Come superare le contraddizioni nelle relazioni di coppia

Imparare ad accettare se stessi e l’altro nella totalità
di Anna Fata

 

contraddizioni coppia

 

In tutte le relazioni esistono delle contraddizioni. Gli esseri umani, di fondo, sono contraddittori. Spesso tra quel che diciamo, pensiamo, proviamo, facciamo ci sono delle più o meno ampie discrepanze. In sé la presenza delle contraddizioni non è negativo. Lo diventa nel momento in cui ci ostiniamo a pensare che non debbano esistere.

Spesso alla base del rifiuto delle contraddizioni c’è il pensiero dicotomico che ci porta a dividere il mondo, le azioni, i pensieri sulla base di forti dicotomie: giusto/ingiusto, corretto/sbagliato, buono/cattivo, ecc. Questo risponde all’esigenza di avere a che fare con un mondo prevedibile, noto, familiare, ordinato in cui la mente sappia già come comportarsi.

La mente si trova a disagio di fronte alle contraddizioni e alle ambiguità. Più o meno consapevolmente ci si aggrappa a ciò che è noto, prevedibile, per evitare l’ignoto. Amore e odio coesistono dentro di noi, in rapporto a noi stessi, al partner, alla relazione stessa e a molte altre situazioni che ci troviamo a vivere.

Nel ricorrere al pensiero dicotomico per sradicare questa contraddizione interiore in merito ai vissuti connessi alla nostra relazione affettiva finiamo col manipolare tutto quello che vediamo, sentiamo, viviamo, facciamo in senso completamente positivo oppure negativo.

Se adottiamo il punto di vista completamente positivo finiamo col non vedere, disconnetterci o negare tutte le emozioni e i pensieri negativi in modo da rimanere all’interno di una relazione libera dal dolore e della sofferenza. La stessa autocritica interiore può servire come mezzo per negare le emozioni negative. Accusando se stessi di essere ingrati, troppo esigenti, incontentabili, dando la colpa a se stessi per il disagio che si sta vivendo è un modo per allontanare il proprio dolore e l’ansia che tali contraddizioni interiori fanno sorgere.

Se, al contrario, adottiamo la prospettiva negativa finiamo col rigettare le parti della relazione che suscitano gioia. Se ci focalizziamo solo sui limiti, i difetti del partner e della relazione ci priviamo della possibilità di apprezzare i motivi per cui ci troviamo nella relazione stessa.

Negare aspetti positivi o negativi di una relazione impedisce di vivere la sua totalità, non permette di comprendere bene cosa vale la pena coltivare, assecondare e cosa invece, forse, sarebbe opportuno cambiare. Negare parti della relazione crea insoddisfazione, che alla lunga dà adito a risentimento, rancore, rabbia che distruggeranno la relazione stessa.

Gli elementi negativi offrono l’opportunità di migliorare la relazione. Gli aspetti positivi ci ostacolano nel prendere atto quali sono i veri motivi che ci fanno restare nella relazione.

Nel momento in cui prendiamo atto con onestà quello che di buono stiamo ricevendo nella relazione e quali sono i suoi limiti ci rendiamo liberi di scegliere se continuare a coltivare la relazione o interromperla.

 

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2 Semplici modi per aumentare la felicità al lavoro

Come rendere il lavoro più soddisfacente e produttivo
Di Anna Fata

 

felicità al lavoro

 

Un ventennio di ricerche scientifiche nell’ambito della Psicologia Positiva ha messo in luce che la felicità al lavoro è il carburante fondamentale per incrementare la produttività, che può crescere fino al 12%. Questo accade perché le persone felici:

  • Lavorano meglio con le altre, sono collaborative, serene, armoniche con gli altri
  • Si adoperano per risolvere i problemi, anziché per crearli o lamentarsene
  • Hanno più energia psicofisica
  • Sono più creative, ottimiste, motivate
  • Godono di salute migliore, si ammalano meno (fino a 1,25 giorni di assenza dal lavoro in meno al mese) e anche quando accade guariscono più rapidamente
  • Sono più concentrate, attente, apprendono più rapidamente
  • Compiono decisioni più accurate, equilibrate, vantaggiose, efficaci.

La creatività in modo particolare pare essere rilevante al lavoro. Teresa Amabile, docente della Harvard Business School ha scoperto che la creatività è vitale per il successo professionale, ma essa non può fiorire in un ambiente improntato alla negatività. I piccoli eventi della vita quotidiana, le abitudini, gli schemi, i contrattempi, lo stress, influiscono direttamente sui pensieri, le emozioni, i comportamenti, sia nella vita privata, sia in quella professionale.

Per poter coinvolgere attivamente i propri dipendenti, fare crescere la qualità e la quantità della produzione professionale è fondamentale fare leva sui cuori e sulle menti delle persone e rendere la felicità la priorità numero, anche se potrebbe sembrare all’apparenza controintuitivo in un ambiente professionale. Le persone dovrebbero essere felici di andare al lavoro, dovrebbero sentire che esso rappresenta il luogo in cui si possono mettere a frutto i propri talenti, si possono intrecciare buone relazioni, ci si può rendere utili agli altri, si può contribuire ad un progetto più grande e valido per l’intera società.

