I 10 segreti personali che nessuno di noi vuole rivelare

Il peso dei segreti che tutti noi portiamo in noi stessi
Di Anna Fata

 

segreto

 

Un segreto è tutto ciò che è nascosto, che viene custodito senza essere rivelato. Sul piano etimologico significa separare e indica ciò che siamo disposti a condividere da ciò che desideriamo custodire per noi stessi, per paura o pudore.

Anche se il Web, i blog, i Social network stanno invadendo sempre di più le aree di segretezza della vita di ciascuno di noi, esiste ancora una zona intima che difficilmente viene resa pubblica, seppure con le debite differenze da persona a persona.

Michael Slepian, docente di psicologia presso la Columbia Business School, è uno dei massimi studiosi di segreti a livello mondiale. Nel 2012 egli ha per primo rivelato scientificamente che tutti noi abbiamo dei segreti, per l’esattezza ne ha identificate 34 categorie e 38 tipologie, tra cui: relazioni extraconiugali, orientamento sessuale, gravidanza, proposte di matrimonio, dipendenza, situazione professionale, ideologie, autolesionismo, salute mentale, traumi, hobby, aspetti finanziari, insoddisfazione affettiva, sociale o fisica, infedeltà emotiva, aborto, odio per gli amici, furti, e molti altri.

Ad oggi, secondo una recente ricerca pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology i segreti più temuti risultano essere:

 

1) Desiderio di tradire il partner
2) Comportamenti sessuali
3) Aver mentito a qualcuno
4) Desideri romantici verso qualcuno
5) Aver violato la fiducia di qualcuno
6) Aver rubato
7) Infedeltà emotiva (quindi flirt, ecc. ma senza atto sessuale)
8) Ambizioni personali
9) Segreti di famiglia
10) Situazione finanziaria

 

Slepian ha scoperto che l’espressione il “peso di un segreto” ha una reale conferma sul piano scientifico, non è solo un modo di dire. Egli ha rilevato che le persone che rievocano, sono preoccupate o sopprimono un importante segreto percepiscono in modo aumentato le distanze, credono che ci vogliano più passi per raggiungere la cima di una collina, indicano che per realizzare un compito fisico serva più energia, sono meno inclini ad aiutare gli altri in un’attività fisica. Quanto più il segreto è psicologicamente pesante, tanto più queste percezioni sul piano fisico si accentuano. Esattamente come un peso fisico, quindi, i segreti ci appesantiscono non solo emotivamente, ma anche fisicamente.

Le sue ricerche sui segreti hanno riguardato decine di migliaia di persone e di segreti sui temi più svariati. Quando la mente delle persone vaga intorno ai propri segreti i livelli di benessere misurabile calano vertiginosamente.

Il disagio psicofisico si manifesta sia quando ci si trova davanti ad altre persone, sia quando ci si rimugina da soli. Sforzarsi di non pensarci non è una buona strategia, perché al contrario rafforza la loro rievocazione. Secondo Daniel Wegner e Ralph Erber per il cervello i segreti sono realtà incompiute, irrisolte la cui soluzione può giungere solo quando vengono scoperti o confessati . Per questo motivo il cervello attribuisce istintivamente ad essi rilevanza e priorità nella nostra mente, da qui il ricordo incessante.

Inoltre, mantenere un segreto pare che danneggi l’autostima, ci fa sentire inautentici, perché ci obbliga a mentire, o a non rivelare qualcosa che sappiamo e che per noi è importante. In aggiunta, tenere un segreto risulta stressante, favorisce l’insonnia, in quanto aumenta i livelli del cortisolo.

 

Come fare per imparare a vivere serenamente, nonostante i nostri segreti?

Anche se la società odierna pare che abbia abbattuto diversi tabù e stigma relativamente a pensieri, sentimenti, pratiche, comportamenti le persone continuano a mantenere diversi segreti in merito alla loro vita e al loro lavoro. Sembra che sussista un senso di immoralità in alcune aree dell’esistenza che nessuna forma di apertura mentale o attivismo sono in grado di scalfire definitivamente.

In questa aurea di intrinseca segretezza di vita sembra che avere un confessore, religioso o laico, a cui poter confidare le proprie aree più recondite, con piena accettazione, scevra da giudizi e pregiudizi, possa fare molto bene alla nostra salute psicofisica. In alternativa, gli psicologi Robert Rodriguez e Anita Kelly hanno scoperto che anche mettere per iscritto i propri segreti, immaginando di confidarli ad un interlocutore immaginario di fiducia può essere altrettanto benefico.

 

Hai bisogno di qualcuno con cui confidarti e migliorare la tua vita?

Fissa subito il tuo appuntamento!

 

Il tuo nome (richiesto)

La tua email (richiesto)

Oggetto

Il tuo messaggio

I 6 (+1) segreti fondamentali della persuasione

Come comunicare efficacemente nella vita e al lavoro
Di Anna Fata

 

persuadere persuasione

 

La persuasione è strettamente connessa alla capacità di influenzare, tema di grande attualità oggi, sia nei social network, sia nella vita quotidiana e al lavoro. La persuasione è il tentativo di influenzare le convinzioni, gli atteggiamenti, le intenzioni, le motivazioni o i comportamenti altrui. Tutti influenziamo il nostro prossimo e tutti ne veniamo influenzati, quello che cambia è il grado di consapevolezza e l’abilità con cui si padroneggia tale inclinazione.

La persuasione si può esercitare tramite diverse modalità e strumenti, comportamenti, parole scritte o orali. Ciascuno di noi ha una sua capacità intrinseca di persuadere il prossimo. La buona notizia è che, volendo, si può migliorare.

Robert Cialdini è il più grande studioso al mondo di persuasione e delle relative tecniche. Oggi i suoi principi vengono insegnati nelle business school più prestigiose di tutto il mondo. Nella vendita si rivelano particolarmente utili ed efficaci.

