9 Fattori che creano un rapporto di coppia felice

Le sfide da superare per creare una relazione di coppia felice
di Anna Fata

 

rapporto coppia felice

 

Ogni relazione di coppia è un mondo a sé stante. Ogni coppia ha i suoi equilibri, i suoi alti e bassi, le sue crisi e le sue riconciliazioni. Le difficoltà accadono ad ogni coppia, quello che caratterizza le coppie felici è il modo di affrontarle e superarle.

Numerose ricerche attestano che avere relazioni affettive solide e serene può beneficiare la salute, tra le quali quelle di Paula Pietromonaco, Bert Uchino, Christine Dunkel-Schetter dell’Università del Massachussetts. Questi ricercatori hanno notato che esistono delle sfide che comunemente le coppie si trovano ad affrontare e che se vengono affrontate per tempo e nel modo adeguato non pregiudicano la vita di coppia, ma possono contribuire al suo consolidamento:

 

  1. Considerare il partner come una certezza assoluta: col tempo la vita in comune, le piccole sorprese, azioni, emozioni cominciano a sbiadirsi e vengono considerate scontate. Questo atteggiamento può minare la felicità presente e futura della coppia. Un antidoto potrebbe essere quello di immaginarsi senza il proprio partner. Questo pensiero può aiutare a mostrare maggiori attenzioni, interesse, affetto verso il partner. Spesso ci si aspetta tanto da chi si ha accanto, ma si è meno disposti a dare qualcosa noi per primi
  2. Considerare la presenza del partner poco stabile: così come dare per scontata la presenza del partner può essere una minaccia per la relazione, può esserlo altrettanto continuare a dubitare dell’impegno, dell’attenzione, della cura, della responsabilità, della presenza del partner. Le persone con un attaccamento molto ansioso, dipendente dal partner necessitano di continue rassicurazioni. Quando si stabilisce un impegno reciproco tra partner non sarebbe necessario continuare a cercare conferme, rassicurazioni, a porre dubbi sulla stabilità della relazione. Anche quando non si è ancora raggiunto uno stadio di impegno esplicito, è possibile interpretare alcuni comportamenti che indicano cura e presenza
  3. Lasciare che altri entrino nei confini della relazione: in una relazione ci sono degli propri spazi di segretezza. Lasciare che qualcun altro entri nel proprio spazio di segretezza, anche se può sembrare innocuo, può minare la fiducia tra i partner e nella relazione. Se il partner lo venisse a sapere ritirerebbe la sua fiducia, si sentirebbe tradito
  4. Lamentarsi con tutti del partner, tranne che direttamente con lui: a volte siamo tentati di cambiare il partner, magari non esprimiamo il nostro dissenso direttamente con lui, ma lo facciamo con terze persone. Così come detto in precedenza, esprimere confidenze sulla propria relazione con persone esterne alla coppia mina la fiducia reciproca e nella relazione stessa, ma impedisce anche al diretto interessato di prendere atto della situazione ed eventualmente cambiare atteggiamento. Inoltre, continuare a lamentarsi del partner impedisce di apprezzare ciò che di buono ha, è, fa
  5. Assumere un atteggiamento passivo-aggressivo: esistono infiniti modi per avere un atteggiamento passivo-aggressivo, dalle apparentemente innocue dimenticanze, all’accettare consigli, senza poi metterli in pratica, al parlare a monosillabi, al non fare trasparire quello che in realtà si ha dentro. Tutti questi atteggiamenti e molti altri portano alla chiusura della comunicazione. Non tutti i comportamenti passivo-aggressivi si esercitano in modo consapevole. Quando ci si comincia a comportare in modo oppositivo, contrariamente a quanto si era soliti fare in passato, può valere la pena fermarsi a riflettere e magari discutere apertamente col partner
  6. Mettere continuamente in discussione la relazione: avere dubbi sulla relazione significa mettere in discussione la sua solidità, la sua durata, la sua importanza. Questo può aprire le porte ad una forma di disimpegno da parte del partner dubbioso. Se l’altro partner si accorge che stiamo programmando un “piano B” potrebbe prendere a sua volta le distanze
  7. Non prendere il partner abbastanza seriamente: tra le proprie priorità quale posto occupa il partner? Rispondere interiormente a questa domanda può aiutare a fare chiarezza circa il ruolo e il valore che il partner occupa nella propria esistenza. Se c’è un grande iato tra il partner e le altre persone care della propria vita può valere la pena riflettere. E’ probabile che il partner possa percepire la nostra sottovalutazione e nel tempo può farlo sentire rifiutato, allontanato, trascurato
  8. Non poter contare sul partner: tutti attraversiamo dei periodi di difficoltà, di sfida in alcuni momenti della nostra esistenza. In tali momenti è fondamentale poter contare sulle persone care, partner compreso. Se questo non accade lo stress personale si estende anche alla relazione e rischia di suscitare allontanamento tra i partner
  9. Sentirsi senza speranza: tutte le coppie attraversano periodi di crisi. Le ragioni possono essere assai numerose: infedeltà, diversità di personalità, punti di vista, valori, stili di vita, incomprensioni. Il rischio di ritirare tempo, attenzione, dalla situazione può indurre a spostare altrove la propria attenzione. Spesso le persone rinunciano alla speranza verso la loro relazione cadendo in alcune distorsioni cognitive ad esempio pensando che ciò che va male nel presente sarà sempre così anche nel futuro, che nella vita, negli affetti non dovrebbero esserci problemi. Tali distorsioni allontanano i partner rendendoli ostili l’uno all’altro, freddi, chiusi, rassegnati. Sarebbe opportuno riconoscere tali distorsioni appena sorgere ed evitare che si consolidino minando la relazione