Richard Branson, fondatore di Virgin, ad esempio, rappresenta con la sua azienda una delle incarnazioni di questo modello imprenditoriale. Flessibilità, bilanciamento vita privata e professionale, scambio, collaborazione, fiducia, rispetto, Meditazione sono alcuni degli strumenti di cui si avvale per il benessere dei suoi dipendenti.

D’altra parte, recenti ricerche condotte da Andrew Oswald presso l’Università di Warwick hanno messo in luce che, dopo aver confermato lo stretto legame tra felicità, benessere dei dipendenti, motivazione e loro produttività professionale, sono sufficienti semplici espedienti per aumentare il livello di felicità delle persone:

  1. Vedere un video positivo
  2. Offrire frutta fresca, verdura, cioccolato, bevande gratuitamente

sono strategie che possono incrementare il tono dell’umore e la produttività, almeno nel breve periodo. Tali modalità si possono aggiungere ai numerosi esercizi strutturati e validati empiricamente che la Psicologia Positiva negli anni ha messo a punto per innalzare il livello di felicità nel medio e lungo termine.

Quando si parla di felicità, è bene tornare a sottolinearlo, non si tratta di reprimere emozioni e pensieri negativi, ignorare problemi, ostacoli, difficoltà, ma semplicemente di affrontarli da un punto di vista differente.

Il successo non arriva prima della felicità: è la felicità che giunge prima del successo.

Aiutare i propri dipendenti a coltivare quotidianamente la propria felicità aumenta la felicità aziendale, la sua produttività, i margini di profitto.
Per fare questo è necessario creare le condizioni affinché i lavoratori possano coltivare il loro benessere, si sentano sostenuti, apprezzati, incoraggiati, ascoltati e stimolati ad utilizzare le loro potenzialità, possano coltivare le relazioni interpersonali, anche in modo informale, siano lasciati liberi di raggiungere gli obiettivi nei modi in cui ritengono più consoni a sé, siano responsabilizzati, coinvolti nel processo produttivo, al fine di trovare un senso nel loro lavoro e, più ampiamente, nella loro esistenza.

 

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10 Ricerche psicologiche per conoscere te stesso

Quello che non ti hanno mai detto del tuo lato oscuro
Di Anna Fata

 

ricerche psicologiche

 

Conoscere se stessi è un desiderio che anima ciascun essere umano fin dalle sue origini. E’ processo che inizia fin da piccoli e si estende lungo tutto l’arco della vita. Non si finisce mai di conoscere se stessi perché, anche se una parte della nostra personalità resta relativamente stabile, ci sono altre parti di noi che cambiano continuamente.

Esistono aree di noi che sono più facilmente accessibili ed altre che sono destinate a restare maggiormente nell’ombra. Nonostante ciò queste ultime continuano ad agire e a determinare il nostro modo di sentire, vedere, percepire, decidere, agire.

La parte più oscura di noi, che contiene sia risorse, potenzialità, elementi costruttivi, sia limiti, elementi distruttivi, esercita un fascino indiscutibile su di noi e su chi ci sta intorno. Esistono 10 ricerche classiche di psicologia che ci possono aiutare a conoscere meglio noi stessi e chi ci sta intorno:

 

