Le 4 C del benessere psicofisico

4 Semplici segreti per stare bene con se stessi e gli altri
di Anna Fata

 

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Per stare bene con se stessi e con gli altri, contrariamente a quanto spesso si pensa, non serve molto. La famosa “ricetta magica” che molti di noi cercano è più semplice e alla portata di mano di quanto si possa immaginare.

Il National Institute of Wellness, in seguito ad una ricerca, se ne accorto e ha stilato le 4 C del benessere psicofisico:

 

  1. Connettersi a se stessi: osservarsi, ascoltarsi, assecondare i propri bisogni è la base per poter stare bene con se stessi e con gli altri. Esistono tante tecniche di ascolto e osservazione di sé: la meditazione, tenere un diario personale, condividere la propria storia con un ascoltatore fidato, ad esempio, sono modi per osservare se stessi e riflettere sul proprio modo di sentire, agire, vivere. Solo dalla connessione con se stessi può scaturire un’autentica connessione con gli altri
  2. Connettersi agli altri: trascorrere del tempo, condividere pensieri, emozioni, attività con persone aperte, disponibili, attente, che ci stanno a cuore e a cui stiamo a cuore è uno dei modi principali per alimentare il nostro benessere psicofisico. I benefici principali della connessione costruttiva con gli altri sono: livelli più elevati di felicità, minore rischio di malattie cardiovascolari, ridotti livelli di pressione sanguigna, aumento della probabilità di vita. La connessione con gli altri si verifica quando si ottiene aiuto concreto, ascolto, accettazione, assenza di giudizio, sostegno emotivo, aumento dell’autostima. Si può affermare di avere persone con cui si è connessi quando: ci si sente a proprio agio con loro, si sente di poter parlare liberamente e dire pressoché ogni cosa, si percepisce un aiuto concreto nel risolvere i propri problemi, ci si sente valutati positivamente, ci si sente importanti per loro, ci si sente trattati seriamente, con rispetto
  3. Connettersi alla comunità: essere connessi ad una comunità allevia lo stress, fa sentire sostenuti, accentua le proprie capacità di resilienza. Una comunità può essere composta da persone che condividono i medesimi interessi, può essere un luogo dove svolgere del volontariato, dove mettere a disposizione i propri talenti, sentirsi utili, realizzati, con una maggiore autostima, uno scopo e un significato in quello che si compie
  4. Creare gioia e soddisfazione: il benessere passa attraverso la salute del corpo, ma anche l’equilibrio emotivo e la serenità mentale. Vivere emozioni positive, costruttive aiuta a sviluppare le risorse per fronteggiare lo stress, essere flessibili, ristabilirsi più velocemente in caso di malattia. Prendersi cura della salute psicofisica passa anche attraverso la coltivazione di pensieri ed emozioni positive. L’ironia e le risate, ad esempio, migliorano l’attività cardiovascolare, allentano lo stress, le contrazioni muscolari del corpo, riducono l’ansia, diminuiscono la quantità di ormoni dello stress e liberano endorfine arrecando un senso generale di serenità e benessere. Svolgere attività che arrecano gioia e soddisfazione innalza l’autostima, il senso di competenza, padronanza delle proprie doti, fa sentire utili, contribuisce a creare un senso nella vita. Tutti hanno alcuni talenti, per trovarli è necessario mettersi alla prova sperimentando attività diverse. Si tratta di trovare qualcosa in cui si è abili, ma che susciti anche passione, interesse, coinvolgimento, assorbimento totale al punto da non percepire lo scorrere del tempo e la fatica. Anche il tempo trascorso nella natura, così come l’apprendimento di tecniche di rilassamento può aiutare ad allentare le tensioni e imparare a vivere la vita, con i suoi alti e bassi, con maggiore leggerezza e ironia. A prescindere da quello che accade attorno a noi possiamo decidere come vivere sul piano interiore tali accadimenti. E’ un potere che ci appartiene, che possiamo coltivare ogni giorno e che ci può aiutare a vivere meglio.

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5 Passi essenziali per risolvere un conflitto al lavoro

Come risolvere un conflitto in ufficio e lavorare felici e contenti
di Anna Fata
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I conflitti possono accadere, sempre, ovunque, comunque. Anche e soprattutto nell’ambiente lavorativo in cui fretta, stress, competizioni, scadenze, possono rendere i rapporti piuttosto tesi e potenzialmente conflittuali.

Essere in disaccordo, in sé e per sé, non ha nulla di negativo. Il confronto, la discussione, lo scambio sono elementi preziosi che consentono di mettere a confronto diversi punti di vista che possono arricchirsi a vicenda e portare a nuove soluzioni e strategie creative, efficaci, efficienti, produttive.

Anche laddove si resta della propria opinione e non si riesce a costruire un punto di vista comune e condiviso, lo scambio, se effettuato con rispetto e serenità, può essere una notevole fonte di arricchimento e crescita personale e professionale.

A volte, però, nonostante il rispetto, l’empatia, la comprensione umana, i conflitti possono comunque innescarsi. Come comportarsi a quel punto?

I conflitti non vanno mai ignorati, non ci si può aspettare che passino da sé, altrimenti, alla lunga, i conflitti non riconosciuti o de liberamente non affrontati, restano irrisolti e possono inquinare le relazioni, spesso anche irrimediabilmente.