 

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10 Affermazioni che ledono la tua autostima

Cosa evitare di dirsi per non distruggere la propria autostima
di Anna Fata

 

autostima

 

La mente produce di continuo pensieri. Come trattiamo noi stessi, come ci vediamo, ci descriviamo, ci giudichiamo, ci rimproveriamo può avere un impatto emotivo molto forte sulla propria autostima. Paradossalmente il potere che gli altri possono avere sulla nostra autostima è minimo se a nostra volta non crediamo e non alimentiamo le affermazioni e i giudizi che gli altri formulano nei nostri confronti.

Solo noi possiamo essere i veri migliori o peggiori amici di noi stessi. Gli altri non hanno un reale potere sulla nostra interiorità se non siamo disposti a concederglielo.

 

Quali sono le affermazioni che possono influenzare più negativamente la nostra autostima?

 

  1. Non valgo niente: è forse la peggiore convinzione che si possa nutrire di se stessi. Tutte le persone hanno un valore intrinseco in quanto esseri umani
  2. Sono inutile: questa affermazione uccide il proprio potere persone e ci priva della motivazione. Tutti gli esseri umani hanno non solo un valore, ma anche uno scopo, una missione, una utilità nella loro vita
  3. Non sono capace: a volte partiamo dal presupposto di non essere in grado di fare qualcosa, anche senza averci mai provato, oppure avendoci provato una volta in passato. Ogni volta è unica e non si può sapere a priori come andrà a finire, come tale si potrebbe anche avere successo
  4. Non andrò mai fino in fondo: anche questa affermazione è una delle basi del fallimento. Il successo arriva lavorando duro, giorno per giorno. Essere convinti di non farcela prima ancora di iniziare non facilita il successo, ma la resa
  5. Non piaccio alle persone: con questa convinzione è quasi sicuro essere respinti. Questo accade perché con tale convinzione, consciamente o inconsciamente, finiamo col comportarci in modo da non risultare particolarmente gradevoli. In tal modo la profezia si auto avvera
  6. Gli altri sono migliori di me: la mente umana tende a compiere continuamente paragoni. Sulla base dei nostri pregiudizi misuriamo noi stessi e gli altri e ci dimentichiamo che ciascun essere umano è unico e irripetibile, con i suoi talenti e i suoi limiti. In questo senso i paragoni tra le persone non hanno senso
  7. Non sono abbastanza: questa convinzione nasce dal non sentirsi all’altezza delle richieste e delle situazioni che si verificano nella vita. Questo alimenta un senso profondo di inadeguatezza che cresce di giorno in giorno e porta ad auto sabotarsi di continuo
  8. Devo essere perfetto: questa è forse l’affermazione che più di ogni altra conduce all’infelicità, alla frustrazione, alla demotivazione, alla depressione. Tutti abbiamo dei limiti, ma questo non significa che non possiamo eccellere, con l’impegno, la dedizione, la perseveranza, l’esercizio, in alcune aree di vita. Avere dei modelli interiori troppo rigidi, normativi, porta continuamente all’insoddisfazione
  9. La mia opinione non conta: è una delle affermazioni più ricorrenti in chi ha bassa autostima. E’ l’espressione concreta del proprio sentirsi senza valore. Ogni punto di vista è rispettabile, anche se non necessariamente condivisibile, apporta qualcosa di unico, di nuovo, e come tale può avere la sua utilità
  10. Non cambierò mai: questa affermazione sancisce la propria autocondanna. E’ come scrivere nella pietra il proprio fallimento. E’ un modo per uccidere ogni speranza. Al tempo stesso, però, si può decidere di mettere in discussione questa affermazione e offrirsi almeno una possibilità di cambiamento.

 

Cosa fare per nutrire la propria autostima?