 

I 6 principi fondamentali della persuasione sono:

 

  1. La reciprocità: si basa sull’idea di trattare qualcuno allo stesso modo in cui egli ci ha trattati per primi. E’ una sorta di obbligo interiore che sorge in ciascuno di noi. Ad esempio, se si riceve uno sconto da un’azienda, si sarà più propensi a continuare a comprare da lei anche quando l’offerta viene meno. Se riceve una mentina a fine pasto al ristorante si è riscontrato un aumento del 3% delle mance, se le mentine sono due, le mance si innalzano del 14%. Se, invece, la seconda mentina viene portata dal cameriere che dopo essersi allontanato dopo avere consegnato la prima torna indietro con la scusa che quello è un regalo speciale solo per quel cliente, le mance salgono al 23%. La chiave della reciprocità, quindi, sta nel fatto che deve essere personalizzata e inattesa. In questo senso anche numerose ricerche successive nel campo della Psicologia Positiva confermano che i doni inattesi, anche di valore economico irrisorio, possono migliorare molto i rapporti tra le persone e l’immagine che abbiamo di loro, oltre che arrecarci un benessere psicofisico profondo.
  2. La scarsità: se un bene è in quantità illimitata può risultare molto attraente al limite dell’imperdibile. Questo si basa sul desiderio recondito delle persone di volere di più proprio ciò che possono avere meno. Ad esempio, quando British Airways annunciò che non avrebbe più effettuato per due volte al giorno il volo con il Concorde Londra-New York perché era antieconomico, le vendite dei biglietti salirono alle stelle. Nulla era cambiato del Concorde in sé né dei servizi connessi, semplicemente era diventata una risorsa scarsa. Come risultato le persone ne vollero di più. Quando si vuole vendere un prodotto o servizio non è sufficiente elencare i benefici che ne possono derivare, ma si deve sottolineare che cosa lo rende unico nella sua proposta di acquisto e cosa si perde se non lo si compra.
  3. L’autorità: le persone tendono a seguire coloro che appaiono loro credibili, autorevoli, esperti. Se ad esempio un dentista ci illustra i pericoli che derivano dal non lavarsi regolarmente i denti, il dentifricio che egli ci propone come soluzione può apparire molto allettante. I fisioterapisti possono persuadere maggiormente i loro pazienti a compiere gli esercizi se appendono al muro i loro attestati. I passanti sono più inclini a scambiare i soldi per le macchinette del parcheggio se viene chiesto loro da persone vestite in modo accurato che non in abiti casual. La scienza con questi esperimenti ci suggerisce che è importante segnalare agli altri cosa ci rende credibili, autorevoli. A volte anche il semplice essere introdotti da qualcuno di autorevole ci rende autorevoli a nostra volta, anche se non abbiamo un legame diretto con tale persona. Ad esempio, si è visto che ci può essere un aumento fino al 20% degli appuntamenti presi e del 15% dei contratti firmati se prima di poter parlare con degli agenti immobiliari si passa attraverso una segretaria che elenca le credenziali e le esperienze di tali professionisti.
  4. La riprova sociale: soprattutto quando si è in condizioni di incertezza, si tende a osservare cosa fanno gli altri per agire a propria volta. Ad esempio, se vediamo un ristorante pieno di persone sarà più probabile che ci entreremo anche noi, o se sentiamo in televisione che un determinato cibo per gatti è il preferito da 8 gatti su 10 propenderemo anche noi per tale scelta. Oppure si è visto che per persuadere gli ospiti degli hotel a riutilizzare i loro asciugamani per più giorni, al fine di evitare di aumentare i costi e l’inquinamento delle risorse naturali, è sufficiente apporre nel bagno un cartello con i benefici per la tutela ambientale che derivano da questo gesto. Il cartello ha suscitato un 35% di compliance tra gli ospiti. Esiste però un modo più efficace per indurre tale comportamento. Se nel cartello si sottolinea che il 75% degli ospiti riutilizza gli asciugamani il riutilizzo sale del 26%.
  5. L’impegno e la coerenza: le persone tendono ad essere coerenti con ciò che hanno detto o fatto in precedenza. Se una persona si è impegnata in qualcosa, ancor più se pubblicamente, è più incline a proseguire. La coerenza si attiva quando si chiede un piccolo impegno iniziale e successivamente si torna per domandarne uno più ingente. Ad esempio, se un ricercatore che si occupa di ricerca sul cancro bussa alla nostra porta noi ci aspettiamo che ci chieda denaro per finanziare le ricerche, invece magari ci domanda solo una firma per una petizione. Se poi dopo una settimana si ripresenta ringraziandoci per la firma e chiedendoci un contributo per la ricerca, la maggior parte di noi acconsente. In una ricerca si è visto che gli appuntamenti mancati o dimenticati in un centro per la salute si sono ridotti del 18% se a scrivere gli appuntamenti sul bigliettino erano gli stessi pazienti e non una segretaria.
  6. La simpatia: le persone sono più inclini a dire di sì alle persone che considerano simili a se stesse. Affinché le persone provino simpatia reciproca la scienza della persuasione indica tre fattori: la similitudine, l’avere ricevuto dei complimenti, la coppe razione al fine di raggiungere obiettivi comuni. Ad esempio, si è visto che se ad un gruppo di lavoro viene detto: “Il tempo è denaro. Vai diritto al tuo business” il 55% riesce ad arrivare ad un accordo. Se, invece, al gruppo viene detto: “Prima di iniziare la negoziazione, scambiatevi qualche informazione personale, identificate qualche similarità che condividete, prima di iniziare la negoziazione”, il 90% riesce a chiudere l’accordo. Per fare leva sul principio della simpatia, quindi, è fondamentale individuare la similitudini che si condividono e complimentarsi in modo autentico prima di iniziare una trattativa.

In una recente intervista di Luca Mazzucchelli Robert Cialdini ha affermato che esiste anche una settima regola della comunicazione persuasiva, che ha chiamato “l’unità“, ossia l’idea che condividendo un’identità assieme a qualcun altro si sia più portati ad accettare le sue richieste.

Questi principi, pur nella loro semplicità, si sono rivelati negli anni molto efficaci, ma in alcuni casi se ne potrebbe abusare. E’ importante utilizzarli con trasparenza, onestà, etica, perché se si cerca di indurre le persone a fare, dire, acquistare o comportarsi in modo non sano, sbagliato, diventa manipolazione.