I conflitti irrisolti possono danneggiare fortemente la produttività, decretando uno scadimento sia nella qualità, sia nella qualità, rendono meno efficace il lavoro di squadra, la collaborazione, la cooperazione, il raggiungimento di obiettivi comune, possono determinare un aumento dello stress, del burnout, della depressione, di somatizzazioni psicofisiche e generare infelicità che, come abbiamo visto in precedenza (Perché investire in felicità al lavoro aumenta la produttività), è direttamente correlata in modo positivo con la produttività professionale.

 

A seguire 5 passi fondamentale per risolvere i conflitti al lavoro:

  1. Accettare che i conflitti al lavoro sono pressoché inevitabili: i conflitti nascono dalla diversità, dalle divergenze, dal non ascolto, dalla mancanza di flessibilità, dal pensiero dicotomico e da molti altri fattori. Non rappresentano la fine del mondo ma, se ben gestiti, affrontati, risolti, possono essere forieri di nuove idee, progetti, strategie e di un consolidamento delle relazioni e dello spirito di squadra. E’ importante assicurarsi che il conflitto non si estenda al punto tale da inficiare la produttività al lavoro, la salute personale e le relazioni tra colleghi
  2. Affrontare i conflitti il prima possibile: spesso si è tentati per inerzia, pigrizia, timidezza, paura, ritegno o altro di non affrontare immediatamente e direttamente i conflitti quando sorgono, aspettando che, prima o poi, svaniscano da sé. Nella stragrande parte dei casi, però, questa strategie non funziona e porta ad esacerbare i conflitti, ad alimentare più o meno aperti o sotterranei risentimenti, rancori, malumori che influiscono sulla qualità e quantità della produttività professionale e sulle relazioni. L’ambiente lavorativo diventa teso, andare in ufficio diviene pesante, faticoso, indispone a livello emotivo. Si calcola che circa il 90% dei conflitti sorge non da ciò che è stato detto, ma da quello che non è stato detto. Il motivo per cui la conflittualità si accentua è proprio per il fatto che ciascuno si aspetta che sia l’altro a compiere il primo passo, che noi siamo dalla parte della ragione, quando, in realtà, torto e ragione stanno, in proporzioni diverse, da ambo le parti. Sarebbe sufficiente acquisire questa consapevolezza e avere la forza e il coraggio di compiere il primo passo
  3. Chiedere: nei primi stadi di un conflitto il comportamento più semplice consiste nel chiedere. Se qualcuno ci ha fatto arrabbiare e non ne comprendiamo le motivazioni, la decisione migliore è chiedere il perché. Mai basarsi sul proprio punto di vista, sulle proprie supposizioni, che spesso non hanno nulla a che vedere con le ragioni dell’altro
  4. Adottare il “Linguaggio della Giraffa”: il Linguaggio della Giraffa si deve allo psicologo Marshall Bertan Rosenberg. E’ una forma di comunicazione assertiva, non violenta che egli ha creato negli anni ’60 per essere efficaci e non conflittuali. Prende come modello la giraffa in quanto il suo lungo collo le consente una visione ampia, dall’alto ed è l’animale con il cuore più grande al mondo. Si fonda su quattro passi: 1. Osservare quello che si vede nel modo più oggettivo possibile, attenendosi ai fatti, evitando di aggiungere commenti, giudizi, opinioni personali o supposizioni circa l’altro e le sue intenzioni. 2. Esprimere i propri sentimenti: dire come ci si sente, le emozioni, le sensazioni, fa capire come ci sentiamo dentro, cercando di essere il più possibile specifici e precisi. 3. Esprimere i propri bisogni e desideri insoddisfatti: essi sono alla base delle emozioni e dei sentimenti appena elencati. Essere consapevoli del legame tra emozioni, sentimenti e bisogni e desideri aiuta a viverli serenamente, senza conflitti, sensi di colpa. 4. Chiedere all’altro cosa si vorrebbe facesse per renderci felici: esprimere se stessi, i bisogni, i desideri, le emozioni genera empatia, benevolenza, compassione nell’altro. A patto di non farlo sentire dalla parte del torto. Chiedere all’altro ci mette nella condizione di ricevere dall’altro, se è nelle sue possibilità dare. Esprimersi in modo chiaro, preciso, concreto, espone alla possibilità di vedere realizzate le proprie richieste.
    Esistono delle versioni di questo modello comunicativo specifiche per il contesto business. Ad esempio, Alexander Kjerulf suggerisce queste fasi: 1. Invitare l’altro a discutere delle situazione, in un luogo e momento preciso, tranquillo, al riparo da rumori, sguardi indiscreti. E’ necessario strutturare la conversazione in modo che sia costruttiva e non degeneri in accuse reciproche. Prepararsi delle note scritte in anticipo può aiutare. 2. Osservare la situazione in modo oggettivo, neutrale, attendendosi ai fatti, senza mischiare pareri personali, assunzioni sull’altro, supposizioni, giudizi. 3. Scusarsi: ogni parte in conflitto ha la sua parte di responsabilità, grande o piccola che sia. 4. Apprezzare l’altro: fare capire apertamente perché per noi è importante affrontare e risolvere il conflitto. Se si pensa a ciò che l’altro ha di positivo diventa più facile impegnarsi per risolvere il conflitto. 5. Pensare alle conseguenze che il conflitto può avere per se stessi e per l’azienda: questo sprona ulteriormente a impegnarsi per risolverlo e aiuta a vedere la situazione anche dall’esterno. 6. Stabilire un valido obiettivo: questo crea un impegno per entrambi le persone verso cui orientarsi. 7. Chiedere di svolgere azioni specifiche, concrete, realizzabili
  5. Meditare: la Meditazione aiuta a rappacificarsi interiormente, stimola empatia, ascolto, comprensione, compassione, permette di osservare con distacco le persone, le situazioni, aiuta a non farsi prendere dall’ira, dalla tendenza a giudicare, a condannare se stessi e il prossimo. Si è visto che in ambito aziendale la pratica costante di almeno 20 minuti al giorno favorisce la concentrazione, l’attenzione, la creatività, stimola la collaborazione e la cooperazione tra colleghi e diminuisce la tendenza alla conflittualità.