Per poter alimentare la propria autostima potrebbe essere utile:

  • Osservarsi costantemente, con compassione, amorevolezza, e soprattutto evitando il più possibile di giudicarsi
  • Evitare di dare seguito ai commenti negativi su se stessi quando, di abitudine, tendono a innescarsi
  • Mettere in dubbio le affermazioni che si nutrono, magari da anni, e soprattutto se sono negative, su se stessi
  • Imparare a considerare le affermazioni su se stessi solo affermazioni mentali, e non una realtà tangibile
  • Annotare e rievocare ogni merito e successo che si è conseguito
  • Celebrare i propri successi
  • Mettere per iscritto quali sono le proprie potenzialità e rileggerle ogni volta che si ricade nell’autosvalutazione.

Si tratta di piccole strategie di base che possono aiutare ad alimentare la propria autostima e ad eliminare i dialoghi interiori negativi che si rivolgono a se stessi.

 

E se questo non fosse sufficiente, può essere utile rivolgersi per un aiuto ad un professionista.

 

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Eravamo più felici quando si stava peggio?

Dal 1776 come sono cambiati i livelli di felicità nel mondo
Di Anna Fata

 

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Spesso indugiamo nei ricordi, con un misto di nostalgia, dolcezza, rimpianto. Gli eventi restano, le emozioni si attenuano, diventano più ovattate, i dolori si attenuano, le felicità sembrano ancora più delicate e desiderabili. Siamo sicuri che i ricordi rispecchiano fedelmente la realtà, soprattutto sul piano emotivo?

Una recente ricerca condotta dal Social Market Foundation e dal Centre for Competitive Advantage in the Global Economy (CAGE) ha messo in luce che i livelli di felicità hanno raggiunto il culmine durante l’era Vittoriana e nel corso del 20° secolo, con un apice nel 1957, che poi non si è più ripetuto.

La ricerca ha preso in esame un periodo che è iniziato nel 1776, anno della Dichiarazione Americana di Indipendenza che ha rappresentano un momento di elevata felicità, che si è abbassata drasticamente nel corso delle due Guerre Mondiali e della Grande Depressione.

La ricerca è stata condotta tramite la linguistica computazionale che si avvale delle tecniche delle scienze del computer per analizzare il linguaggio, i discorsi al fine di valutare il benessere e la soddisfazione di vita delle persone. Le parole utilizzate per l’analisi sono state tratte dai libri digitalizzati di Google. Sono stati analizzati 8 milioni di libri per tracciare i cambiamenti di livelli di felicità in Gran Bretagna, Italia, Stati Uniti, Francia, Spagna, Germania.

Anche se nel 1957 le aspettative di vita erano più basse di quelle odierne, si lavorava più ore a settimana, poche case avevano il riscaldamento centralizzato e la televisione, i livelli di felicità avevano raggiunto livelli che successivamente non si sono più ripetuti nel periodo post bellico.

Si è visto che esiste una correlazione tra la felicità e la politica pubblica. Tradizionalmente la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) è sempre stato il dato principale per misurare il successo di un piano di governo politico nei Paesi occidentali. Solo di recente si è posta maggiore attenzione al cosiddetto benessere soggettivo o felicità e sulla possibilità di incrementarlo al pari del PIL.

Poiché si è rilevato che non sempre i livelli di felicità procedono di pari passo con l’incremento del PIL si è ipotizzato che esistano anche altri fattori che influiscono sui livelli di felicità. Al fine di capire quali variabili mancanti siano sottese, i ricercatori hanno esaminato le medesime nazioni per un periodo estremamente lungo. Per fare ciò si sono avvalsi di Google Books.

Sono stati esaminati oltre 8 milioni di libri digitalizzati e soprattutto la valenza emotiva insita in essi, positiva (ad es.: gioia, vacanza, pace, ecc.) o negativa (ad es.: assassinio, malessere, stagnazione).

Da tale analisi è emerso che non esiste una connessione tra la crescita economica e la condizione della felicità umana nel lungo termine, ma è soprattutto l’instabilità economica, le recessioni, le crisi, i crolli economici della portata della Grande Depressione che abbassano i livelli di benessere soggettivo o felicità.

Questa indagine giunge alla conclusione che la felicità è un concetto relativo: dipende da fattori come le aspettative, le aspirazioni e queste sono cambiate nei secoli. Se oggi abbiamo delle aspirazioni più elevate rispetto ad un secolo fa questo sembra che rappresenti una delle ragioni principali per cui siamo particolarmente infelici oggi.

Alla luce di ciò, Daniel Sgroi, Professore della Warnick University, conclude gli esiti della presente ricerca affermando che la politica dovrebbe porre attenzione sulla felicità proprio a partire da tale concezione, allocando il budget delle spese in forme capaci di considerare anche i costi benefici sul piano della felicità.

 

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Come gestire i lamentosi cronici nella vita e nel lavoro

Semplificarsi la vita per vivere e lavorare meglio
Di Anna Fata

 

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A chi non è capitato almeno una volta nella vita di incontrare persone che vedono il brutto in tutto, che si lamentano di ogni cosa, a cui sembra che la vita non sorrida mai e che incontrano negatività ad ogni angolo?