  1. In tutti noi c’è il seme del male: l’esperimento più famoso in questo senso risale al 1971 quando Philip Zimbardo ha studiato in che modo le situazioni sociali possono influenzare i comportamenti umani. Egli ha preso in esame 24 studenti senza precedenti criminali ed emotivamente stabili e li ha fatti agire come se fossero prigionieri e guardie. I prigionieri dovevano restare in una cella 24 ore al giorno e le guardie si succedevano in turni di 8 ore l’uno e venivano monitorati tramite telecamere nascoste. L’esperimento sarebbe dovuto durare due settimane, ma al sesto giorno è stato interrotto a causa del comportamento violento delle guardie che in molti casi infliggevano torture psicologiche e per lo stress e l’ansia che suscitavano nei prigionieri.
  2. Non notiamo ciò che abbiamo di fronte: in un esperimento condotto nel 1998 presso Harvard e Kent State University un attore si avvicinava ad un pedone a cui chiedeva delle informazioni per recarsi in un luogo. Mentre il pedone parlava due uomini passano tra loro portando una grande porta di legno oscurando per alcuni istanti la vista reciproca tra i due interlocutori. In quel frattempo l’attore veniva sostituito da un altro di diversa altezza, peso, taglio di capelli, voce, abito. La metà dei pedoni non ha notato la sostituzione. Questo esperimento per primo ha illustrato la “cecità al cambiamento” che indica quanto siamo selettivi nel cogliere i dettagli di una situazione e che ci affidiamo alla memoria e al riconoscimento cognitivo molto più di quanto possiamo immaginare.
  3. Ritardare la gratificazione è difficile, ma può aprirci le porte al successo: un famoso esperimento condotto alla fine degli anni ’60 sui bambini in età prescolare ha indagato la loro capacità di resistere alle gratificazioni immediate, l’autodisciplina e la forza di volontà. Durante l’esperimento alcuni bambini di 4 anni sono stati collocati in una stanza di fronte ad un piatto contenente un marshmallow e che potevano mangiarlo, ma se avessero atteso per 15 minuti il ritorno del ricercatore per mangiarlo ne avrebbero potuti ottenere due. La maggior parte dei bambini ha detto di voler attendere il ritorno del ricercatore, molti hanno dovuto lottare con se stessi per resistere, quelli che sono riusciti a resistere hanno adottato delle tattiche, ad esempio si sono coperti gli occhi. Negli anni questi stessi bambini che hanno resistito alla tentazione si è visto che sono stati meno inclini a diventare obesi, a diventare dipendenti da droghe, e in generale ad avere successo nella vita.
  4. Possiamo provare dei conflitti morali molto forti: un famoso esperimento condotto nel 1961 da Stanley Milgram ha verificato quanto le persone sono disposte ad obbedire ad un’autorità quando viene imposto loro di danneggiare il prossimo e quanto possa essere profondo il conflitto tra la propria morale e l’obbligo imposto dall’esterno. Milgram voleva capire come i Nazisti avessero potuto perpetrare i ben noti crimini nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Per compiere questo ha preso coppie di partecipanti, uno aveva il ruolo di insegnante, l’altro di allievo. All’insegnante veniva detto di somministrare una scarica elettrica all’allievo posto in un’altra stanza ogni volta che sbagliava risposta. Una registrazione emetteva segni di disagio e dolore ogni volta che tale scossa veniva emessa. Il ricercatore comandava di proseguire con la sperimentazione, mentre molti insegnanti manifestavano disagio. Si è visto che il 65% dei partecipanti ha somministrato le scariche nonostante fossero stressati e a disagio. Pare che questo esperimento, in realtà, più che l’obbedienza all’autorità illustri i conflitti morali che ci stanno dietro. Le persone, infatti, hanno un istinto innato alla compassione, benevolenza, empatia. Ricerche più recenti, in realtà, hanno messo in luce come in situazioni come queste il 60% delle persone disobbedisce agli ordini.
  5. Veniamo spesso corrotti dal potere: esiste una motivazione psicologica che giustifica il fatto che le persone al potere a volte trattano gli altri senza rispetto. Uno studio pubblicato su Psychological Review nel 2003 ha raccontato gli esiti di una ricerca in cui sono stati posti degli studenti in gruppi di tre per scrivere una breve relazione. A due studenti è stato chiesto di scrivere la relazione mentre al terzo di valutarlo e decidere quanto i due studenti sarebbero stati pagati. Nel mezzo del lavoro un ricercatore arrivava con un piatto contenente cinque biscotti. Sebbene in genere l’ultimo biscotto non veniva mai mangiato, il terzo studente con funzione di valutatore mangiava quasi sempre il quarto biscotto avidamente, a bocca aperta. Dacher Keltner, lo psicologo responsabile di questo studio, ha concluso che quando in un esperimento si attribuisce alle persone il potere è più probabile che essi tocchino gli altri in modo inappropriato, che flirtino in modo aperto, che compiano scelte rischiose, che giochino d’azzardo, che facciano la prima offerta in una negoziazione, che dicano quello che hanno in mente, che mangino biscotti spargendo briciole ovunque.
  6. Cerchiamo la fedeltà ai gruppi sociali e facilmente siamo inclini ai conflitti tra gruppi: uno studio classico del 1950 ha messo in evidenza le possibili basi psicologiche relative alle motivazioni per cui i gruppi sociali e le nazioni sono in conflitto tra loro e come possono imparare a cooperare di nuovo. Muzafer Sherif nel corso di un esperimento ha posto due gruppi di 11 ragazzi di 11 anni di età in un campo estivo in Oklahoma. Uno di essi si chiamava “Aquile”, l’altro “Serpenti a sonagli”. Per una settimana hanno condotto vita separata, senza sapere dell’esistenza reciproca. Quando si sono incontrati e integrati hanno cominciato a chiamarsi ciascuno con il proprio nome, ma quando hanno iniziato a competere in diversi giochi sono sorti alcuni conflitti che li hanno allontanati fino al punto di non voler più mangiare insieme. Successivamente Sherif ha cercato di riconciliare i ragazzi inducendoli a svolgere attività piacevoli insieme, che però non sortì effetti positivi. Riuscirono a riconciliarsi, invece, solo quando si sono trovati a dover risolvere insieme dei problemi.
  7. Abbiamo bisogno di una cosa sola per essere felici: lo studio longitudinale durato 75 anni di Harvard Grant ha seguito 268 studenti maschi delle classi 1938-1940 collezionando dati su vari aspetti della loro vita. La conclusione è stata che l’amore è l’unica cosa che conta al punto che è la sola a tener minare la felicità a lungo termine e la soddisfazione nella vita. George Vaillant ha sostenuto che i fondamenti della felicità sono l’amore e il trovare dei modi per affrontare la vita in modo tale che non distrugga l’amore.
  8. Prosperiamo quando abbiamo una forte autostima e un buono status sociale: raggiungere la fama e il successo non sono solo un rinforzo per l’ego, ma anche dei facilitatori della longevità. I ricercatori della Toronto’s Sunnybrook and Women’s College Health Sciences Centre hanno scoperto che i vincitori della Academy Award, attori e direttori, tendono a vivere più a lungo di circa 4 anni rispetto a coloro che vengono solo nominati, ma poi perdono. Da ciò si è concluso che i fattori sociali sono importanti e che l’autostima è un aspetto basilare per la salute e la cura di essa.
  9. Costantemente cerchiamo di giustificare le nostre esperienze in modo tale che abbiano un senso per noi: la dissonanza cognitiva è una teoria secondo la quale gli esseri umani hanno una propensione naturale ad evitare i conflitti psicologici basati sulla disarmonia o le convinzioni che si escludono a vicenda. In un famoso esperimento condotto da Leon Festinger nel 1959 ai partecipanti veniva chiesto di eseguire dei compiti noiosi per un’ora. Essi venivano pagati 1 dollaro oppure 20 per dire ad altri partecipanti in attesa, che in realtà erano ricercatori, che il compito era molto interessante. Coloro che sono stati pagati 1 dollaro per mentire hanno valutato il compito più divertente di coloro che ne hanno ricevuti 20. Coloro che sono stati pagati di più hanno sentito di avere una giustificazione sufficiente per avere svolto un compito sgradevole per un’ora, ma coloro che avevano ricevuto solo 1 dollaro hanno sentito di avere bisogno di giustificare il tempo speso e ridurre il livello di dissonanza tra le loro convinzioni e i comportamenti dicendo che l’attività era divertente. In breve: spesso mentiamo per fare apparire ai nostri occhi il mondo in modo più logico e armonioso.
  10. Crediamo abbondantemente agli stereotipi: creare degli stereotipi sulle persone in base al gruppo, l’etnia, la classe sociale è qualcosa che quasi tutti facciamo, anche quando ci sforziamo di non farlo. Questo ci porta a delle conclusioni non corrette e potenzialmente dannose sulle persone. John Bargh in un esperimento ha esaminato l’automatismo del comportamento sociale. In base ad esso ha scoperto che le persone spesso giudicano in base a stereotipi inconsci che non possiamo fare a meno di agire. Inoltre, applichiamo altrettanti stereotipi ai gruppi sociali a cui noi stessi apparteniamo. Quando applichiamo degli stereotipi in base al sesso, l’età, il colore della pelle delle persone che abbiamo di fronte la nostra mente rispende con pensieri, atteggiamenti, comportamenti correlati a tali stereotipi. Tali qualità che attribuiamo alle persone, in realtà, non fanno parte dell’ambiente, ma risiedono solo nella nostra mente, non riflettono la realtà.