Se, nonostante la pratica di queste indicazioni i conflitti al lavoro sussistono, può essere consigliabile rivolgersi ad un consulente esterno capace di mediare tra le parti, di assistere nel dipanare i nodi che possono, a volte, essere molto complessi o risalenti nel lontano passato, che non sono stati adeguatamente affrontati e che nel tempo si sono consolidati. Aiutare poi i manager, gli imprenditori a gestire in modo più consapevole, conciliante, rispettoso la loro comunicazione può essere un ottimo modo per prevenire futuri contrasti e offrire gli strumenti per affondarli quando eventualmente si presentano.

 

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11 passi per creare un sano rapporto col cibo

Come mangiare con gusto, piacere e salute 
di Anna Fata

 

rapporto sano bilanciato cibo

 

La consapevolezza di non avere un rapporto equilibrato col cibo è il primo passo fondamentale per un cammino verso il cambiamento delle proprie abitudini e schemi mentali.

Il corpo spesso subisce non solo le nostre scelte alimentari in senso organico, ma anche le ripercussioni dei nostri conflitti mentali ed emotivi fanno sentire il loro effetto su di esso. Per tale motivo non è sufficiente cambiare l’alimentazione in sé e per sé, ma l’intero rapporto mentale, emotivo, nei confronti del cibo.

 

11 Suggerimenti per cambiare il proprio approccio mentale ed emotivo al cibo possono essere:

 

  1. Mangiare con consapevolezza: utilizzare i sensi, non solo il gusto, ma anche la vista, il tatto, l’udito, l’olfatto possono rendere molto più piacevole l’esperienza del cibo, più gratificante e metterci nelle condizioni di percepire lo stimolo della fame organica distinguendolo da quella emotiva e di avvertire la sazietà senza eccedere
  2. Essere grati per il cibo: considerare il cibo come un dono, sentirsi fortunati per averlo a disposizione aiuta ad avere rispetto di esso, a non considerarlo come un nemico, ma come un alleato per la salute fisica e psichica
  3. Godere del cibo: pensare continuamente a quello che si dovrebbe o non si dovrebbe mangiare rende questa esperienza di vita una spiacevole ossessione. Lo stress che si accumula in questo modo non solo danneggia il corpo, ma rende inclini ad essere attratti proprio dai cibo ai quali abbiamo apposto un veto. Se una volta si decide di consumare un cibo non previsto dalla propria dieta tanto vale goderselo in pace fino in fondo
  4. Smetterla di punirsi quando si mangia qualcosa che non si avrebbe dovuto: il corpo risente negativamente delle emozioni e dei pensieri negativi nel breve e medio termine e nel lungo termine essi minano l’autostima, l’immagine di se stessi,la sicurezza interiore e mettono a rischio di cadere nelle trappole delle abbuffate compulsive
  5. Infrangere il circolo vizioso tutto o niente: se per una volta si cede ad uno sgarro nella dieta può essere opportuno lasciarlo andare. Il corpo risente delle abitudini consolidate e ripetute nel tempo più che dell’eccezione di una volta. Se ci si impone un divieto netto ed assoluto per un cibo l’attrazione per esso è destinata a crescere. Se una volta tanto ci si concedo una deviazione dalla regola, con consapevolezza, ci si può gustare l’eccezione e non procedere oltre
  6. Cambiare linguaggio: le parole che scegliamo rappresentano il modo in cui guardiamo noi stessi e il mondo. E’ il classico esempio del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: la quantità del liquido è la medesima, cambia la percezione di essa. Se anziché pensare e parlare in termini di divieti lo facciamo in termini di possibilità il senso di libertà percepito sarà maggiore
  7. Smetterla di aspirare a mangiare in modo perfetto: non esiste la dieta perfetta, ma una dieta che si adatta alla singola persona, per lo specifico stile di vita, i suoi gusti, le abitudini, le attività che svolge. Ciò che può andare bene per una persona o che poteva essere stato adatto in passato, non sempre né necessariamente è adattabile a noi nel presente attuale
  8. Smetterla di paragonarsi agli altri: spesso osserviamo le copertine delle riviste, le pubblicità in televisione, o i nostri amici e ad essi paragoniamo il nostro corpo, il nostro rapporto col cibo, la nostra dieta. Ogni persona è un mondo a sé, ogni corpo è unico, voler assomigliare a qualcun altro, utilizzarlo come metro di paragona ci svilisce e ci allontana da noi stessi
  9. Non lasciare che il cibo interferisca con la vita sociale e professionale: talvolta la nostra fissazione per il cibo è tale da compromettere la vita professionale o sociale. E’ importante poter trovare un equilibrio tra uno stile di vita e alimentare sano e bilanciato con il resto della propria esistenza. In caso contrario si rischia di complicarsi ulteriormente la vita
  10. Non ricorrere al cibo quando si è in preda di un moto emotivo: in tali momenti può essere opportuno fermarsi e ascoltare quello che si verifica interiormente. Quando ci si rende conto che non è vera fame fisiologica è possibile trovare attività alternative per compensare tale disagio che non sia il cibo
  11. Avere cura del corpo: spesso ci si dimentica che abbiamo solo un corpo, una sola vita e dobbiamo custodirli con rispetto. Sarebbe opportuno occuparsi del corpo, anche tramite una sana alimentazione, quando si sta bene e non aspettare di cadere in malattia.