Avere a che fare con queste persone sottrae energia, ci fa sentire appesantiti, negativi e pessimisti a nostra volta.

Spesso queste persone non sono consapevoli della negatività in cui vedono. Hanno una sorta di filtro mentale che le porta ad attribuire una interpretazione negativa, pessimistica, buia, pesante di tutto ciò che vedono, sentono, vivono, in ogni contesto, nella loro esistenza privata e nel loro lavoro.

Non solo vivono male loro, ma tendono a trascinare nella loro spirale anche tutte le altre persone che incontrano. Se, da un lato, è possibile riconoscerle facilmente e altrettanto rapidamente prenderne le distanze, d’altro canto può risultare estremamente arduo avere a che fare con loro se, ad esempio, per motivi di lavoro, siamo costretti ad averci a che fare tutti i giorni.

Cosa fare per sopravvivere bene, nella vita e nel lavoro, se dobbiamo avere a che fare con un lamentoso seriale?
Secondo Alexander Kjerulf ci sono dei comportamenti che è fondamentale NON attuare perché si è visto che non funzionano:

 

  1. Rallegrarli non serve: cercare di tirare su il morale a queste persone è contro produttivo. Fa sentire il lamentoso seriale non ascoltato, accettato, compreso, non preso seriamente. Come reazione renderà ancora più insistente il suo lamento. Cercherà di convincere, con ancora più forza, se stesso e chi ha di fronte che i suoi problemi sono veramente seri
  2. Suggerire delle soluzioni non serve: secondo il lamentoso cronico le sue difficoltà sono veramente serie e non si possono risolvere con qualche piccolo, sbrigativo suggerimento, o almeno così sono convinti loro. Quanto più si persevera nel proporre soluzioni e suggerimenti, tanto più loro si ostinano a controbattere
  3. Incitare a darsi un contegno e attivarsi per risolvere la questione: in questo modo le persone hanno la sensazione che si stanno svalutando i loro problemi e che se la smettono di lamentarsi tutto potrà risistemarsi. Loro, tuttavia, sono convinti che non ci siano possibilità in tal senso
  4. Lamentarsi di chi si lamenta non funziona: questo significa che, alla fine, continuando a stare a contatto con chi si lamenta, si finisce per lamentarsi anche noi. Si è verificato il tanto temuto effetto contagio
  5. Ignorarlo non funziona: questo fa sì che il lamentoso compulsivo diventi ancora più lamentoso e insistente
  6. Lamentarsi insieme a loro non funziona: questo atteggiamento crea un legame molto forte con il lamentoso seriale, una sorta di alleanza contro il mondo brutto, cattivo, egoista, negativo, pericoloso. Inoltre, quanto più ci si lamenta, tanto meno energia resta a disposizione per cambiare le cose che non sono gradite
  7. Affrontarli non funziona: sia che si abbia un approccio diretto con i loro lamenti, sia indiretto, magari reprimendo le proprie reazioni, non funziona, perché il disagio che si crea in noi continua ad agire nel profondo.

 

Se tutte queste strategie non funzionano, allora come comportarsi con i lamentosi seriali?

La soluzione può apparire molto semplice, ma forse proprio in quanto tale si è rivelata molto efficace. La parola chiave è: empatia.

Si tratta di ascoltare, accettare, accogliere l’altra persona, pur con le sue difficoltà, la sua negatività, la sua pesantezza. L’ascolto dovrebbe essere autentico (e difficilmente si può fingere in tal senso, perché l’altro se ne accorge), non giudicante, ricco di calore, accettazione, compassione. Non si tratta di essere d’accordo col suo punto di vista, ma di rispettare. Occorre evitare di banalizzare, offrire soluzioni, semplicemente ascoltare con empatia, cercando di mettersi nei panni altrui. Del resto, la fatica, la pesantezza, il dolore che prova l’altra persona è autentico e un reale, concreto limite per lui, al limite dell’insormontabile. Non si dovrebbe trattare l’altro con pietà, facendolo sentire un poverino, ma con compassione, cioè con quella capacità di entrare in risonanza con le sue emozioni e rispettarle.

Il risultato?
Non sempre né necessariamente la persona smetterà di lamentarsi, a volte accade. Il vantaggio che ne deriva per noi è quello di evitare di entrare in un circolo vizioso in cui il lamentoso accentua sempre più il suo lamento creando a nostra volta disagio, stress, pesantezza, malumore.