 

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9 Strategie utili per aumentare il proprio carisma

Come attrarre le persone e creare buone relazioni
Di Anna Fata

 

carisma carismatico

 

Il carisma è ciò che determina un ascendente, un’influenza sugli altri, in nome di autorevolezza, fiducia, saggezza, prestigio, fascino. E’ un’innata capacità di coinvolgere emotivamente, trascinare, grazie anche a spiccate doti di personalità. Etimologicamente si rifà all’accezione cristiana secondo la quale il carisma è un dono, una grazia veicolata da Dio stesso che rende le persone inclini ad avere un ascendente positivo, volto al bene delle masse.

Oggi il significato del termine carisma si è ampliato a dismisura e non sempre ha rispettato la sua accezione originaria.

Anche se in ampia parte il carisma è legato a fattori innati, è possibile almeno in parte aumentarlo tramite alcune strategie:

 

  1. Assumere la corretta postura: sedere in modo composto, stare in piedi su entrambe le gambe, con le spalle dritte, le mani visibili, senza agitarle esageratamente. Assumere una posizione corretta, composta, ma al tempo stesso rilassata, non rigida, artificiosa, rende più fiduciosi, a proprio agio, attenti, maggiormente aperti e propensi anche interiormente all’ascolto e alla conversazione. Questo viene percepito anche da chi ci osserva che viene maggiormente attratto da noi
  2. Non sottovalutare il potere del contatto fisico: il contatto fisico può essere assai appropriato in alcune circostanze, ma non in altre. Sapere discriminare quando una stretta di mano, una pacca sulla spalla, un abbraccio possono essere utili a scopo comunicativo e quando è meglio evitarli rende una persona particolarmente abile nella comunicazione e l’interlocutore si sente accolto, ascoltato, interessante, compreso e fa percepire chi ha di fronte attento e autorevole. A volte un contatto fisico appropriato, alla persona giusta, nel luogo giusto, al momento giusto vale più di mille parole
  3. Imparare a decifrare i segnali non verbali: la comunicazione non verbale, che ne siamo consapevoli o meno, occupa la maggior parte delle nostre conversazioni. Tramite la comunicazione non verbale viene spesso veicolato quello che non si condivide con le parole, specie le emozioni e gli stati d’animo. A volte la comunicazione non verbale rafforza le parole trasmesse, altre volte le contraddice. Un’ampia parte del carisma consiste nell’essere consapevole della propria comunicazione verbale, nel fare in modo che sia coerente con quella verbale e nel decodificare con altrettanta attenzione e cura anche quella altrui
  4. Sapere quando utilizzare l’umorismo: le persone carismatiche sanno quando si deve essere seri e quando si può scherzare. E’ possibile comunicare messaggi anche molto importanti e profondi con leggerezza e un sorriso. Spesso sono le comunicazioni più efficaci che raggiungono meglio gli interlocutori. Per conseguire tale efficacia, però, è fondamentale sapere quando, dove, come, con chi, su cosa si può ironizzare e quando, invece, è opportuno evitarlo
  5. Imparare a porre domande: porre domande giuste, nel modo giusto, al momento giusto, nel luogo giusto, alla persona giusta è una dote della persona carismatica, in quanto denota attenzione, interesse, apertura, disponibilità. Le persone amano parlare di se stesse e adorano poterlo fare di fronte a chi dimostra loro di saperle e volerle ascoltare. La persona carismatica, pertanto, è colei che parla poco di sé, ma è molto disposta ad ascoltare con autentico interesse chi le sta di fronte. L’ascolto, inoltre, consente anche di trovare nuovi contenuti e aree di comune interesse e conversazione
  6. Sapere come ascoltare in modo efficace: non è importante solo saper porre le domande, ma anche imparare come ascoltare. E’ un luogo comune che le donne sono brave ascoltatrici: volendo, tutti possono imparare ad ascoltare. Del resto, alle persone piace parlare e avere a che fare con qualcuno che le ascolti con comprensione. Le persone che sanno ascoltare sono rare ecco perché questa dote appare molto attraente per gli altri
  7. Memorizzare il maggior numero possibile di nomi: sembra un piccolo dettaglio, ma ricordare il nome di una persona è un grande segnale che indica che una persona ci sta a cuore e fa stare bene chi riceve questa attenzione. Dimostrare di ricordare i nomi delle persone rende inaspettatamente carismatici
  8. Parlare con le mani: avvalersi della gestualità delle mani aumenta il carisma. Non occorre esagerare con i gesti, ma sottolineare i punti focali di un discorso aiuta le persone che ascoltano ad essere più coinvolte
  9. Tagliare le formule riempitive dal proprio vocabolario: espressioni come “ehm, uhm, oh”, specialmente quando si tiene un lungo discorso sono forme di riempimento delle pause che non sono gradevoli da ascoltare. Registrare i proprio discorsi per rendersi conto quanto di frequente le si utilizzi aiuta a tagliarle. Evitare queste forme rende il discorso più gradevole, incisivo, coinvolgente e trasmette maggiore sicurezza di chi parla.