E se proprio non riusciamo a migliorare il nostro rapporto col cibo, magari potrebbe essere utile il supporto di un professionista che possa affiancarci per un periodo in questo processo. Perché chiedere è già l’inizio del nostro percorso di cambiamento.

 

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Perché investire in felicità al lavoro aumenta la produttività

Come il benessere e le emozioni positive alimentano la produzione
Di Anna Fata
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Per lavorare bene, per produrre di più in quantità e qualità esistono infinite tecniche e strategie. Obiettivi ben chiari e performanti, strategie adeguate, tecniche ineccepibili, tempi, luoghi, ruoli ben definiti sono indubbiamente indispensabili per lavorare in modo produttivo. Manca, però, in molti casi, il riferimento alla qualità interiore con cui si lavora, che, in genere, è quello che fa la differenza tra un prodotto o servizio ben fatto e un prodotto o servizio eccellente.

Il lavoro che si svolge deve poter essere sentito come un piacere, una passione, una forma di coinvolgimento, di realizzazione personale, di utilità per la società, di applicazione del proprio potenziale, di padronanza dei propri talenti e delle mansioni che si stanno eseguendo. Tutti questi elementi insieme contribuiscono a creare quella che si definisce la felicità al lavoro.

Secondo Alexander Kjerulf  i 10 motivi principali per cui la felicità al lavoro alimenta la produttività sono:

 

  1. Le persone felici lavorano meglio tra loro: le persone felici tendono a vedere il lato ludico in ogni cosa, per questo hanno anche delle buone relazioni con coloro che stanno intorno. Questo si traduce in: migliore lavoro di squadra, migliore rapporto con i collaboratori, colleghi, superiori, clienti più soddisfatti, maggiori vendite
  2. Le persone felici sono più creative: soprattutto se la produttività dipende dall’avere sempre nuove idee, è necessario essere felici al lavoro. Teresa Amabile in una ricerca ha rilevato che se si è di buon umore si è più creativi non solo quel giorno, ma anche i successivi. Questo pare che accada perché i processi cognitivi associati alle emozioni positive conducano al pensiero flessibile, fluente, originale che aiuta ad incubare nuove idee in seguito
  3. Le persone felici risolvono i problemi, anziché lamentarsene: quando non piace il proprio lavoro ogni situazione che si presenta sembra uno scoglio insormontabile. Quando, invece, si è felici, quando sorge una situazione la si affronta e basta
  4. Le persone felici hanno più energia: le persone felici hanno più energia e pertanto sono più efficaci ed efficienti al lavoro
  5. Le persone felici sono più ottimiste: le persone felici hanno un approccio più positivo, fiducioso, ottimistico, sono più produttive e hanno più successo. Quando si crede che qualcosa è possibile è più probabile che lo sia (e viceversa)
  6. Le persone felici sono più motivate: un basso livello di motivazione porta a minore produttività. La motivazione viene alimentata dalla felicità e dalle emozioni positive
  7. Le persone felici si ammalano con minore frequenza: i periodi di malattia sono tra le cause principali del calo di produzione. Se non si gradisce il proprio lavoro è più facile che ci si ammali di diverse patologie, psicosomatiche e no, che si sia vittime di stress, ansia, depressione, burnout. Pare che l’impatto sulla salute dell’infelicità al lavoro sia pari al rischio connesso alla sedentarietà e al fumo di sigaretta
  8. Le persone felici apprendono più velocemente: quando si è felici e rilassati si apprende più velocemente nuove cose e pertanto la propria produttività al lavoro può aumentare
  9. Le persone felici si preoccupano meno di compiere errori: poiché le persone felici si preoccupano meno di compiere errori, nei fatti, ne fanno di meno. Anche quando cadono in errore apprendono rapidamente da esso, vi pongono rimedio, lo ammettono senza imbarazzo, si assumono la loro responsabilità, si scusano, e si riprendono velocemente dall’accaduto
  10. Le persone felici prendono delle decisioni migliori: le persone infelici operano in una condizione di crisi permanente. La loro attenzione è molto ristretta e focalizzata, perdono la visione ampia e generale delle situazioni, vivono con un costante senso di allerta legato al senso di sopravvivenza, pensano, scelgono e agiscono nel breve, medio termine, se non nell’immediato. Al contrario le persone felici prendono decisioni in modo più informato, consapevole, sono più capaci di attribuire le reali priorità nel loro lavoro.

Per concludere: esiste una chiara e netta connessione tra felicità e produttività. Resta un dubbio causale ad oggi: essere produttivi ci rende felici o essere felici ci rende produttivi? La risposta attualmente data è che va in entrambe le direzioni. E’ un circolo virtuoso, ma il legame più forte pare essere dalla felicità alla produttività cioè se si vuole essere più produttivi è fondamentale dare la priorità alla coltivazione della felicità.