 

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14 Strategie per un buon rapporto col cibo

Le abitudini vincenti delle persone che vanno d’accordo col cibo
di Anna Fata

 

mangiare bene sano

 

Ogni persona ha un rapporto differente col cibo e con l’atto di alimentarsi. A volte il confine tra un rapporto sano col cibo e uno insano può essere molto sottile e superarlo può essere questione di poco. Per poter instaurare un rapporto sano col cibo può essere utile prendere come esempio le persone che già lo praticano. A seguire alcuni comportamenti che caratterizzano tali persone:

 

  1. Mangiano in modo consapevole: il corpo ha la sua saggezza intrinseca, sa quando mangiare, quanto e quando fermarsi. Le persone che hanno un rapporto sano col cibo si affidano ai loro sensi, più che a ciò che pensano o che altri dicono. Secondo Magrette Fletcher del Center for Mindful Eating mangiare consapevolmente (mindful eating) può aiutare a riconoscere le risposte del corpo al cibo senza giudicarle con la mente
  2. Si concedono un po’ di tutto, seppure con moderazione: secondo Edward Abramson autore di “Emotional Eating” i cibi non sono intrinsecamente buoni né cattivi, ma lo è l’esperienza che abbiamo con essi. E’ il nostro giudizio categorico che crea il vero disagio. Riconoscere quali cibi e quali situazioni di consumo ci piacciono ci offre preziose indicazioni sulle nostre scelte future. Le persone con un rapporto sano col cibo pensano che mangiare sia un’opportunità per se stesse per nutrire e prendersi cura del proprio corpo, non vivono tale momento come dovere da orientare verso un alimento o un altro
  3. Sanno quale è il momento giusto per mangiare: le persone che hanno un rapporto equilibrato col cibo sono consapevoli della fame che hanno, per quale motivo sono attratte da un cibo o da un altro, per questo motivo difficilmente eccedono. Tali persone sanno per esperienze che se provengono da un lungo periodo di deprivazione di un cibo a loro molto gradito è più facile che eccedano
  4. Mangiano quando sono fisicamente affamate: alimentarsi spinti da motivazioni emotive, in genere innescate da ansia, stress, depressione, rabbia, può indurre ad abbuffarsi, soprattutto di cibi ricchi di grassi, zuccheri e calorie in quantità altamente maggiore rispetto alle reali necessità del corpo. Le persone equilibrate nel loro rapporto col cibo mangiano quando il loro corpo richiede il cibo
  5. Smettono di mangiare quando sono gradevolmente sazie: la fame e il senso di sazietà sorgono in modo graduale e pian piano di accentuano. Ci sono persone che non sono consapevoli di tali stimoli finché non diventano molto accentuati. La mindfulness o consapevolezza ci aiuta a essere consci anche degli indizi più sottili in modo da poterli soddisfare prima che diventino troppo accentuati e ci espongano al rischio di abbuffarci
  6. Consumano la colazione: secondo Marjorie Nolan Cohn dell’Academy of Nutrition & Dietetics le persone che fanno colazione regolarmente in modo sano e completo pare che abbiamo maggiore energia, attenzione, memoria, livelli inferiori di colesterolo rispetto a chi non la consuma. Inoltre sono più magre e complessivamente hanno una salute migliore di chi non fa colazione. Una colazione bilanciata prevede un equilibrio tra carboidrati, proteine, grassi, senza eccedere con gli zuccheri semplici per evitare picchi glicemici
  7. Non tengono cibi spazzatura in casa: nel momento in cui si è consapevoli dei propri schemi, abitudini, preferenze alimentari e soprattutto delle reazioni emotive legate al cibo è possibile modificarli. Una strategia utile può essere quella che non tenere in casa il cosiddetto cibo spazzatura che in genere è quello che genera maggiori tentazioni, sensi di colpa, e ricadute successive, sia per i vissuti mentali ed emotivi che innesca, sia per le reazioni biochimiche a cui dà luogo
  8. Non si siedono con una confezione intera di cibo: se, ad esempio, ci piace un certo tipo di gelato può essere utile servirci una porzione in una coppetta e riporre accuratamente il resto nel freezer, oppure avvalersi di monoporzioni sigillate. Se, invece, ci si tiene di fronte le confezioni multi porzioni si rischia di innescare il meccanismo di un boccone tira l’altro. Alcuni cibi, in particolare, sono particolarmente suscettibili di suscitare tale reazione
  9. Conoscono la differenza tra uno snack e uno sfizio: uno snack è un piccolo rompi digiuno, tra un pasto e l’altro. E’ un modo per riempire un poco lo stomaco per non arrivare eccessivamente affamati al pasto successivo. La scelta dello snack è cruciale per proseguire nel proprio regime alimentare sano e bilanciato. Uno sfizio, invece, è un puro divertimento, piacere, per lo più indipendente dalla fame. Non è da condannare in assoluto, l’importante è la consapevolezza
  10. Si concedono il permesso di godere del cibo: spesso il cibo e l’atto dell’alimentarsi avvengono in piedi, davanti ad un computer, in auto, di fretta, senza porvi particolare attenzione. Le persone che hanno un rapporto sano e bilanciato col cibo si prendono in giusto tempo, calma, attenzione, spazio per mangiare. Il nutrimento, infatti, non è solo un atto meramente fisico, ma anche mentale ed emotivo e queste persone ne sono consapevoli
  11. Non compensano i pasti: quando ci si sente in colpa per qualcosa che si è mangiato spesso sorge l’istinto a compensare la sua assunzione effettuando esercizi extra in palestra, o saltando il pasto successivo. Al contrario le persone più equilibrate, quando decidono di mangiare qualcosa in più o di più sostanzioso ad un pasto, nel successivo o nel precedente si tengono più leggere, ma non restringono a tal punto la loro alimentazione da rischiare di cadere vittime di una abbuffata in seguito. Il bilanciamento dell’introito di cibo pare possa avvenire in modo sano se distribuito nell’arco di una settimana, non si può pretendere di limitarlo ad una giornata
  12. Non mangiano per vedere l’ago della bilancia calare: le persone con un buon rapporto col cibo mangiano per il piacere di mangiare, di stare bene, non per altri fini. Quando l’attenzione si sposta su altri fini, specie il calo di peso, rischia di sottrarre parte del piacere intrinseco legato al cibo e introduce un pensiero che rischia di diventare un’ossessione
  13. Non hanno paura di sentirsi affamate: le persone che non hanno un buon rapporto col cibo spesso hanno paura di sentirsi affamate perché avvertono il rischio concreto di mangiare troppo e soprattutto di ingrassare. Le persone consapevoli del loro corpo, dei loro istinti, e di quali cibi fanno bene al loro corpo, sono ben tollerati, si sanno regolare di conseguenza
  14. Il loro interesse per il cibo non interferisce con la loro vita quotidiana: ci sono persone per le quali la loro attenzione per il cibo, sia quello spazzatura, sia quello sano, è tale da monopolizzare tutti i loro pensieri e attività della giornata. Essere troppo rigidi, normativi nel proprio approccio al cibo può causare problemi personali e relazionali così come non avere alcuna regola. Per capire se il nostro rapporto col cibo è bene integrato con la nostra vita o meno può essere utile osservare se interferisce con le attività quotidiane, il lavoro, le amicizie, gli affetti o se è compatibile con esse.

