Intervista a Cinzia di Martino

cinzia di martino

 

Il femminile nel web

Intervista a cura di Anna Fata

 

D: Chi è Cinzia Di Martino?

 R: È una laureata in informatica che si è stancata di scrivere seguendo il sistema binario e ha voluto provare a tradurre e raccontare alle persone.

È (da sempre) un’appassionata della psicologia umana e della persuasione di massa che subiamo ogni giorno da anni.

È una testarda autodidatta (che non chiede per non disturbare), incapace per natura di essere monotematica, curiosa di capire i fili rossi che collegano le cose (solo apparentemente) più antitetiche: ecco perché mi sono ritrovata blogger su social media, marketing, branding, content marketing, siti web, grafica.

Probabilmente l’unica cosa di cui non scriverò sono numeri e statistiche: dopo gli studi meno ne vedo, meglio mi sento.

 

D: Come è nata la tua passione, che poi si è diventata una professione, per l’informatica?

R: La mia passione per l’informatica è nata ai tempi del vic20. Avevo 6 anni quando i miei me lo regalarono e rimasi subito affascinata dai videogiochi e dalle strane magie che accadevano dentro lo schermo: ricordo che nel libretto di istruzioni c’erano le righe di codice che permettevano di creare una pallina rimbalzante.

Penso di aver copiato e ricopiato quelle righe migliaia di volte, aggiungendo, togliendo o modificando qualche numero per vedere se cambiava qualcosa e cosa.

Ecco, quello è il momento in cui penso sia nata la curiosità di capire come fosse possibile che un oggetto inanimato riuscisse a creare una pallina rimbalzante (che cambiava direzione e colore) scrivendo delle parole incomprensibili e dei valori casuali.

Fu l’inizio della fine 🙂

 

D: In un mondo a netta prevalenza maschile, come quello dell’informatica, quale può essere il valore aggiunto che un approccio femminile può apportare?

R: Secondo i maschietti, probabilmente, l’approccio femminile può portare solo più confusione e invece… secondo me porta più forma, ma anche più sostanza.

Avendo due modi diversi di vedere le cose  e vivere la vita, uomini e donne con la collaborazione possono solo portare alla creazione di prodotti/servizi migliori.

Le donne sono più attente ai dettagli, all’ordine delle cose e, dato un problema, lo affronteranno almeno da cinque punti di vista diversi dagli altri. E ogni punto di vista, ogni prospettiva è arricchimento. Come dice la Mannoia: siamo dolcemente complicate. E secondo me ha ragione.

 

D: Come evolveranno, secondo te, i siti, in un prossimo futuro?

R: Ma sai che ho scritto un articolo sull’argomento proprio qualche giorno fa? Mi è capitato di leggere alcune fonti americane che ipotizzavano l’ennesimo cambio repentino di impostazione web (chi come me lo ha visto nascere con le gif animate del “work in progress” e crescere con le intro in flash, con tanto di musica in sottofondo, si è ritrovato nell’era Responsive ed è bene che si prepari a catapultarsi nei siti non siti).

Mi spiego: abbiamo sempre meno tempo da un lato e sempre più informazioni a disposizione dall’altro; il classico sito web con barra  laterale, articoli correlati e banner pubblicitari, rischia di farci perdere troppo tempo perché troppo dispersiva.

Ed ecco che in America ipotizzavano di costruire le pagine dei siti come landing page. E secondo me potrebbe essere un punto di arrivo plausibile nel prossimo futuro. Di fatto, chi scrive contenuti e li condivide sui social ha uno scopo. E allora perché non modificare la struttura in modo da creare delle mini landing page? Il lettore/visitatore/utente sarebbe contento per il contenuto esaustivo in grado di rispondere alle sue domande e anticipare i suoi bisogni, le pagine si ridurrebbero come numero ma potrebbero vantare dei contenuti approfonditi a puntino, la struttura dei siti diventerebbe più ordinata (vista la riduzione di pagine interne) e le condivisioni sarebbero in continua crescita (per la necessità di conferme sociali – maggiore è il numero di persone che condividono un contenuto, maggiore è la probabilità che questo aumenti).

