, un’accurata valutazione di sé, delle proprie risorse e limiti, la fiducia in sé, nelle proprie capacità, valori e obiettivi.

Lo stesso vale in un contesto pubblico quale può essere quello aziendale: laddove si è consapevoli che anche il proprio esserci è una forma di comunicazione, che ogni minima azione o rifiuto di compierla è un messaggio, consapevole o meno, che comunque viene colto, si è in grado di fare un uso appropriato di ciò che si ha a disposizione, in stretta sintonia con la propria essenza. Si tratta, quindi, di una comunicazione che viene dalla mente (l’intenzionalità, la riflessione), dal corpo (l’agire, l’esserci), dal cuore (il sentire, l’emozionalità). Fare in modo che questi piani siano integrati rafforza la comunicazione: se questo non avvenisse la percezione sarebbe l’ambiguità. Ma l’ambiguità del messaggio rimanda all’ambiguità del proprio essere, della propria identità che dà adito ad un circolo vizioso, da cui, però, è possibile uscire.

Come? Partendo da se stessi e allargando gradualmente lo sguardo verso ciò che sta intorno. Questo è il senso di questo percorso sulla comunicazione: si parte dal livello personale, intimo, e ci si estende per cerchi concentrici verso tutto ciò che ci circonda e rispetto al quale si innesca una comunicazione biunivoca, di scambio reciproco che sta a noi decidere se accogliere o meno.

Anna Fata
Psicologa olistica