Come fare per conquistare la felicità al lavoro?
In due modi principali: scegliere un lavoro che piace, che soddisfa, che realizza, oppure costruire interiormente la propria felicità, indipendentemente da quel che si fa, dove, come, con chi.

 

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Il segreto principale di una buona relazione di coppia

La felicità e la positività per l’armonia di coppia
di Anna Fata

 

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Ogni coppia è un mondo a sé stante, ognuna d’essa ha i suoi equilibri, modi, tempi. Esiste, però, un ingrediente fondamentale che, di base, può rendere ogni coppia più affiatata di quello che magari già è: si tratta dell’umorismo.

La risata, in generale, è un vero e proprio toccasana per la salute, sia quella individuale, sia della coppia. E’ un approccio costruttivo che può aiutare ad affrontare tutte le situazioni, anche quelle più complesse e faticose.

Le coppie più felici sono quelle in cui é più frequente la condivisione di momenti sereni insieme. Quando si sorride insieme al partner si ottiene e si offre al tempo stesso un rinforzo positivo. Nella misura in cui il partner associa la nostra presenza a qualcosa di gratificante gli si fornisce contemporaneamente la motivazione per stare con noi e viceversa.

Le emozioni positive non offrono solo una forma di conforto psicologico: secondo Sophie K. Scott dello University College of London le risate sono espressioni emotive positive che sono legate espressamente ad una riduzione fisiologica dello stress causato dalle emozioni negative. Tale modalità espressiva pare essere molto più efficace rispetto ad altri modi di gestione delle emozioni negative.

Ridere aiuta sia il corpo, sia la mente. Permette di “regolare le emozioni”, cioè di aiutarsi a stare meglio quando non si sta bene. In questo modo si riesce a frenare l’espressione delle emozioni negative e si reagisce in modo più appropriato alle situazioni.

Anche Lilian Bloch della Stanford University ha rilevato che regolare l’espressione delle emozioni negative può aiutare la vita di coppia. Nello specifico ha notato che è soprattutto la capacità delle donne di regolare l’espressione delle emozioni negative che maggiormente predice la soddisfazione degli uomini nei confronti della relazione. Il ruolo delle donne di comunicare in modo costruttivo gioca quindi un ruolo cruciale nel fare funzionare una relazione a lungo termine.

Infine, Joyce Yaun dell’Università di Berkeley ha rilevato che le coppie che vivono emozioni positive sono più capaci di calmarsi psicologicamente quando si alterano emotivamente.

Secondo Scott e Colleghi, la risata è una delle reazioni più potenti che manifestiamo quando viviamo emozioni positive. Si è visto che le persone, sorprendentemente, ridono piuttosto spesso, circa 5 volte ogni 10 minuti di conversazione. Inoltre, si tende a ridere di più di quel che si sta dicendo che non a ciò che dicono gli altri. Pare che la risata venga utilizzata più come strumento per comunicare i nostri pensieri quando parliamo con qualcuno che non come reazione alle parole altrui.

Considerati i numerosi benefici che arreca l’ironia, la buona notizia consiste nel fatto che è possibile controllare il clima emotivo della propria relazione portando in essa il sorriso. All’inizio potrebbe sembrare strano oppure una forzatura, ma nel tempo si potrebbero trovare tanti aspetti in comune col partner su cui ridere.

Quando ci si trova in una situazione di attivazione emotiva negativa può essere utile porre un freno, prendere le distanze per qualche minuto, tornare a riconsiderare la situazione con più calma, a quel punto, magari, può essere possibile trovare degli aspetti della situazione su cui è possibile ironizzare.

 

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4 Sintomi del non prendersi cura di sé

Come capire se non ci stiamo prendendo cura di noi stessi
di Anna Fata

 

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Prendersi cura di sé: non è sempre facile né scontato come potrebbe sembrare. A volte ci occupiamo del corpo, magari solo quando duole, per il resto ce ne dimentichiamo. Altre volte ci dedichiamo al corpo più per una questione di forma, di apparenza, di mera estetica che non per reale interesse, rispetto e considerazione d’esso in quanto emanazione e veicolo anche di una vita interiore più ampia.

A volte ci prendiamo cura della nostra vita psicoemotiva quando soffriamo al punto da tale de non poterne fare a meno. Più di rado ci dedichiamo ad essa quando già stiamo bene, per potere stare meglio o anche solo per il gusto di conoscere e comprendere chi siamo, cosa vogliamo fare o diventare, per comprendere meglio gli altri, il mondo.

Talvolta alberga in noi una sorta di senso di colpa nel dedicarci a noi stessi, come se fosse un atto di egoismo verso le persone care che ci stanno intorno, o una perdita di tempo nei confronti delle tante incombenze e doveri che dobbiamo ottemperare ogni giorno.

In alcuni contesti sociali, inoltre, le questioni legate al benessere mentale ed emotivo sono tenute in minore considerazione rispetto a quelle attinenti al corpo, come se fossero un segnale di debolezza personale. Questa connotazione risulta particolarmente accentuata tra gli uomini.

Oltre a ciò esiste attualmente in molti contesti uno stile di vita improntato alla velocità, alla superficialità, mentre le questioni attinenti al benessere interiore, essendo complesse, richiedono tempo, pazienza, introspezione, e non possono essere liquidate con tecniche pronte all’uso, veloci, semplicistiche. Le pillole, ad esempio, sono un chiaro esempio di come cerchiamo di mettere a tacere un sintomo emotivo che, se ascoltato, potrebbe esso stesso portare con sé la soluzione.