 

D: Che consigli daresti ad una persona e/o un’azienda che desidera affacciarsi nel Web per la prima volta?

R: Beh i consigli, in base agli obiettivi, sono diversi, ma uno in comune l’ho trovato. Consiglierei di essere se stessi, sempre e comunque: perché l’essere veri paga sempre (ma parto dal presupposto che non siano entità solitarie e asociali!).

Poi suggerirei di cercare su Google il proprio Brand (aziendale o personale) per capire cosa è stato detto durante la loro assenza dal mondo virtuale e poi suggerirei di fare il proprio ingresso a testa alta e con orgoglio con un sito da effetto wow, sia per la forma che per i contenuti (che non devono essere farina del sacco di altri, ma personale visione delle cose): la gente sul web vuole informarsi, capire, incazzarsi per un problema e l’eventuale rosa delle soluzioni da poter provare.

 

D: Arriverà, secondo te, il famoso Web 3.0 e, nel caso, che caratteristiche avrà?

R: L’internet delle cose. In realtà altrove è già applicazione quotidiana. I tempi italiani si sa sono un pochino più lunghi ma… in una decina d’anni potremmo farcela 😉

L’IoT ha molte applicazioni interessanti, capaci di toglierci dai guai o anticipare le necessità, ma, siccome ogni medaglia ha due facce, secondo me ci sentiremo eccessivamente controllati, mai soli, sentiremo il bisogno di una maggiore libertà e torneremo alla terra come i nostri predecessori.

 

Intervista a Claudio Gagliardini

 

A cura di Anna Fata

 

Claudio Gagliardini è un esperto di webmarketing, da anni attivo in rete soprattutto in ambito consulenziale, divulgativo e (in)formativo.

Claudio Gagliardini

D: Chi è Claudio Gagliardini?

 R: Un esule analogico, rinato nel digitale grazie a una grande passione per la comunicazione e per la rete. Sono nato a Roma, ma per lavoro ho cambiato spesso città e anche lavoro, dal turismo alla ristorazione, passando per diverse tipologie di attività che mi hanno sempre visto attivo in ambito comunicazione e marketing, già prima dell’avvento della rete.

 

D: Per citare il tuo noto #pensierisparsi: dove sta il lato umano nella Rete?

R: La rete è fatta prevalentemente di persone, almeno per il momento. A breve varie tipologie di macchine e di intelligenze artificiali la colonizzeranno e renderanno tutto più complesso, com’è ora parlare con i call center delle grandi aziende, dove non capisci se stai parlando con un disco registrato o con un essere umano. Almeno non immediatamente.

Il lato umano in Rete è tutto quello che spesso definiamo rumore, le lamentele, i piagnistei, gli autoincensamenti, le paranoie. Tutto il peggio, ma in fondo anche tutto il meglio, perché il web è ancora in mano alle persone, con i loro pregi e difetti.

 

D: Cosa diresti a chi cerca i ‘soldi facili’ e il successo istantaneo nella Rete?

R: Che in generale, anche fuori dalla rete, non c’è nessuna attività lecita e onesta che permetta di fare soldi e successo in poco tempo. In rete è più facile barare, ma se sei onesto non ti arricchisci di sicuro e credo sia giusto così. Come sai non ho un buon rapporto con i soldi, io.

 

D: Come vedi il lavoro del futuro, alla luce del presente?

R: Molto più complesso, ma semplificato dalla tecnologia. Quello che spero possa cambiare è l’atteggiamento delle persone, la loro smania di avere tutto e subito che rende il lavoro qualcosa di molto sgradevole. Spero che le macchine possano aiutarci anche a definire meglio tempistiche, oneri e aspettative rispetto alle attività che svolgiamo. Da soli non ne siamo stati capaci, purtroppo e questa crisi ne è la testimonianza più evidente.

