Vivere Zen, Vivere con Passione
   
 
   
 
   

Mi hanno sempre colpito i Maestri-Non Maestri – che definisco tali quando sono in grado di trasmettere qualcosa di molto, molto profondo, intimo e autentico, con consapevolezza, senza ergersi su piedestalli, né arrogarsi titoli e attestati che al di là del valore cartaceo umanamente veicolano poco e nulla – per la loro profonda umanità.

Umanità intesa come capacità e disponibilità a lasciarsi andare al moto delle passioni, dei sentimenti, alla visceralità della loro esistenza.

Si arrabbiano quando è il momento di arrabbiarsi, ridono o piangono, quando si presenta l’occasione, ma una volta terminato il moto interiore, tutto scorre via, senza lasciare traccia né in superficie, né nel profondo, che resta sempre e comunque calmo, pacato, silenzioso.

Un po’ come il mare: sbuffa e s’altera in superficie, mentre nel profondo resta sospeso nello spazio e nel tempo. Nulla lo intacca.

E, invece, nel senso comune vediamo e c’aspettiamo Maestri mummificanti, immobili fuori e dentro, che voli una mosca, o che arrivi un terremoto, loro restano nel loro stato meditativo, del corpo e della mente. Ma, forse, questa è l’immagine, spesso distorta, che ci siamo formulati e che ricerchiamo anche fuori.

La realtà è ben diversa.

Quante persone esistono, anche nel mondo occidentale, in grado di coltivare la loro essenza spirituale e allo stesso tempo condurre la loro esistenza materiale, che, fintanto che abitiamo questa dimensione, fa parte in tutto e per tutto e gode di piena dignità d’essere.

Quante persone amano, lavorano, spazzano i pavimenti, lavano i piatti, giocano a tennis o a golf, e riescono a rendere atti meditativi anche queste attività. Già, perché poi di fatto è questo l’obiettivo più consistente della nostra esistenza: fondere vita materiale e spirituale, senza escludere nessuno degli estremi, ma riconoscendo pari valore ad ambo gli estremi. Estremi che diventano tali solo in un’ottica di frammentazione, che può essere però ricomposta sintonizzandosi con la nostra profondità.

Se è vero, dunque, che vivere è lasciarsi attraversare, scuotere, accarezzare, proprio come una canna al vento, che ondeggia, senza perdere il suo saldo radicamento al terreno, che si lascia cullare da un moto che l’attraversa, l’accompagna e la sostiene, è altrettanto vero che ‘vivere e lavorare Zen’ è un vivere e lavorare appassionato, presente, ricco di pathos, di Eros, in cui ad un brulicare superficiale, ricco di fermento, di attività, di movimento, sempre fluido, sciolto, corrisponde un profondo silenzioso, sereno, calmo e pacato. Ad una superficie su cui e in cui tutto scorre, tutto muta e s’evolve, equivale un profondo fuori dallo spazio e dal tempo, in cui l’eternità s’arresta e rende il respiro un soffio sconfinato.

Anna Fata