All’opposto, in alcune persone vi è il pregiudizio che affrontare la propria sfera emotiva e mentale passi necessariamente attraverso l’assunzione di terapie mediche, di approcci medicalizzati di cui hanno timore, o resistenza e a cui sono contrari.

In realtà, se non affrontiamo i nostri disagi interiori, come possiamo occuparci al meglio degli altri, come possiamo offrire loro l’attenzione e l’affetto che meritano se noi non ne abbiamo altrettanto per noi stessi?
Perché aspettare di non stare bene per dedicarci a noi stessi quando potremmo stare meglio quando stiamo bene e potenziare le nostre risorse che ci torneranno utili nei momenti di difficoltà?

Il corpo, la mente, la sfera emotiva, alla lunga, possono soffrire di fronte alle nostre trascuratezze.

 

Come capire che non ci stiamo occupando a sufficienza di noi stessi?

Quando trascuriamo noi stessi, quando ci abbandoniamo, possono esserci dei segni che indicano questo processo in atto:

 

  1. Si giudica se stessi: spesso si tratta di giudizi crudi, esigenti, impietosi, freddi, distruttivi (es. sono inadeguato, cattivo, incapace, brutto, stupido, non faccio mai nulla di giusto,ecc.). ogni giudizio è soggettivo, rappresenta una visione della realtà, come tale non può essere né giusto né sbagliato. Ognuno ha il suo. A cosa serve un giudizio se non a perdere lucidità e obiettività? A cosa serve se non incasellare se stessi in modo rigido, dicotomico, una casella da cui è difficile uscire e come tale ostacola il nostro cambiamento? Spesso si apprende questo schema cognitivo giudicante fin da piccoli. Così come da piccoli si veniva trattati in questo modo, da adulti si apprende a trattare il proprio bambino interiore allo stesso modo. Quando si riconosce questo schema di pensiero e di comportamento e progressivamente lo si lascia andare, il bambino interiore si sente più libero di esprimersi, agire, si sente accolto, accettato, amato, con tutte le sue potenzialità e limiti, che sono tipici di tutti gli esseri umani
  2. Si resta confinati nella mente: quando si rimugina troppo, e il pensiero in genere è orientato al passato, o al futuro, si perde di vista il presente, la percezione del corpo, la sensorialità, e tutto quello che si sta vivendo in quel momento. Proiettarsi nel futuro o nel passato impedisce di essere consapevoli del presente e soprattutto di agire consapevolmente in esso, che è l’unico momento in cui possiamo veramente cambiare le cose, e, volendo, anche noi stessi. Quando si trascurano le percezioni e le emozioni del presente il bambino interiore si sente trascurato, ignorato, inascoltato, abbandonato. Alla lunga questo atteggiamento può indurre ansia, tristezza, depressione, stress
  3. Si sviluppa una dipendenza: esistono dipendenze di diversi tipi, non solo da sostanze, ma anche e soprattutto emotive. Sono proprie queste ultime le più difficili da riconoscere e sradicare. Quando si vive una condizione di abbandono, a causa del giudizio di sé, della mancata accettazione, accoglienza, amore, quando si fugge dal presente, ci si rifugia nelle dipendenze per attutire il dolore che sorge a causa di queste condizioni. Alcol, droghe, nicotina, smartphone, televisione, sesso, pornografia, shopping compulsivo, gioco d’azzardo, slot machine, soldi, si può diventare dipendenti praticamente da tutto e da tutti. Si sostituisce una forma di affetto di accoglienza, di benessere con qualcosa che allevia temporaneamente la tensione, ma alla lunga rischia di creare maggiori danni e soprattutto non risolve i problemi a monte
  4. Si rende responsabile qualcun altro delle proprie emozioni: quando si rende responsabile qualcun altro della propria condizione, di quel che si sente, si vive, si pensa, si abdica alle proprie responsabilità, si delega la propria vita a qualcun altro, si rinuncia alla possibilità di cambiare, volendo, la propria esistenza. Finché si abbandona se stessi, finché ci si sente non amabili, non degni di attenzione, cura, affetto, finché non si offre tutto questo per primi a se stessi, dall’esterno non potrà arrivare un trattamento diverso. Sta noi prendere nelle mani le redini della nostra esistenza. Nessuno si può sostituire a noi. Nessuno può fare al nostro posto qualcosa che noi stessi non siamo disposti a fare per primi. Tutto questo, volendo, può essere imparato. Da soli, o con l’aiuto di un professionista.

 

Per imparare a prenderti cura di te, vieni alle nostre conferenze “Primavera di Benessere”, a Senigallia (AN), dal 3 Maggio.
Leggi l’intero programma e prenotati a info(AT)armoniabenessere.it

 

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4 Problemi che possono sorgere nel rapporto col cibo

Come risolvere i più comuni conflitti col cibo
di Anna Fata

 

rapporto cibo conflitti

 

Secondo Michelle May oggi assistiamo non solo a squilibri fisici, mentali, emotivi nel rapporto col cibo, ma al contrario, sempre più spesso anche ad una vera e propria fissazione per la sua igiene, qualità, quantità, ecc. In gergo si definisce ortoressia, è l’ossessione per il cibo sano che porta ad assumere atteggiamenti molti rigidi, normativi, che possono influenzare negativamente anche la vita sociale e relazionale.