 

D: Tu sei un esperto di SEO: è possibile, secondo te, ed eventualmente in che modo, ottimizzare i propri contenuti, in modo che siano ben indicizzati, ma senza per questo rinunciare alla propria coerenza, autenticità, rispetto di ciò che ci si sente dentro? Il rischio, infatti, potrebbe essere scrivere in funzione dei motori di ricerca, più che per il lettore finale…

R: Grazie per la definizione di esperto, che di sicuro non merito, rispetto ad un mondo complesso come quello della SEO. Credo di poterti rispondere, senza che nessun vero esperto abbia troppo da reclamare, che oggi la battaglia sul posizionamento non si gioca più soltanto sui motori, quindi tutta quella tensione verso “il post perfetto” può essere serenamente indirizzata verso l’obiettivo della creazione di una community che sopperisca all’inevitabile scarsa competitività SEO di alcuni stili di scrittura, in favore di una fruizione autentica da parte di un’audience che sappia davvero apprezzare, senza necessariamente essere tirata dentro da un motore di ricerca e magari scappar via dopo pochi secondi.

 

D: Alcuni esperti parlano di evoluzione verso un Web 3.0, o ‘live web’, con attività sempre più esperienziali e coinvolgenti. Quale è la tua visione del futuro in tal senso e quali ripercussioni può avere sui prosumer?

R: Non so se quello che sta per arrivare sarà mai definito davvero come il web 3.0, ma so per certo che la rete sta cambiando radicalmente volto. Il panorama che immagino, ad oggi, è quello di città in grado finalmente di trovare una dimensione sostenibile, grazie all’impiego di tecnologie e modelli nuovi, che sappiano rendere le persone veri cittadini, piuttosto che orde di consumatori di beni, di cibo, di territorio e di esistenza.

Quanto alla Rete, essa sarà un immenso database, in cui sarà facile reperire qualsiasi genere di informazione e di esperienza. Il rischio di perdere di vista la realtà è concreto, secondo me, così come quello di essere ancora più strumentalizzati e usati dal sistema, se la mia rosea aspettativa di città e di modelli più giusti non dovesse avverarsi. Ma ci sono anche infinite opportunità. Cambierà il mondo del lavoro, completamente, cambieranno le modalità di relazione, di collaborazione e di interazione tra le persone e i livelli virtuali e reale si sovrapporranno in un unica dimensione, in cui muoversi sarà molto difficile, all’inizio, ma che potrebbe davvero rendere l’umanità qualcosa di totalmente nuovo e di incredibilmente migliore, se sapremo superare la dipendenza dalla schiavitù rappresentata dalla “sfera economica” e trovare nuove strade e nuovi modelli.

Sapremo fare molte più cose di quante ne potremmo immaginare e questo genererà nuove opportunità in tutti gli ambiti. Nonostante tutto vedo molte più opportunità che rischi, in tutto questo.

 

 

Intervista a Rudy Bandiera

a cura di Anna Fata

 

Rudy Bandiera è un blogger, consulente Web, imprenditore e anche giornalista per non farci mancare niente

Rudy Bandiera

 

D: Chi è Rudy Bandiera?

R: è un blogger, consulente Web, imprenditore e anche giornalista per non farci mancare niente 😀

No dai, scherzo, in realtà è uno che si diletta nell’utilizzo della Rete e che di questo diletto ha fatto un mestiere.

 

D: Quale à la formula segreta del successo personal professionale del ‘fenomeno Rudy Bandiera’?

R: ecco… beh questa domanda mi incasina. Il punto sarebbe definire “il fenomeno Rudy Bandiera” ovvero cercare di capire se di fenomeno si tratta, se si tratta di “bolla” o di un momento o addirittura di nulla.

Una cosa è assolutamente certa ovvero che metto tutto quello che ho in tutto quello che faccio e questo penso si veda e si senta.

L’altra sera si parlava con degli amici sul come ci si deve costruire il personal branding e ne è uscito che… NON si deve costruire.