 

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3 Pratiche per essere felici e soddisfatti al lavoro

Creare le condizioni ottimali per lavorare al meglio
Di Anna Fata

felici soddisfatti lavoro

 

Il lavoro è una delle attività in cui trascorriamo più tempo nella nostra esistenza. Per questo motivo è fondamentale che esso possa rappresentare un modo non solo per procurarci quanto ci serve per vivere, ma anche per realizzarci come esseri umani, per offrire un contributo al mondo, per sentirsi utili, valorizzati e riconosciuti nei propri talenti, impegno, potenzialità.

Svolgere un buon lavoro ci fa sentire orgogliosi, soddisfatti, pieni, ci fa crescere come esseri umani e come professionisti, ci valorizza, contribuisce a dare un senso al nostro fare e al nostro esistere.
D’altro canto, quando non stiamo bene al lavoro ci sentiamo inadeguati, frustrati, confusi, svalutati, e spesso col timore di perdere il lavoro stesso.

In genere le aziende si focalizzano su 4 aree principali per la gestione dei loro dipendenti:

  1. Abilità: che si esplicano tramite la valutazione delle competenze, la formazione, l’aggiornamento, il collocamento della persona giusta al posto giusto
  2. Risorse: la gestione del tempo, degli strumenti, dei sistemi, delle risorse
  3. Struttura: lo svolgimento di attività di organizzazione, progettazione, definizione degli obiettivi, delle strategie, l’allocazione dei budget, il monitoraggio dei processi, la valutazione dei risultati
  4. Sostegno: attività di consulenza, coaching, counseling, mentoring.

Se si desidera che le persone siano felici, serene, soddisfatte sul posto di lavoro è necessario metterle nelle condizioni ottimali per ottenere i migliori risultati. Questo, però, a volte non basta: ci sono persone che ottengono ottimi risultati al lavoro, ma non sono particolarmente felici.

Esiste una distinzione cruciale tra ottenere buoni risultati e sentirsi bene in relazione ad essi.

Quando le persone non si sentono a loro agio al lavoro questo si traduce in calo della motivazione, della creatività, della produttività, stress, burnout. Le aziende, quindi, è fondamentale che creino anche le condizioni affinché i loro dipendenti si sentano bene in relazione ai risultati che ottengono.

Esistono 3 fattori che possono aiutare a sentirsi bene in relazione ai propri conseguimenti professionali:

  1. Il significato: quando si lavora è fondamentale sapere cosa si deve fare, perché e come può aiutare qualcuno. Quest’ultimo aspetto conferisce al lavoro uno scopo e un significato. Non è sufficiente che il proprio lavoro sia significativo per l’azienda, lo deve essere per la singola persona. Il proprio lavoro deve avere uno scopo in cui si crede che valga la pena impegnarsi. Ad esempio, nella maggior parte delle aziende i dipendenti vengono valutati in base a quante chiamate, mail, richieste evadono, nell’azienda Zappos la valutazione dei dipendenti si basa su quanto sanno rendere felici i clienti. Il primo parametro ha valore per l’azienda, il secondo anche per i dipendenti perché mostra loro che sanno fare la differenza per i loro clienti
  2. L’autonomia: quando si è liberi di svolgere il proprio lavoro in modo personale è più probabile che ci si senta orgogliosi dei risultati. Se, invece, il capo impone minuziosamente cosa fare, come, quando, dove, è meno probabile che ci si senta soddisfatti dei risultati perché non vengono percepiti come propri. Nei limiti del possibile, sarebbe opportuno poter essere liberi di decidere su cosa lavorare, con chi, con quali metodi, quando, dove. Ad esempio, la Middelfart Savings Bank in Danimarca è uno dei luoghi di lavoro più felici in Europa. Qui è stato raggiunto questo traguardo lasciando il massimo livello di libertà e responsabilità nel lavoro
  3. L’apprezzamento: ci sentiamo bene al lavoro quando veniamo riconosciuti per ciò che facciamo. Teresa Amabile e Steven Kramer nel loro libro “The Progress Principle” affermano che tra tutto ciò che alimenta la motivazione, le emozioni e le percezioni durante la propria giornata lavorativa, la più importante è compiere progressi in un lavoro significativo. Creare una cultura di feedback positivi in un’azienda è il modo più semplice e potente per fare percepire ai dipendenti l’importanza dei loro risultati. D’altra parte, se si sente che si sta compiendo un ottimo lavoro, ma nessuno lo nota diventa difficile mantenere alta la motivazione, la soddisfazione, l’orgoglio, la perseveranza. In molte aziende è poco diffusa la pratica della lode, del riconoscimento, della gratificazione in caso di lavoro ben fatto, ma molto più diffusa è la consuetudine a sottolineare gli errori, spesso anche pubblicamente.

In sintesi: non è sufficiente mettere i dipendenti nelle condizioni di conseguire ottimi risultati, si deve anche aiutarli a sentirsi bene in relazione a ciò che fanno. Per essere felici al lavoro, oltre a questo, è necessario che le persone sentano che il loro lavoro abbia uno scopo, un significato, un’utilità, che siano libere nei modi, luoghi, tempi per il suo svolgimento. Migliorare il modo in cui ogni dipendente si sente in merito ai risultati conseguiti è di fondamentale importanza, per il benessere della persona, così come dell’azienda e la sua produttività nel tempo.

 

Vieni alla conferenza:

“Come coltivare emozioni positive” – La Psicologia Positiva e la Meditazione come strumenti di benessere di vita e lavoro 

Venerdì 20 Ottobre ore 17 – Bastia Umbra (PG) – presso Festival dell’Oriente 

 

festival oriente

 

 

Iscriviti al corso “Esercizi di Benessere e Felicità” 

Da Sabato 18 Novembre a Senigallia (AN)

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10 Buoni motivi per non lamentarsi nella vita e nel lavoro

Lamentarsi nuoce alla salute, alla produttività e alle relazioni
di Anna Fata

 

lamentela lamentarsi lamentoso

 

Lamentarsi è un’attività che almeno una volta della vita la maggior parte di noi ha compiuto. Se si tratta di una pratica occasionale non è particolarmente deleteria per sé e per le persone che ci circondano, ma quando diventa un’abitudine costante e ripetuta può mettere a rischio la salute psicofisica, le relazioni, la concentrazione, l’attenzione, la produttività al lavoro.

Ci si lamenta in genere a causa dell’insoddisfazione che le cose non vanno secondo le nostre aspettative, che le persone non sono come noi vorremmo, che noi stessi non incarniamo il nostro pieno ideale. Se abbiamo la possibilità di cambiare le cose possiamo utilizzare le energie investite nella lamentela per modificare la situazione, almeno per quanto è direttamente in nostro potere, altrimenti l’unica soluzione che abbiamo è imparare ad accettare ciò che non abbiamo la possibilità di mutare.

Lamentarsi ripetutamente è un’abitudine deleteria perché:

 