Da questa osservazione May ha individuato alcune tra le problematiche più frequenti che possono insorgere nel rapporto col cibo:

  1. Essere regolati dalle norme e regole: è una abitudine prevalentemente femminile, comporta la creazione di norme, regole, abitudini molto precise, rigide che sottendono il timore di perdere il controllo. Secondo Susan Albers la mente tende a pensare in modo dicotomico, per contrapposizioni, bianco-nero, giusto-sbagliato, sano-insano, grasso-magro. Quando questo schema cognitivo diventa talmente rigido da sfociare in una ossessione, la mente si sente persa senza uno schema di riferimento. La sovrabbondanza odierna di informazioni sul cibo, non sempre corrette e talvolta in contraddizione tra loro, su quello che è giusto mangiare e non creano grande confusione interiore e alimentano la necessità di creare chiarezza interiore con schemi sempre più rigidi e precisi. La ricerca di una dieta perfetta può danneggiare l’autostima, soprattutto se ci si trova ad infrangere una o più regole. Ci si sente cattive persone e incapaci di controllarsi. In realtà, secondo Albers non esistono cibi buoni o cattivi in assoluto e soprattutto questo pensiero dicotomico non tiene in considerazione che esistono infinite sfumature per ogni cosa, cibi compresi, e che nella propria condotta alimentare possono verificarsi momenti di fame smodata o di abbuffate saltuari. → La soluzione: per uscire da questa spirale eccessivamente normativa può essere utile mangiare una ampia varietà di cibi, perché è più corretto sia sul piano nutrizionale, sia cognitivo, sia emozionale. Per questo può essere opportuno infrangere almeno una regola ogni giorno per allentare gradualmente un po’ la tensione
  2. Non credere in se stessi: avere fiducia in se stessi è fondamentale per ogni aspetto della vita, compreso quello alimentare. Sentire che si sarà capaci di fare la cosa giusta in caso di tentazione è basilare. In un rapporto disfunzionale col cibo la sfiducia può essere molto forte. In realtà, spesso non siamo consapevoli che le nostre reazioni al cibo non dipendono solo dalla nostra forza di volontà, ma sottendono anche delle basi biologiche. Ad esempio: mangiare cibi molto ricchi di carboidrati (es. pizza, pasta, torte, biscotti) ci fa sentire bene perché aumenta i livelli dell’ormone serotonina che poi mentalmente possono associarsi a momenti positivi, come ad esempio all’infanzia. Tale associazione può ripresentarsi come pericolosa tentazione quando abbiamo bisogno di conforto, consolazione, oppure premio, celebrazione, quando ci sentiamo agitati, tristi, soli, annoiati, quando ci vogliamo premiare o festeggiare qualcosa. Lo stress innesca un processo biochimico che porta alla ricerca di zuccheri. Se il cibo in questione è a portata di mano è più facile cadere in tentazione. Se anche ci si sforza mentalmente di non pensare al cibo, di trattenere il proprio istinto fisico, si rischia di peggiorare la situazione, perché la mente si fissa ulteriormente sul pensiero del cibo. A quel punto, se si ha sottomano il cibo o si cede alla tentazione di acquistarlo, difficilmente si riuscirà a smettere di mangiarlo fino a quando non lo si è finito o si sarà sgradevolmente sazi. → La soluzione: se fossimo maggiormente consapevoli dei nostri pensieri, emozioni, sensazioni fisiche, compresi gli stimoli della fame e della sazietà, riusciremmo a scegliere in modo più libero, sano, ad assecondare le nostre necessità, senza rischiare di pentirci in seguito per le nostre azioni. Prima di avventarsi sul cibo potrebbe essere utile fermarsi qualche istante, respirare profondamente e cercare di capire se il languore che proviamo è realmente fame o è frutto di un’emozione o di un pensiero che ci mette a disagio, che cerca il nostro ascolto e magari la risoluzione in altri modi che non sia quello alimentare
  3. Punire se stessi: quando si è ipercritici, quando si considera il cibo come un nemico è importante osservare il proprio dialogo interiore nei confronti di se stessi e cercare di alimentare maggiore rispetto, compassione, attenzione, cura, amorevolezza verso di sé. → La soluzione : Nessuno è perfetto, a volte capita di eccedere nelle quantità di cibo, oppure nella qualità. Punirsi in questi casi peggiora solo la situazione
  4. Desiderare di essere molto magri: avere un rapporto onesto e consapevole con se stessi e con il cibo aiuta a vedere le cose per quelle che sono. Pare che circa il 90% delle restrizioni alimentari siano causa da una insoddisfazione nei confronti del proprio corpo. Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare di essere magri, soprattutto se questo coincide con uno stile di vita più sano. Quando però le deprivazioni alimentari arrivano a causare carenze di sostanze nutritive indispensabili al proprio benessere scatta il campanello d’allarme. Questa carenza cronica si riflette nel corpo e nella mente rendendo più inclini alle abbuffate e all’aumento di peso. → La soluzione: è importante ricordare che ciascuno ha una struttura corporea differente e un diverso peso forma. Quando ci si sottopone ad un regime alimentare controllato, secondo disposizione mediche, occorre mirare in senso ampio alla propria salute, ad uno stile di vita sano, più che semplicemente al mero calo del peso corporeo.