Non tutte le persone si possono persuadere, né sempre, né ovunque. Oltre un certo limite la persuasione da scienza diventa una vera e propria arte.

 

Vuoi migliorare le tue abilità di comunicazione?

Fissa il tuo appuntamento, raggiungeremo insieme l’obiettivo!

 

Il tuo nome (richiesto)

La tua email (richiesto)

Oggetto

Il tuo messaggio

Tu che relazione hai con il tuo smartphone?

Lo smartphone è come un partner con cui abbiamo una relazione affettiva
Di Anna Fata

 

relazione tuo smartphone

 

Lo abbiamo con noi tutto il giorno, e talvolta anche la notte, lo guardiamo più e più volte, lo usiamo per un’infinità di scopi differenti, ne siamo incuriositi, affascinati, irritati, ammaliati, irretiti, lo amiamo, lo odiamo, lo mostriamo come icona di status symbol,ne abbiamo uno ed anche più, ne siamo dipendenti, stiamo parlando dello smartphone.

Oggi sembra che possiamo fare a meno di tante cose, ma non dello smartphone. Se lo dimentichiamo, lo perdiamo, siamo a nostra volta smarriti, inquieti, preoccupati, come se una più o meno ampia parte della nostra vita fosse andata persa con esso.

Una recente ricerca pubblicata sulla rivista Computers in Human Behavior ha messo in luce che l’andamento delle proprie relazioni affettive è strettamente legato a quello che abbiamo con il nostro smartphone. Se i partner hanno un ritmo di scrittura simmetrico e a intervalli simili la relazione ne può trarre molto beneficio.

I testi scritti sono diventati oggi un modo molto comune di restare in contatto. Si calcola che tra WhatsApp e sms ci scambiamo circa 77 bilioni di messaggi al giorno in tutto il mondo. La forma scritta dei messaggi è al tempo stesso intima e distante: al pari di una telefonata impone di stare a stretto contatto con l’apparecchio, ma è anche asincrona, come una e-mail, in cui si può rispondere secondo i propri tempi. Inoltre manca di parecchi indizi comunicativi, soprattutto legati alle espressioni facciali, al linguaggio corporeo, al tono di voce, anche se con le emoticon la velocità di risposta, la sua accuratezza, si possono dedurre alcuni elementi interpretativi aggiuntivi. Le relazioni basate sui testi scritti, quindi, possono essere convenienti, ma difficili da comprendere, soprattutto quando due partner hanno appena iniziato una relazione.

Quando due persone iniziano a conoscersi ci si analizza a vicenda e anche i piccoli indizi vengono presi in debita considerazione. Pertanto anche il modo e i tempi di scrittura vengono valutati attentamente. Katherine Hertlein, psicologa dell’Università del Nevada, ha studiato a lungo l’impatto che le comunicazioni scritte hanno sull’andamento delle relazioni di coppia. Ciascuno tende ad osservare l’altro, se scrive, quanto, quando, se risponde, in che modi e tempi. Se all’inizio si adotta una strategia e questa cambia nel tempo è probabile che venga interpretata come una mancanza di interesse. D’altra parte anche se c’è un’accelerazione ci si chiede il perché. Pertanto, la psicologa suggerisce che la cadenza e le modalità con cui si scrive all’inizio dovrebbero essere quelle in cui ci si sente a proprio agio in modo da poterle mantenere nel tempo.

La tecnologia oggi ci permette di fare percepire la propria vicinanza, la presenza, l’intimità in modo pressoché immediato. Se il partner non risponde velocemente ai nostri messaggi tende ad essere interpretato come mancanza di presenza e vicinanza. Molte coppie fanno risalire i propri problemi affettivi proprio a questo comportamento. Esiste un contratto segreto, per lo più implicito, in ogni coppia e questo atteggiamento rappresenta una violazione palese.

Si ipotizza che noi trattiamo i nostri testi, gli smartphone con cui li scriviamo esattamente nel modo in cui noi ci comportiamo all’interno delle relazioni. Leora Trub del Digital Media and Psychology Lab presso Pace University ha applicato la teoria dell’attaccamento in senso ampio alle relazioni. Noi acquisiamo un modello di attaccamento a partire dal primo caregiver da piccoli, in genere nostra madre, e poi trasferiamo tale schema affettivo alle successive relazioni. Se nostra madre era distante, distaccata, si tende a sviluppare da adulti un attaccamento evitante, se si è sentito fortemente il bisogno di contatto, si può essere sviluppato un attaccamento ansioso. Questi stili di attaccamento si ipotizza che si possono ritrovare anche nel rapporto con il nostro smartphone.

In una ricerca condotta presso il Pew Research Center il 70% delle persone ha dichiarato che lo smartphone le fa sentire libere, mentre il 30% le fa sentire al guinzaglio. Inoltre, le persone considerano lo smartphone sia un rifugio, si sentono al sicuro con esso e smarriti senza, sia un peso, un obbligo di comunicare che devono portare con sé ovunque vanno. Le persone con attaccamento ansioso si sentono nude senza il loro telefono e avvertono il bisogno di averlo sempre con sé per sentirsi sicure, mentre coloro che hanno uno stile evitante si sentono appesantite da esso, lo avvertono come intrusivo, una fonte di distrazione dai piaceri contingenti di cui liberarsi al più presto.

Questo stile di attaccamento si evidenzia sia nel rapporto con lo smartphone sia con le persone che ci stanno dietro. Per questo motivo diventa importante che gli stili comunicativi dei partner siano in sintonia. Una persona con attaccamento evitante si sente a disagio se viene invaso da una grande quantità di messaggi, mentre coloro che sono più ansiosi e alla ricerca di vicinanza diventano nervosi e preoccupati se non ricevono continue e rapide risposte.

Affinché la comunicazione scritta diventi un modo per avvicinare la coppia, consolidi la sua unione è importante parlarsi e confrontarsi circa le proprie modalità e preferenze. A volte una comunicazione asincrona può essere più utile in alcune circostanze, ad esempio quando serve del tempo per riflettere, stimolare la creatività, ma inadatta in altre che richiedono una risposta tempestiva, oppure delicata, in modo da evitare fraintendimenti causati da un linguaggio testuale non del tutto esplicativo.