  1. Fa apparire le cose peggiori di quelle che in realtà sono. Quando ci si lamenta l’attenzione si concentra quasi esclusivamente su ciò che non funziona, si parla diffusamente di tali aspetti e si finisce col contagiare anche coloro che stanno intorno
  2. Diventa un’abitudine: quanto più ci si lamenta, tanto più si diventa inclini a farlo con facilità. Quanto più ci si concentra sul negativo, tanto più diventa difficile focalizzarsi sull’altra faccia della medaglia
  3. Si ottiene ciò su cui ci si focalizza: il bias di conferma è la tendenza a ricerca o interpretare le informazioni che confermano la proprie convinzioni e ad evitare quelle che le contraddicono. In pratica, ciò a cui già si crede influenza la percezione di tutto quello che si vede e si sente. Questo spiega perché quando ci si lamenta di continuo si finisce col vedere tutto sbagliato o negativo
  4. Conduce ad un continuo declino: le interazioni lamentose portano chi ascolta a lamentarsi a sua volta in modo ulteriormente amplificato in una discesa continua che si rinforza a vicenda
  5. Scoraggia le persone: lamentarsi e ascoltare lamentele uccide la speranza e crea la convinzione che non ci sia una fine al peggio. Questo porta le persone a pensare che non valga la pena agire per cambiare le circostanze in quanto si crede che non valga la pena
  6. Uccide lo spirito d’innovazione: senza la speranza le persone perdono lo spirito di innovazione e la creatività. Le persone che si lamentano di continuo non solo sono carenti di creatività, ma annientano la creatività anche delle persone che stanno introno
  7. Stimola la negatività nelle persone: la persona che si lamenta tende a diventare nel tempo sempre più negativa e a vedere ogni cosa secondo tale filtro. A loro volta tali persone sono inclini a distruggere ogni anelito di positività in chi sta intorno
  8. Crea difficoltà nelle relazioni: quando più persone si coalizzano insieme per lamentarsi creano delle relazioni tra loro basate sulla negatività. L’accettazione da parte loro di nuove persone passa attraverso l’accettazione della loro tendenza a lamentarsi, senza possibilità di replica differente
  9. Crea dei gruppi a parte: essere positivi, ottimisti va di pari passo con l’apertura mentale, l’accoglienza di persone nuove che hanno diversi punti di vista, valori, visioni. Tale attitudine porta a creare relazioni basate sulla collaborazione, la collaborazione, lo scambio, l’arricchimento reciproco. La tendenza a lamentarsi, invece, rende difficile le relazioni, gli scambi, la collaborazione, la fiducia, l’apertura perché si è molto sospettosi, sfiduciati, critici, giudicanti verso gli altri
  10. Si diventa pessimisti, il che nuoce alla salute, al lavoro, alle relazioni. Al contrario, il professor Seligman, fondatore della Psicologia Positiva, ha rilevato che le persone positive vivono più a lungo, sono maggiormente in salute, hanno più amici, migliori relazioni sociali, si godono di più la vita, hanno più successo al lavoro.

Lamentarsi, quindi, è un’abitudine carica di numerosi effetti collaterali. Se capita una volta ogni tanto, non crea particolari disagi a sé e agli altri, ma se diventa un rumore di fondo costante e ripetuto le conseguenze alla lunga possono risultare assai deleterie.

 

Cosa fare per limitare le lamentele?
Per limitare le lamentele potrebbe essere utile:

  1. Imparare a lamentarsi costruttivamente, cioè in modi che possono condurre ad un approccio positivo, costruttivo, risolutivo della situazioni di cui ci si lamenta. Sarebbe da evitare la lamentela fine a se stessa.
  2. Apprendere come trattare i lamentosi seriali (in questo articolo trovi un approfondimento). Spesso le strategie tradizionali con loro funzionano poco, anzi, in molti casi finiscono con l’incoraggiarli a lamentarsi ulteriormente
  3. Allenarsi ad essere più ottimisti e positivi. Per evitare le lamentele, ad esempio, coltivare la gratitudine, l’amore per la bellezza, l’ottimismo, il perdono possono essere antidoti utilissimi (guarda, ad esempio, come fare con questo corso).

Apprendere nuove modalità di pensiero e di comportamento è possibile. Grazie ad esercizi costanti, sistematici, ogni giorno si possono apprendere nuove modalità che fanno stare meglio noi stessi e coloro che ci stanno intorno. Ogni momento è buono per iniziare questo percorso.

 

 

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6 Modi per prendersi cura di sé

Come stare bene con se stessi e gli altri
di Anna Fata

 

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Prendersi del tempo per occuparsi di sé per molte persone risulta pressoché impossibile per il senso di colpa che scaturisce al solo pensiero di sottrarre del tempo alle persone care o ad altre attività che ci si sente di dover compiere. Oppure viene considerato come un fattore di bisogno, di fragilità, di debolezza.

Eppure la cura di se stessi è l’elemento imprescindibile per avere sufficienti risorse da donare agli altri e da impiegare per tutte le attività che si desidera o si ritiene di dover svolgere.

A volte basta veramente poco per prendersi cura di sé. Non necessariamente serve investire grandi quantità di denaro, fare chissà che o andare chissà dove. Spesso il benessere e la cura di sé sono più vicini e a portata di mano di quanto crediamo.

Daniel McNeil della West Virginia University ritiene che esistono 6 semplici strategie per avere cura di sé:

 