 

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10 Curiosità psicologiche su innamoramento e amore

10 segreti per vivere bene innamoramento e amore
di Anna Fata

 

relazione coppia

 

Quando si inizia una relazione tutto sembra meraviglioso, il partner appare perfetto e il sogno è quella di una lunga vita insieme, felici e contenti. Nei fatti, col tempo, le cose cambiano, l’accecamento che deriva dall’attrazione iniziale si affievolisce, il partner comincia a essere visto e conosciuto nella sua totalità, con i suoi limiti, oltre che i suoi pregi e la relazione perde il suo iniziale splendore.

Questa fase è molto delicata perché decreta la possibilità di proseguire la relazione, consolidarla, rafforzando la conoscenza, il rispetto, la condivisione, oppure portarla avanti per forza d’inerzia, oppure concluderla, magari con grande dispetto, fatica, sofferenza, dolore.

Esistono 10 studi psicologici che sarebbe opportuno conoscere a questo proposito per vivere al meglio l’innamoramento e l’amore:

  1. Innamorarsi richiede un quinto di secondo: in questa condizione si vive una forma di euforia indotta chimicamente che pervade il cervello e si estende a tutto il corpo. Nel cervello pare che vengano attivate 12 aree differenti che secernono una miscela di neurotrasmettitori tra i quali: ossitocina, dopamina, vasopressina, adrenalina. Tale stimolazione cerebrale indotta dall’innamoramento è simile a quella che si verifica in seguito all’assunzione di una piccola dose di cocaina
  2. La mappa cerebrale dell’amore e del desiderio: esistono delle differenze neurali tra amore e desiderio sessuale, con parziali sovrapposizioni. Le regioni attivate in comune sono quelle coinvolte nelle emozioni,nella motivazione e nei pensieri elevati. Nell’amore il desiderio sessuale è più di una semplice emozione di base, ma coinvolge una motivazione diretta verso un obiettivo e l’attivazione di pensieri più alti. Nell’amore si attivano diversi circuiti neurali con un’area chiave che è il corpo striato che è deputato al bilanciamento tra le funzioni di alto e di basso livello
  3. Baciare ci aiuta a scegliere: il bacio non è solo sexy, ma aiuta a scegliere il partner e mantenerlo. Per le donne, in particolare, il bacio risulta molto importante. Baciare non è importante solo per avviare una relazione, ma anche per mantenerla. Pare che esista una correlazione tra la quantità di baci che una coppia si scambia nel tempo e la qualità della relazione stessa. Tale relazione, però, non risulta essere presente tra maggiore attività sessuale e maggiore soddisfazione nella relazione
  4. Le coppie appaiono più simili dopo 25 anni insieme: le persone che vivono insieme per 25 anni possono sviluppare delle similitudini facciali. Questo è risultato particolarmente evidente in coppie sposate da 25 e più anni. Si è ipotizzato che questo sia dovuto a similitudini nella dieta, nell’ambiente, nella personalità o anche nell’empatia col partner
  5. Le relazioni a distanza possono funzionare: esistono due fattori che possono aiutare a tenere viva una relazione a distanza: svelare più liberamente la propria intimità, avere una visione più positiva del partner. Come risultato ne deriva che coloro che intrecciano una relazione a distanza condividono livelli simili di soddisfazione e di stabilità al pari se non superiori rispetto a chi vive geograficamente vicino
  6. Le 4 cose che conducono alla morte una relazione: secondo John Gottman ci sono quattro cose che uccidono una relazione: il criticismo ripetuto, disprezzo e sarcasmo, stare sulla difensiva, erigere un muro comunicativo