Sapere utilizzare uno smartphone sul piano tecnologico non sempre né necessariamente vuol dire saperlo utilizzare anche su un piano umano. Per comunicare al meglio occorrono sviluppare le proprie doti personali e relazionali, anche ai tempi degli smartphone e delle nuove tecnologie.

 

 

E Tu vuoi migliorare la tua relazione con te stesso, il partner, il tuo smartphone?

Prenota subito il tuo appuntamento!

 

Il tuo nome (richiesto)

La tua email (richiesto)

Oggetto

Il tuo messaggio

Cosa è il rancore e come superarlo

Coltivare la serenità per stare bene con se stessi e con gli altri
Di Anna Fata

 

rancore

 

Una recente indagine condotta dal Censis ha tratteggiato, tra le altre cose, le disposizioni mentali ed emotive più diffuse nel 2017 in Italia: al primo posto è risultato il rancore, seguito dall’ottimismo, dal pessimismo e dalla fiducia.

Un quadro non del tutto idilliaco, ma per certi versi prevedibile osservando i macro fenomeni sociali, politici, economici, culturali attuali, di cui si può avere anche grande sentore da quanto si legge nei social media.

 

Che cosa è il rancore?

Etimologicamente, in senso concreto, il rancore è rappresentato dall’odore e sapore acre e disgustoso che assumono i cibi quando vanno a male. In senso figurato è l’odio sommerso, tenace, che si continua a rialimentare dentro se stessi.

Il rancore è una evoluzione del risentimento, è un continuo tornare sia mentalmente, sia emotivamente su un fatto, un evento che abbiamo considerato ingiusto e che ci ha procurato sofferenza.

Socialmente il risentimento si basa in ampia parte sulla sensazione che un agente, una entità esterna neghi risorse, opportunità che si ritiene che debbano essere accessibili a tutti. Nella società attuale si fonda in ampia parte sulle disuguaglianze sociali, l’immobilismo sociale, la difficoltà di accedere alle risorse e la conseguente competizione per raggiungerle.

Sul piano sociale il rancore può sfociare in manifestazioni pubbliche, più o meno violente, oppure può restare confinato anche per lunghi periodi in forme di egoismo, individualismo, chiusura al prossimo, rifiuto di qualsivoglia forma di condivisione, collaborazione, cooperazione.

Il rancore minaccia non solo l’ordine pubblico, ma anche le piccole e grandi relazioni della vita individuale.

A livello individuale il risentimento può essere legato ad un fatto reale o anche solo immaginato. Quello che conta è spesso la percezione di un evento, di un fatto, più che il fatto in se stesso. In genere il risentimento va ben oltre un singolo episodio, ma ha radici molto più lontane. E’ il risultato di una lunga serie di insoddisfazioni pregresse. Spesso se riguarda la relazione con una persona può accadere che le intenzioni dell’altra persona siano molto diverse rispetto a come noi le abbiamo interpretate.

A quel punto scatta dentro di noi una sorta di lotta di potere tesa ad avere “ragione” a tutti i costi, a rivendicare una sorta di sottile vendetta, che porta a restare aggrappati a offese presunte, in quanto percepite come tali, che rinfocolano incessantemente l’astio, l’acredine, l’avversione verso quanto accaduto e la persona che riteniamo in quel momento colpevole.

Il fatto che il risentimento, in realtà, sia una disposizione d’animo molto più profonda, radicata e vada ben al di là di un singolo evento che crediamo essere scatenante, ne è prova che, eventualmente, una volta risolta una situazione che riteniamo che ci susciti risentimento se ne presenta dopo poco immancabilmente un’altra. E il circolo vizioso inevitabilmente ricomincia.

Nel risentimento il passato continua a insinuarsi nel presente, viene costantemente riattualizzato, rivissuto, con tutte le colorazioni emotive e cognitive per lo più negative che esso comporta. E’ una ferita sempre viva che ogni giorno o quasi torna a sanguinare e che contribuisce a alimentare il desiderio di rivalsa.

Vivere nel risentimento è come restare aggrappati al passato e impedire a se stessi di andare avanti. E’ un modo di imprigionare se stessi continuando a nutrire emozioni e pensieri negativi e distruttivi, di sé, prima di tutto, e della relazione con l’altro. Il rancore, come qualsiasi altra emozione finisce alla lunga anche con il danneggiare la salute, esponendo a maggiori rischi di problemi cardiaci, ipertensione, disturbi digestivi, cefalea.

Vivere nel risentimento è un modo per ipotecare il futuro con progetti di rivalsa e vendetta che, magari, mai verranno attuati, ma che comunque comportano un dispendio spesso ampio di tempo, attenzione, energia.

 

Come superare il rancore?

Superare il rancore è prima di tutto un dono che si fa a se stessi. Non si tratta di dimenticare il passato, ma di dissociarlo da una colorazione emotiva, per lo più dolorosa, che lo rende tanto difficile da tollerare e che, peggio ancora, viene costantemente rievocato nella quotidianità.