  1. Riconoscere i segnali dello stress: ciascuno di noi ha i suoi campanelli d’allarme che denunciano che stiamo esagerando con il nostro darci da fare. Eccesso di fatica, tensione, irritabilità, insonnia, cefalea, gastralgie possono essere alcuni indizi. Ognuno ha i suoi specifici. Imparare a riconoscerli sul nascere mette nelle condizioni di allentare il ritmo quando si è sotto stress per evitare che la situazione peggiori
  2. Stabilire un bilanciamento tra bisogni personali, familiari, professionali: quando si riconosce che si sta entrando nella condizione di stress è necessario agire in modo da ridurlo. Spesso il sovraccarico persona, familiare, lavorativo è una delle cause più frequenti di stress. Prendere atto dei propri limiti, delle energie che hanno una fine, che non si può fare tutto, essere ovunque, ma che occorre compiere delle scelte per rispettare se stessi è fondamentale. Anche imparare a organizzarsi con obiettivi, modi, tempi, strategie ben precise può essere di grande aiuto per ridurre lo stress
  3. Coltivare il senso dell’umorismo: l’umorismo è un antidoto formidabile allo stress. Ridere di sé, della vita, delle situazioni è un modo per scaricare l’energia, allentare le tensioni, liberare endorfine nel sangue che generano un effetto globale di benessere. Infinite possono essere le occasioni per sorridere, può anche essere sufficiente uno spettacolo in televisione, una chiacchierata con un amico spiritoso, gli effetti benefici sono i medesimi
  4. Trascorrere del tempo con gli amici e i familiari: coltivare relazioni armoniche e costruttive con le persone care è uno dei modi principali per allentare le tensioni, distrarre la mente, staccare completamente la spina dalle incombenze quotidiane. La vicinanza emotiva aiuta a sentirsi accettati, coccolati, sostenuti, e ad essere a propria volta disponibili
  5. Coltivare delle attività appassionanti: perseguire passioni, interessi, hobby, aiuta a mettere a frutto le proprie energie e talenti in modi intrinsecamente gratificanti, costruttivi, fonte di rilassamento, realizzazione, condivisione. Sono attività capaci di portare fuori dalla dimensione dello spazio e del tempo e come tali possono allontanare da eventuali pesi, problemi, fatiche legate alla vita quotidiana e al lavoro
  6. Trovare un luogo di lavoro in cui si promuove il benessere dei dipendenti: oggi sempre più aziende si rendono conto che spendere risorse per il benessere dei dipendenti è un ottimo investimento che frutta in termini di quantità e qualità della produttività. Scegliere queste aziende, laddove possibile, può rappresentare un ottimo investimento anche per i dipendenti che ne guadagnano in salute e serenità quando vi lavorano.

 

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Come coltivare una relazione sana col cibo

6 Strategie per avere un rapporto equilibrato col cibo
di Anna Fata

 

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Talvolta il rapporto col cibo per alcune persone è talmente conflittuale che esso viene considerato un vero e proprio nemico da combattere e tenere sotto controllo. Si lotta contro il cibo, quello che si mangia, quanto, quando, dove, come, con chi. Tutta le propria relazione con il cibo viene inquinata da tale conflitto.

In tale conflitto si ergono gli schieramenti opposti del buono-cattivo, salubre-insalubre, ipercalorico-ipocalorico, magro-grasso, ecc. Questa ossessione per il cibo assorbe enormi quantità di tempo e di energia e un vortice continuo di pensieri, parole, emozioni, azioni. Lo stress che ne deriva può essere assai ingente.

Ogni persona è diversa e come tale deve poter creare il suo rapporto equilibrato col cibo. Alcune indicazioni che potrebbero essere utili in questo processo possono essere:

 

  1. Assaporare il gusto del cibo naturale: educare i sensi al sapore, odore, colore, consistenza del cibo naturale, non artefatto, edulcolorato, meccanicamente preparato può essere un ottimo modo per tornare ad allenare i sensi, godere dell’intera esperienza alimentare e allenare il corpo stesso a riconoscere ciò che è benefico per la sua salute
  2. Imparare a cucinare: dedicare del tempo alla ricerca, scelta, acquisto delle materie prime da utilizzare in cucina, trovare i modi per valorizzarle può essere un buon modo per rappacificarsi col cibo. Il senso di soddisfazione, potere, maestria che deriva dall’assaporare pietanze che sono state create in prima persona, secondo il proprio gusto può essere un gesto di cura, rispetto notevole. L’autostima ne potrà a sua volta beneficiare
  3. Occuparsi del corpo a livello globale: il corpo beneficia delle nostre attenzione non solo curando l’alimentazione, ma anche, ad esempio, praticando sport, ricevendo un massaggio, apprendendo una tecnica di rilassamento o meditazione. Imparare a occuparsi di sé stesso in senso globale può favorire la salute psicofisica e allenta i pensieri ossessivi connessi al cibo
  4. Avere un approccio positivo e costruttivo: formulare i propri obiettivi e propositi, anche alimentari, in senso positivo e non negativo, come proibizioni, divieti, ecc., aiuta a spostare l’attenzione da ciò che si vuole o si deve evitare a ciò che si ambisce raggiungere. Avere un approccio costruttivo stimola la costruzione in senso ampio della propria persona, quello che si è, quello che si desidera diventare, in senso esteriore e interiore
  5. Ricordare che il corpo cambia di continuo: il corpo si adatta costantemente all’età, alle attività, al ciclo di vita, alle stagioni. Non solo, quindi, ogni persona ha un corpo diverso dall’altro, ma anche lo stesso corpo non è mai uguale a se stesso. Per tale motivo l’alimentazione deve essere variata di conseguenza. Pensieri e scelte troppo radicali in merito all’alimentazione possono nuocere alla salute psicofisica in quanto non vanno incontro alle mutevoli esigenze del corpo
  6. Evitare il senso di colpa: ci sono persone che convivono costantemente col senso di colpa. Il cibo in questo caso diventa il capro espiatorio più frequente del senso di colpa. In tal modo la conflittualità in tale sfera di vita è assicurata. Evitare di rimuginare a posteriori sulle scelte compiute, coltivare la consapevolezza del corpo e delle scelte alimentari prima di effettuarle può aiutare a spostare l’attenzione sul momento presente rispetto al passato, su cui appoggia il senso di colpa, e in cui non si può più fare nulla per correggere un’azione già effettuata.

Altre indicazioni su come coltivare un rapporto armonioso col cibo le puoi trovare in questo articolo relativo agli 11 passi per stabilire un buon rapporto col cibo. 

 

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