  7. I matrimoni moderni richiedono l’autorealizzazione: i matrimoni negli anni sono cambiati molto. In passato consistevano nel dare stabilità, solidità, sicurezza. Oggi le persone cercano l’autorealizzazione nel matrimonio. In questo tentativo, però, le coppie finiscono col non investire abbastanza tempo e impegno nel rapporto di coppia. Secondo Eli Finkel se ci si rende conto che non si dispone di sufficiente tempo ed energie in questa direzione, per evitare delusioni e frustrazione, può convenire abbassare le aspettative
  8. Un semplice esercizio per salvare il matrimonio: si è visto che guardare insieme dei film su tematiche relative alle relazioni e discuterne insieme al termine fa bene alla relazione di coppia. Questo accade perché i partner riescono a rendersi conto in questo modo di quello che si dovrebbe fare per fare funzionare la relazione, di quello che invece sarebbe opportuno evitare e dei comportamenti attuali
  9. La relazione dopo il divorzio: dopo il divorzio non sempre né necessariamente la relazione finisce, soprattutto se ci sono dei figli. Una ricerca ha messo in luce che dopo il divorzio la relazione genitoriale può esplicarsi in 4 modi diversi: coppia sciolta, in cui in genere il padre sparisce, colleghi cooperativi, in cui la coppia si separa, ma resta in buoni rapporti, associati arrabbiati in cui le liti continuano anche dopo il divorzio, nemici feroci in cui i bambini diventano pedine di guerra e ne soffrono ampiamente
  10. Le piccole cose: in un mondo in cui sembra che tutto si possa comprare, che abbia un valore economico, può valere la pena ricordarsi che spesso sono proprio le piccole cose che contano. Si è visto che sempre atti di gentilezza in una coppia sono ciò che contano di più.

 

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3 Pratiche per aumentare la felicità nella vita e nel lavoro

I benefici degli stati d’animo positivi nella vita e nel lavoro
di Anna Fata

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Tutti nella vita vogliamo essere felici, nessuno escluso. E’ forse il desiderio recondito che accomuna l’umanità fin dall’infanzia. Crescendo ci rendiamo progressivamente conto che nel mondo esistono diverse situazioni, persone, pensieri, emozioni e non tutte sono felici e positive come vorremmo.

Si tratta di imparare ad accettare che la vita e il lavoro comportano alti e bassi, situazioni positive e negative, successi e insuccessi, vittorie e sconfitte, conquiste e perdite, e ogni altra forma di opposto. Alcuni di noi ci riescono, e altri no. Chi ci riesce diventa pian piano capace di apprezzare, vivere, rispettare, accettare i momenti, le emozioni, i pensieri cosiddetti “belli”, così come quelli “brutti”. Chi non riesce ad accettare e conciliare tali opposti finisce col cadere verso un estremo, tutto “positivo”, oppure tutto “negativo”, perdendo la possibilità di imparare da entrambe le situazioni.

Sonja Lyubomirsky dell’Università della California è una dei massimi esperti mondiali di felicità. Nei suoi 25 anni di ricerca è giunta alla conclusione che, volendo, si può essere più felici, indipendentemente dalle circostanze.

Anche se gli scettici hanno sostenuto che il livello di felicità sia geneticamente predeterminato e che non si può cambiare, uno studio longitudinale di 17 anni ha messo in luce che il 24% dei partecipanti ha subìto un cambio sostanziale del livello di felicità nel tempo. Secondo la Ricercatrice la biologia e le circostanze possono spiegare una parte della questione, ma esiste anche una quota che è determinata dai modi consapevoli e deliberati delle persone di scegliere cosa pensare e come comportarsi nell’arco delle loro giornate.

Si è visto che essere felici comporta diversi vantaggi. Una meta analisi su 225 studi ha messo in evidenza che la felicità è un precursore di diversi successi: un buon matrimonio, una carriera di successo al lavoro, produrre di più al lavoro, avere una vita più lunga, guadagnare più soldi, avere più amici. Da ciò si deduce, inoltre, che la felicità può non essere solo una conseguenza di questo successo nella vita, ma anche una causa.