 

Alcuni suggerimenti utili per superare il rancore possono essere:

 

  • Coltivare la consapevolezza del momento presente di pensieri, sensazioni fisiche, emozioni contingenti senza fare alcunché per cambiarli, ma semplicemente assistendo al loro spontaneo sorgere e andarsene, senza trattenerli né coltivarli
  • Cogliere tempestivamente, al loro insorgere, i pensieri, le sensazioni, le emozioni legate al risentimento in modo da non alimentarli e farli sfumare sul nascere
  • Accettare che dentro se stessi possono coesistere pensieri ed emozioni anche molto diversi da loro, a volte contraddittori, a volte poco piacevoli, compresa la sofferenza che a volte tanto ci spaventa e ci inquieta
  • Accettare il fatto che il passato è passato, che non si può cambiare i fatti che sono accaduti, ma che si può modificare attivamente il modo in cui vengono interpretati
  • Prendere atto che non sempre le intenzioni con cui gli altri parlano, agiscono, reagiscono sono le stesse con cui poi noi interpretiamo le loro parole, azioni, reazioni e che magari intenzioni che non crediamo siano malevoli per l’altro non sono tali
  • Osservare le aspettative che noi nutriamo verso le situazioni, gli eventi, le persone e accettare umilmente che gli altri non ci devono nulla, né essere né comportarsi secondo i nostri standard, regole o dettami
  • Comprendere con tutto se stessi che non possiamo pretendere di avere il controllo su tutto né su tutti, neppure su noi stessi: non è in nostro potere
  • Rendersi conto che continuando a rimuginare su torti presunti, delusioni, insoddisfazione fa solo male a se stessi e sottrae tempo, attenzione ed energia per attività e progetti che nel presente possono contribuire a rasserenarci, soddisfarci, realizzarci
  • Prendere atto che la sofferenza, l’odio, la vendetta non sono modi per placare i nostri dolori a cui solo noi in prima persona possiamo porre rimedio
  • Comprendere che emozioni e pensieri negativi si autoalimentano, ma che è possibile infrangere in qualsiasi momento questo circolo vizioso
  • Infine: assumersi la responsabilità della propria vita interiore. Se è vero che non possiamo cambiare gli altri, gli eventi passati, possiamo cambiare la nostra interiorità e soprattutto il modo di interpretare noi stessi, gli altri, i fatti e il mondo in modo da costruire attivamente la nostra serenità da dentro. Qui sta il nostro vero potere.

 

E TU vuoi liberarti dal tuo rancore?

Fissa subito il TUO appuntamento!

 

Il tuo nome (richiesto)

La tua email (richiesto)

Oggetto

Il tuo messaggio

Come creare una sana relazione col cibo nei bambini

Mangiare bene fin da bambini e vivere meglio in famiglia
di Anna Fata

 

relazione cibo bambini

 

Le buone abitudini a tavola si apprendono fin da piccoli. Sicuramente i bambini apprendono prima di tutto tramite l’osservazione dell’esempio, per lo più dei genitori, prima ancora che da regole, norme, abitudini che essi possono imporre.

L’esperienza che abbiamo da piccoli col cibo è destinata a dare un’impronta al rapporto che poi avremo con esso da adulti. Anche se successivamente delle modifiche nella nostra condotta alimentare e soprattutto nel rapporto emotivo e affettivo col cibo è sempre possibile, se creiamo i presupposti per una relazione sana fisiologicamente ed equilibrata emotivamente, partiamo avvantaggiati.

Si è visto, inoltre, che anche il periodo intrauterino, e con esso le scelte alimentari della mamma durante la gravidanza, possono influenzare il rapporto successivo del bambino col cibo.

Alcune indicazioni per aiutare i bambini a costruire una relazione sana col cibo possono essere:

  • Fare provare ai bambini il maggior numero di cibi possibile: i bambini si basano per lo più sull’olfatto per stabilire se il cibo è di loro gradimento o meno, sulla vista, sulle reazioni altrui che lo stanno mangiando, sulle precedenti esperienze se sono state positive o meno
  • Coinvolgerli nell’acquisto e nella preparazione dei cibi: offrire loro la possibilità di vedere come si presenta la materia prima, meglio ancora se direttamente dal produttore, coinvolgerli nella preparazione del cibo può aiutarli a prendere confidenza con gli alimenti, soprattutto quelli per loro nuovi e ridurre così eventuali resistenze
  • Il cibo dovrebbe essere adeguato all’età dei bambini: qualità, quantità, modalità di consumo dovrebbero essere su misura dei bambini
  • Mangiare insieme ai bambini: i bambini sono ottimi osservatori, si basano su quello che vedono negli adulti circa cosa mangiare, come, quando, dove. Il loro primo e fondamentale esempio alimentare sono i genitori e altre figure parentali per loro di riferimento, a seguire i coetanei
  • Creare ritmi regolari: i bambini hanno bisogno di un ordine di vita, ritmi per dormire, mangiare. Questo consente loro di creare abitudini sane fin da piccoli
  • Evitare di giudicare i cibi: espressioni come buono-cattivo possono dare una connotazione assoluta ai cibi quando, in realtà, si tratta di esperienze soggettive
  • Evitare di focalizzarsi sul peso: i bambini finiscono con l’apprendere precocemente che l’eccesso di peso è indesiderabile o poco attraente. Questo può determinare fissazioni precoci, pensieri ossessivi, pratiche restrittive verso il cibo, disistima, insicurezza
  • Aspettarsi qualche forma di disgusto verso il cibo: i bambini riescono ad accettare un numero limitato di nuovi sapori per volta, che si ampliano gradualmente nel tempo. In tali casi, meglio evitare di insistere
  • Rispettare eventuali forme di allergia o intolleranza: talvolta si sottovalutano le allergie e soprattutto le intolleranze bollandole come capricci che andrebbero indagate e rispettate
  • Offrire ai bambini gli strumenti per scegliere i cibi: anziché imporre regole, modi, tempi, cibi in modo arbitrario, offrire ai bambini gli strumenti per effettuare delle scelte salubri. I bambini possono imparare molto in fretta
  • Creare un clima di calma durante i pasti: evitare discussioni accese, l’uso della televisione, dello smartphone, dei giocattoli o altri stimoli che possono suscitare distrazione.

 

Vuoi risolvere i tuoi problemi col cibo?

Fissa subito il tuo appuntamento!

 

Il tuo nome (richiesto)

La tua email (richiesto)

Oggetto

Il tuo messaggio

Come superare le contraddizioni nelle relazioni di coppia

Imparare ad accettare se stessi e l’altro nella totalità
di Anna Fata

 

contraddizioni coppia

 

In tutte le relazioni esistono delle contraddizioni. Gli esseri umani, di fondo, sono contraddittori. Spesso tra quel che diciamo, pensiamo, proviamo, facciamo ci sono delle più o meno ampie discrepanze. In sé la presenza delle contraddizioni non è negativo. Lo diventa nel momento in cui ci ostiniamo a pensare che non debbano esistere.