 

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7 Comportamenti da evitare nella relazione di coppia

Comportamenti e atteggiamenti da non assumere per non danneggiare l’armonia di coppia
di Anna Fata

 

coppia errori da evitare

 

Tutte le relazioni hanno degli alti e bassi nel tempo. Possono alternarsi momenti di gioie, di dolori, di leggerezza, di fatica, di vicinanza, di allontanamento. Quello che differenzia le coppie che funzionano da quelle che non riescono a superare tali momenti sono la consapevolezza, la disponibilità a mettersi in gioco personalmente, la responsabilità del proprio impegno, la presenza di obiettivi e valori comuni e condivisi, l’applicazione di strategie per affrontare i problemi che possono sorgere. Per certi versi, le coppie e le famiglie che funzionano hanno delle dinamiche e dei processi simili a quelli di una azienda solida e performante.

Non sempre né necessariamente un periodo di difficoltà porta alla fine di una relazione (leggi qui come fare per capire se una relazione si sta concludendo, oppure se è il caso di decidere di concluderla). I momenti di difficoltà si possono affrontare insieme e superare e consolidare in questo modo la relazione.

Nello specifico, esistono schemi e situazioni che possono contribuire all’insorgere dei problemi e che, volendo, si possono modificare sul nascere:

  • Trascurare la relazione: sempre più ricerche evidenziano che le coppie felici si basano su una solida amicizia. Questo significa gioire della compagnia reciproca, condividere obiettivi, principi, valori, interessi, attività, amici, parentela, offrire cura, attenzione, sostegno, ascolto, comprensione, lavorare insieme come una squadra affiatata. Tale amicizia per poter fiorire ha bisogno di attenzione, tempo, energia per poter essere coltivata al meglio. Se ci si dimentica di coltivarla, se non le si dedica sufficiente tempo, se non si parla, se non si fanno cose insieme, se non si progetta il futuro, è naturale che l’amicizia gradualmente si deteriora
  • Essere in conflitto: i conflitti accadono, in ogni relazione, di amicizia, di famiglia, di lavoro. Quello che fa la differenza è il modo di affrontarli. I conflitti vanno affrontati e risolti sul nascere: in caso contrario si sedimentano, si accentuano, danno luogo a rivendicazioni, risentimenti, rancori che nel tempo si ingrandiscono, si sommano ai successivi, danneggiando spesso irreparabilmente la relazione. Spesso i conflitti possono nascere precocemente nelle relazioni, in modo quasi sottile e impercettibile. Questo genera un progressivo allontanamento tra i partner. Ciascuno ha la sensazione di essere dalla parte del giusto, si crea chiusura, indisponibilità all’ascolto, incomprensione. Ci aspetta che il partner cambi, ma questo porta il partner a irrigidirsi, a mettersi sulla difensiva. Nel tempo le critiche diventano biasimo, disprezzo, che conducano a erigere muri oppure a chiudere la relazione
  • Non gestire le differenze: le differenze tra le persone, anche le più simili tra loro, esistono sempre. Sono ciò che rende unico ogni individuo. Valori, principi, obiettivi, strategie, modi di affrontare le cose, di agire e di reagire sono strettamente personali. Sarebbe importante mantenere un atteggiamento aperto, disponibile, rispettoso, verso l’altro, senza giudicarlo, ma cercando di capire il suo punto di vista. Assai di frequente, invece, ci irrigidiamo sul nostro punto di vista, lo consideriamo come l’unico possibile, l’unico giusto e valido, facendo sentire il partner sbagliato, e inducendolo sottilmente a cambiare. Esistono altri modi più aperti e rispettosi di confrontarsi che possono rafforzare l’unione e non distruggerla
  • Ritirarsi: talvolta quando non ci sentiamo ascoltati, appoggiati, approvati, assecondati ci chiudiamo in noi stessi. Non solo, ma avviamo anche una sorta di guerra a volte più sottile e sotterranea, altre volte più aperta e manifesta, con cui puniamo il partner. Sottolineiamo gli errori del partner di continuo, le sue imprecisioni, le dimenticanze, lo puniamo sottraendogli quello che per lui conta, ad esempio il sesso, il cibo preferito, non gli rivolgiamo la parola o solo a monosillabi. Così facendo creiamo noi stessi una distanza di cui nel tempo potremmo finire per lamentarci e accusare il partner
  • Perdere la compassione: a tutti noi fa piacere che i nostri pensieri, emozioni, azioni vengano correttamente compresi da chi ci sta intorno, specie dalle persone care. Comprendere non significa necessariamente essere d’accordo. Anche solo la buona volontà e la disponibilità alla comprensione possono beneficiare il rapporto. Quando invece queste non sono presenti si perdono empatia e compassione e con esse anche cura e amore. Lo stress relazionale si accentua e la separazione tra i partner aumenta
  • Attraversare delle crisi: i periodi di crisi possono capitare a tutti. In tali momenti la vicinanza del partner può essere di grande aiuto e può rafforzare la relazione stessa. Se questo non accade i partner possono distanziarsi molto
  • Riconoscere la presenza di problemi: in tutte le relazioni sorgono delle difficoltà, molte di esse riescono ad essere superate. Quando questo non accade può essere importante farsi aiutare da un professionista, altrimenti il rischio è che tali problematiche si aggravino col tempo e magari si sommino a successive e possano condurre gradualmente alla fine della relazione. Anche quando il partner non riconosce l’esistenza di un problema o non è disponibile a risolverlo insieme, può essere utile che anche il partner più consapevole, da solo, si rivolga ad un professionista che possa aiutarlo ad affrontare la situazione e a stare meglio. Non si può forzare il partner a cambiare né a compiere azioni che non desidera, ma fare qualcosa che faccia stare meglio se stessi può essere sempre raccomandabile.

 

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