La buona notizia consiste nel fatto che sono possibili interventi attivi, scientificamente validati dai decenni di ricerca nel campo della psicologia positiva, che possono accrescere i livelli di felicità. Scrivere una lettera di gratitudine, elencare le cose positive, praticare l’ottimismo, esercitare atti di gentilezza, utilizzare le proprie potenzialità in modi differenti, praticare la Meditazione, sono alcuni degli strumenti disponibili che hanno dimostrato la loro efficacia in tal senso. In aggiunta a ciò si è visto che coltivare buone relazioni umane è fondamentale per la propria felicità.

Affinché gli effetti del cambiamento del proprio livello di felicità siano duraturi, però, è necessario essere costanti, perseveranti, metodici nel seguire e applicare le strategie che la psicologia positiva, dopo decenni di ricerche, ha creato e che si sono dimostrate efficaci.

D’altro canto è anche importante sottolineare che, sebbene coltivare la felicità comporti numerosi benefici, avere un focus esclusivo e continuo su di essa può comportare dei limiti.
Alcuni studi, ad esempio, hanno riscontrato che focalizzarsi eccessivamente sulla propria felicità può renderci meno felici in quanto la realtà, spesso, non è all’altezza delle proprie aspettative. Esistono anche delle situazioni al lavoro in cui mostrarsi eccessivamente felici al lavoro può danneggiare le relazioni, perché la sovrabbondanza di ottimismo non sempre suscita un effetto gradevole. In ogni caso la felicità non può essere una forzatura, ci deve essere un fondo di spontaneità in essa.

Secondo Lyubomirsky l’obiettivo delle strategie di innalzamento dei livelli di felicità non dovrebbe essere quello di eliminare pensieri, emozioni, sentimenti negativi, ma di fungere come una sorta di “manutenzione emotiva quotidiana”.

 

Concretamente, quindi, quali sono i 3 principi di base per aumentare la propria felicità?

 

  1. Trovare l’attività che fa per noi: le tecniche e le strategie che la psicologia positiva propone per aumentare i propri livelli di felicità e che si sono dimostrati efficaci sono numerosi, ma non tutti sono necessariamente adatti a tutte le persone. Ad esempio si è visto che le persone molto estroverse possono beneficiare maggiormente dalle attività positive che le incoraggiano ad interagire con altre persone, o che le persone religiose possono trarre vantaggio dalle attività a sfondo spirituale. Provare diverse attività ci consente di trovare quelle che ci creano gioia, divertimento, coinvolgimento, interesse, che hanno un valore per noi, in cui ci identifichiamo, che hanno un senso e che possono fare parte del nostro stile di vita
  2. Non aspettare di essere felici: spesso si crede che la propria felicità arriverà in concomitanza con determinati eventi, situazioni, luoghi, attività, circostanze. In realtà, si è visto che le circostanze di vita possono essere responsabili solo di una piccola parte della nostra felicità. L’entità dei cambiamenti esterni, grandi o piccoli che siano, possono fare stare meglio in breve tempo, ma hanno un impatto minimo sul benessere e la felicità a lungo termine. Per tale motivo la psicologia positiva suggerisce che anziché cambiare le circostanze sarebbe più opportuno cercare di modificare le proprie emozioni, pensieri, sentimenti e azioni al fine di soddisfare i propri bisogni di base di competenza, autonomia, connessione. Ad esempio, si è riscontrato che osservare sul posto di lavoro ciò per cui si può essere grati, poco o tanto che sia, pare che possa aiutare ad essere più coinvolti, connessi con gli altri, energici
  3. Essere consapevoli dell’adattamento edonico: quando si ottiene una promozione al lavoro, quando ci si sposa, si cambia casa, o persino quando si vince una grossa somma alla lotteria può esserci una grande felicità iniziale, ma le ricerche hanno rilevato che essa difficilmente dura nel tempo. Questo fenomeno si chiama “adattamento edonico” e si verifica soprattutto in concomitanza con eventi felici che diventano rapidamente la normalità quotidiana in quanto le aspettative crescono a dismisura e si finisce col desiderare sempre di più. Anche se il grado di adattamento alla felicità è diverso da persona a persona e a seconda delle situazioni, sembra che non ci sia dubbio sul fatto che il nostro cervello trae beneficio dalle novità tale per cui la felicità e il benessere non dovrebbero essere la destinazione, ma il viaggio. Sembra che sia possibile allenare il cervello a superare, rallentare o al limite fermare il processo dell’adattamento edonico praticando costantemente la gratitudine, introducendo sempre un pizzico di novità nelle proprie pratiche di benessere, dedicandosi alle pratiche della felicità con dedizione e impegno ed evitando il confronto sociale che spinge a desiderare sempre di più.

 

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