Spesso alla base del rifiuto delle contraddizioni c’è il pensiero dicotomico che ci porta a dividere il mondo, le azioni, i pensieri sulla base di forti dicotomie: giusto/ingiusto, corretto/sbagliato, buono/cattivo, ecc. Questo risponde all’esigenza di avere a che fare con un mondo prevedibile, noto, familiare, ordinato in cui la mente sappia già come comportarsi.

La mente si trova a disagio di fronte alle contraddizioni e alle ambiguità. Più o meno consapevolmente ci si aggrappa a ciò che è noto, prevedibile, per evitare l’ignoto. Amore e odio coesistono dentro di noi, in rapporto a noi stessi, al partner, alla relazione stessa e a molte altre situazioni che ci troviamo a vivere.

Nel ricorrere al pensiero dicotomico per sradicare questa contraddizione interiore in merito ai vissuti connessi alla nostra relazione affettiva finiamo col manipolare tutto quello che vediamo, sentiamo, viviamo, facciamo in senso completamente positivo oppure negativo.

Se adottiamo il punto di vista completamente positivo finiamo col non vedere, disconnetterci o negare tutte le emozioni e i pensieri negativi in modo da rimanere all’interno di una relazione libera dal dolore e della sofferenza. La stessa autocritica interiore può servire come mezzo per negare le emozioni negative. Accusando se stessi di essere ingrati, troppo esigenti, incontentabili, dando la colpa a se stessi per il disagio che si sta vivendo è un modo per allontanare il proprio dolore e l’ansia che tali contraddizioni interiori fanno sorgere.

Se, al contrario, adottiamo la prospettiva negativa finiamo col rigettare le parti della relazione che suscitano gioia. Se ci focalizziamo solo sui limiti, i difetti del partner e della relazione ci priviamo della possibilità di apprezzare i motivi per cui ci troviamo nella relazione stessa.

Negare aspetti positivi o negativi di una relazione impedisce di vivere la sua totalità, non permette di comprendere bene cosa vale la pena coltivare, assecondare e cosa invece, forse, sarebbe opportuno cambiare. Negare parti della relazione crea insoddisfazione, che alla lunga dà adito a risentimento, rancore, rabbia che distruggeranno la relazione stessa.

Gli elementi negativi offrono l’opportunità di migliorare la relazione. Gli aspetti positivi ci ostacolano nel prendere atto quali sono i veri motivi che ci fanno restare nella relazione.

Nel momento in cui prendiamo atto con onestà quello che di buono stiamo ricevendo nella relazione e quali sono i suoi limiti ci rendiamo liberi di scegliere se continuare a coltivare la relazione o interromperla.

 

Vuoi migliorare la tua relazione di coppia?

Fissa subito il tuo appuntamento!

 

Il tuo nome (richiesto)

La tua email (richiesto)

Oggetto

Il tuo messaggio

2 Semplici modi per aumentare la felicità al lavoro

Come rendere il lavoro più soddisfacente e produttivo
Di Anna Fata

 

felicità al lavoro

 

Un ventennio di ricerche scientifiche nell’ambito della Psicologia Positiva ha messo in luce che la felicità al lavoro è il carburante fondamentale per incrementare la produttività, che può crescere fino al 12%. Questo accade perché le persone felici:

  • Lavorano meglio con le altre, sono collaborative, serene, armoniche con gli altri
  • Si adoperano per risolvere i problemi, anziché per crearli o lamentarsene
  • Hanno più energia psicofisica
  • Sono più creative, ottimiste, motivate
  • Godono di salute migliore, si ammalano meno (fino a 1,25 giorni di assenza dal lavoro in meno al mese) e anche quando accade guariscono più rapidamente
  • Sono più concentrate, attente, apprendono più rapidamente
  • Compiono decisioni più accurate, equilibrate, vantaggiose, efficaci.

La creatività in modo particolare pare essere rilevante al lavoro. Teresa Amabile, docente della Harvard Business School ha scoperto che la creatività è vitale per il successo professionale, ma essa non può fiorire in un ambiente improntato alla negatività. I piccoli eventi della vita quotidiana, le abitudini, gli schemi, i contrattempi, lo stress, influiscono direttamente sui pensieri, le emozioni, i comportamenti, sia nella vita privata, sia in quella professionale.

Per poter coinvolgere attivamente i propri dipendenti, fare crescere la qualità e la quantità della produzione professionale è fondamentale fare leva sui cuori e sulle menti delle persone e rendere la felicità la priorità numero, anche se potrebbe sembrare all’apparenza controintuitivo in un ambiente professionale. Le persone dovrebbero essere felici di andare al lavoro, dovrebbero sentire che esso rappresenta il luogo in cui si possono mettere a frutto i propri talenti, si possono intrecciare buone relazioni, ci si può rendere utili agli altri, si può contribuire ad un progetto più grande e valido per l’intera società.

Richard Branson, fondatore di Virgin, ad esempio, rappresenta con la sua azienda una delle incarnazioni di questo modello imprenditoriale. Flessibilità, bilanciamento vita privata e professionale, scambio, collaborazione, fiducia, rispetto, Meditazione sono alcuni degli strumenti di cui si avvale per il benessere dei suoi dipendenti.

D’altra parte, recenti ricerche condotte da Andrew Oswald presso l’Università di Warwick hanno messo in luce che, dopo aver confermato lo stretto legame tra felicità, benessere dei dipendenti, motivazione e loro produttività professionale, sono sufficienti semplici espedienti per aumentare il livello di felicità delle persone:

  1. Vedere un video positivo
  2. Offrire frutta fresca, verdura, cioccolato, bevande gratuitamente

sono strategie che possono incrementare il tono dell’umore e la produttività, almeno nel breve periodo. Tali modalità si possono aggiungere ai numerosi esercizi strutturati e validati empiricamente che la Psicologia Positiva negli anni ha messo a punto per innalzare il livello di felicità nel medio e lungo termine.

Quando si parla di felicità, è bene tornare a sottolinearlo, non si tratta di reprimere emozioni e pensieri negativi, ignorare problemi, ostacoli, difficoltà, ma semplicemente di affrontarli da un punto di vista differente.

Il successo non arriva prima della felicità: è la felicità che giunge prima del successo.

Aiutare i propri dipendenti a coltivare quotidianamente la propria felicità aumenta la felicità aziendale, la sua produttività, i margini di profitto.
Per fare questo è necessario creare le condizioni affinché i lavoratori possano coltivare il loro benessere, si sentano sostenuti, apprezzati, incoraggiati, ascoltati e stimolati ad utilizzare le loro potenzialità, possano coltivare le relazioni interpersonali, anche in modo informale, siano lasciati liberi di raggiungere gli obiettivi nei modi in cui ritengono più consoni a sé, siano responsabilizzati, coinvolti nel processo produttivo, al fine di trovare un senso nel loro lavoro e, più ampiamente, nella loro esistenza.

 

Contattataci subito per una consulenza e o un corso sul benessere!

 

Il tuo nome (richiesto)

La tua email (richiesto)

Oggetto

Il tuo messaggio

10 Ricerche psicologiche per conoscere te stesso

Quello che non ti hanno mai detto del tuo lato oscuro
Di Anna Fata

 

ricerche psicologiche

 

Conoscere se stessi è un desiderio che anima ciascun essere umano fin dalle sue origini. E’ processo che inizia fin da piccoli e si estende lungo tutto l’arco della vita. Non si finisce mai di conoscere se stessi perché, anche se una parte della nostra personalità resta relativamente stabile, ci sono altre parti di noi che cambiano continuamente.

Esistono aree di noi che sono più facilmente accessibili ed altre che sono destinate a restare maggiormente nell’ombra. Nonostante ciò queste ultime continuano ad agire e a determinare il nostro modo di sentire, vedere, percepire, decidere, agire.

La parte più oscura di noi, che contiene sia risorse, potenzialità, elementi costruttivi, sia limiti, elementi distruttivi, esercita un fascino indiscutibile su di noi e su chi ci sta intorno. Esistono 10 ricerche classiche di psicologia che ci possono aiutare a conoscere meglio noi stessi e chi ci sta intorno:

 

  1. In tutti noi c’è il seme del male: l’esperimento più famoso in questo senso risale al 1971 quando Philip Zimbardo ha studiato in che modo le situazioni sociali possono influenzare i comportamenti umani. Egli ha preso in esame 24 studenti senza precedenti criminali ed emotivamente stabili e li ha fatti agire come se fossero prigionieri e guardie. I prigionieri dovevano restare in una cella 24 ore al giorno e le guardie si succedevano in turni di 8 ore l’uno e venivano monitorati tramite telecamere nascoste. L’esperimento sarebbe dovuto durare due settimane, ma al sesto giorno è stato interrotto a causa del comportamento violento delle guardie che in molti casi infliggevano torture psicologiche e per lo stress e l’ansia che suscitavano nei prigionieri.
  2. Non notiamo ciò che abbiamo di fronte: in un esperimento condotto nel 1998 presso Harvard e Kent State University un attore si avvicinava ad un pedone a cui chiedeva delle informazioni per recarsi in un luogo. Mentre il pedone parlava due uomini passano tra loro portando una grande porta di legno oscurando per alcuni istanti la vista reciproca tra i due interlocutori. In quel frattempo l’attore veniva sostituito da un altro di diversa altezza, peso, taglio di capelli, voce, abito. La metà dei pedoni non ha notato la sostituzione. Questo esperimento per primo ha illustrato la “cecità al cambiamento” che indica quanto siamo selettivi nel cogliere i dettagli di una situazione e che ci affidiamo alla memoria e al riconoscimento cognitivo molto più di quanto possiamo immaginare.
  3. Ritardare la gratificazione è difficile, ma può aprirci le porte al successo: un famoso esperimento condotto alla fine degli anni ’60 sui bambini in età prescolare ha indagato la loro capacità di resistere alle gratificazioni immediate, l’autodisciplina e la forza di volontà. Durante l’esperimento alcuni bambini di 4 anni sono stati collocati in una stanza di fronte ad un piatto contenente un marshmallow e che potevano mangiarlo, ma se avessero atteso per 15 minuti il ritorno del ricercatore per mangiarlo ne avrebbero potuti ottenere due. La maggior parte dei bambini ha detto di voler attendere il ritorno del ricercatore, molti hanno dovuto lottare con se stessi per resistere, quelli che sono riusciti a resistere hanno adottato delle tattiche, ad esempio si sono coperti gli occhi. Negli anni questi stessi bambini che hanno resistito alla tentazione si è visto che sono stati meno inclini a diventare obesi, a diventare dipendenti da droghe, e in generale ad avere successo nella vita.
  4. Possiamo provare dei conflitti morali molto forti: un famoso esperimento condotto nel 1961 da Stanley Milgram ha verificato quanto le persone sono disposte ad obbedire ad un’autorità quando viene imposto loro di danneggiare il prossimo e quanto possa essere profondo il conflitto tra la propria morale e l’obbligo imposto dall’esterno. Milgram voleva capire come i Nazisti avessero potuto perpetrare i ben noti crimini nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Per compiere questo ha preso coppie di partecipanti, uno aveva il ruolo di insegnante, l’altro di allievo. All’insegnante veniva detto di somministrare una scarica elettrica all’allievo posto in un’altra stanza ogni volta che sbagliava risposta. Una registrazione emetteva segni di disagio e dolore ogni volta che tale scossa veniva emessa. Il ricercatore comandava di proseguire con la sperimentazione, mentre molti insegnanti manifestavano disagio. Si è visto che il 65% dei partecipanti ha somministrato le scariche nonostante fossero stressati e a disagio. Pare che questo esperimento, in realtà, più che l’obbedienza all’autorità illustri i conflitti morali che ci stanno dietro. Le persone, infatti, hanno un istinto innato alla compassione, benevolenza, empatia. Ricerche più recenti, in realtà, hanno messo in luce come in situazioni come queste il 60% delle persone disobbedisce agli ordini.
  5. Veniamo spesso corrotti dal potere: esiste una motivazione psicologica che giustifica il fatto che le persone al potere a volte trattano gli altri senza rispetto. Uno studio pubblicato su Psychological Review nel 2003 ha raccontato gli esiti di una ricerca in cui sono stati posti degli studenti in gruppi di tre per scrivere una breve relazione. A due studenti è stato chiesto di scrivere la relazione mentre al terzo di valutarlo e decidere quanto i due studenti sarebbero stati pagati. Nel mezzo del lavoro un ricercatore arrivava con un piatto contenente cinque biscotti. Sebbene in genere l’ultimo biscotto non veniva mai mangiato, il terzo studente con funzione di valutatore mangiava quasi sempre il quarto biscotto avidamente, a bocca aperta. Dacher Keltner, lo psicologo responsabile di questo studio, ha concluso che quando in un esperimento si attribuisce alle persone il potere è più probabile che essi tocchino gli altri in modo inappropriato, che flirtino in modo aperto, che compiano scelte rischiose, che giochino d’azzardo, che facciano la prima offerta in una negoziazione, che dicano quello che hanno in mente, che mangino biscotti spargendo briciole ovunque.
  6. Cerchiamo la fedeltà ai gruppi sociali e facilmente siamo inclini ai conflitti tra gruppi: uno studio classico del 1950 ha messo in evidenza le possibili basi psicologiche relative alle motivazioni per cui i gruppi sociali e le nazioni sono in conflitto tra loro e come possono imparare a cooperare di nuovo. Muzafer Sherif nel corso di un esperimento ha posto due gruppi di 11 ragazzi di 11 anni di età in un campo estivo in Oklahoma. Uno di essi si chiamava “Aquile”, l’altro “Serpenti a sonagli”. Per una settimana hanno condotto vita separata, senza sapere dell’esistenza reciproca. Quando si sono incontrati e integrati hanno cominciato a chiamarsi ciascuno con il proprio nome, ma quando hanno iniziato a competere in diversi giochi sono sorti alcuni conflitti che li hanno allontanati fino al punto di non voler più mangiare insieme. Successivamente Sherif ha cercato di riconciliare i ragazzi inducendoli a svolgere attività piacevoli insieme, che però non sortì effetti positivi. Riuscirono a riconciliarsi, invece, solo quando si sono trovati a dover risolvere insieme dei problemi.
  7. Abbiamo bisogno di una cosa sola per essere felici: lo studio longitudinale durato 75 anni di Harvard Grant ha seguito 268 studenti maschi delle classi 1938-1940 collezionando dati su vari aspetti della loro vita. La conclusione è stata che l’amore è l’unica cosa che conta al punto che è la sola a tener minare la felicità a lungo termine e la soddisfazione nella vita. George Vaillant ha sostenuto che i fondamenti della felicità sono l’amore e il trovare dei modi per affrontare la vita in modo tale che non distrugga l’amore.
  8. Prosperiamo quando abbiamo una forte autostima e un buono status sociale: raggiungere la fama e il successo non sono solo un rinforzo per l’ego, ma anche dei facilitatori della longevità. I ricercatori della Toronto’s Sunnybrook and Women’s College Health Sciences Centre hanno scoperto che i vincitori della Academy Award, attori e direttori, tendono a vivere più a lungo di circa 4 anni rispetto a coloro che vengono solo nominati, ma poi perdono. Da ciò si è concluso che i fattori sociali sono importanti e che l’autostima è un aspetto basilare per la salute e la cura di essa.
  9. Costantemente cerchiamo di giustificare le nostre esperienze in modo tale che abbiano un senso per noi: la dissonanza cognitiva è una teoria secondo la quale gli esseri umani hanno una propensione naturale ad evitare i conflitti psicologici basati sulla disarmonia o le convinzioni che si escludono a vicenda. In un famoso esperimento condotto da Leon Festinger nel 1959 ai partecipanti veniva chiesto di eseguire dei compiti noiosi per un’ora. Essi venivano pagati 1 dollaro oppure 20 per dire ad altri partecipanti in attesa, che in realtà erano ricercatori, che il compito era molto interessante. Coloro che sono stati pagati 1 dollaro per mentire hanno valutato il compito più divertente di coloro che ne hanno ricevuti 20. Coloro che sono stati pagati di più hanno sentito di avere una giustificazione sufficiente per avere svolto un compito sgradevole per un’ora, ma coloro che avevano ricevuto solo 1 dollaro hanno sentito di avere bisogno di giustificare il tempo speso e ridurre il livello di dissonanza tra le loro convinzioni e i comportamenti dicendo che l’attività era divertente. In breve: spesso mentiamo per fare apparire ai nostri occhi il mondo in modo più logico e armonioso.
  10. Crediamo abbondantemente agli stereotipi: creare degli stereotipi sulle persone in base al gruppo, l’etnia, la classe sociale è qualcosa che quasi tutti facciamo, anche quando ci sforziamo di non farlo. Questo ci porta a delle conclusioni non corrette e potenzialmente dannose sulle persone. John Bargh in un esperimento ha esaminato l’automatismo del comportamento sociale. In base ad esso ha scoperto che le persone spesso giudicano in base a stereotipi inconsci che non possiamo fare a meno di agire. Inoltre, applichiamo altrettanti stereotipi ai gruppi sociali a cui noi stessi apparteniamo. Quando applichiamo degli stereotipi in base al sesso, l’età, il colore della pelle delle persone che abbiamo di fronte la nostra mente rispende con pensieri, atteggiamenti, comportamenti correlati a tali stereotipi. Tali qualità che attribuiamo alle persone, in realtà, non fanno parte dell’ambiente, ma risiedono solo nella nostra mente, non riflettono la realtà.

 

E tu vuoi conoscere te stesso?
Contattami per un appuntamento di persona in studio, al telefono, su Skype

 

Il tuo nome (richiesto)

La tua email (richiesto)

Oggetto

Il tuo messaggio

Plugin for Social Media by Acurax Wordpress Design Studio
Visit Us On FacebookVisit Us On TwitterVisit Us On Google PlusVisit Us On LinkedinCheck Our Feed