Il costrutto è qualcosa di artificioso. Anzi, artifizioso 😉

 

D: Cosa diresti a chi cerca di imitarti per avere altrettanto successo?

R: ah di NON imitarmi!

Si tratta, come spesso accade, di percezioni: se qualcuno imita qualcun altro si vede e si sente subito. Lo si percepisce.

Ognuno di noi deve trovare la propria strada e seguire quella, copiando (non imitando) anche le cose che negli altri funzionano ma mutuandole su di noi.

Mi spiego: se vedo uno che fa dei video fichi posso decidere di farli a mia volta, ma non come li ha fatti lui altrimenti… sarei lui.

 

D: A cosa ‘serve’,secondo te, essere presenti sui social?

R: Riporto un passaggio del mio ultimo libro, ti rispondo con questo: si è sempre erroneamente sostenuto che la vita reale e la vita digitale siano distinte ma la verità è tutt’altra: la vita reale e la vita digitale sono due facce della stessa medaglia, anzi sono la stessa faccia della stessa medaglia.

Il punto è che quello che facciamo online si ripercuote sulla nostra vita offline e viceversa… chiedere quanto è importante essere online è come chiedere quanto sia importante essere offline… un sacco!

 

D: Quali suggerimenti pratici daresti per declinare in modo ottimale la propria presenza sui principali social?

R: ci sono una moltitudine di cose che si possono fare, la prima è cercare di produrre contenuti che siano il più possibile diversificati, passando dalle cose relativamente personali a quelle di interesse comune.

Non ci possiamo sempre e solo lamentare o sempre e solo raccontare di noi o sempre solo parlare di cronaca o tecnologia. Dobbiamo essere diversificati, per non sembrare dei mono maniaci.

 

D: Nella tua visione, quale sarà il marketing dei prodotti e servizi del futuro?

R: passerà sempre di più per le persone. Circa i due terzi dei rapporti commerciali al mondo si basano sui rapporti umani, sul passaparola.

Direi che nei rapporti umani ci si potrebbe investire un bel pochino 😉

 

 

 

Intervista a Riccardo Scandellari

 

 

Intervista a Riccardo Scandellari 

A Cura di Anna Fata

riccardo scandellari

 Riccardo Scandellari è Docente per master universitari e aziende.Fondatore con Rudy Bandiera dell’agenzia NetPropaganda S.r.l.

 

D: Chi è, secondo te, Riccardo Scandellari? E secondo chi ti sta intorno?

R: Sono un professionista che cerca di stare al passo con le tecnologie sempre più fluide e complesse dal punto di vista dell’interpretazione più che dal lato tecnico. Mentre mi auto formo vendo le conoscenze a chi non ha raggiunto ancora i miei livelli.

Secondo Jeff Besos, “Il tuo brand è ciò che le persone dicono di te quando non sei nella loro stessa stanza”. Spero che si parli bene di me in mia assenza, personalmente ho sempre cercato di rapportarmi agli altri in maniera corretta e onesta, spero di essere stato apprezzato.

 

D: Da piccolo cosa sognavi di fare ‘da grande’?

R: Non ho mai avuto una passione, sono passato dall’informatica alla musica e poi alla comunicazione digitale. Diciamo che la tecnologia è sempre stata uno stimolo e una passione dall’età di 14 anni.

 

D: Come sei arrivato ad occuparti professionalmente di social network e personal branding?

R: Tutto è nato con la mia attività di creazione di siti web iniziata nel 1998, all’inizio ho imparato ad utilizzare programmi di grafica e linguaggi di programmazione per poi approdare alla mia vera passione che sono stati i Blog e quotidiani online. Negli ultimi 3 anni ho fondato la società NetPropaganda e da quel momento mi occupo solo di comunicazione digitale per le persone e le aziende.

 

D: Come suggeriresti di porsi ad una persona che per la prima volta si affaccia nel mondo del lavoro? E ad una persona che, invece, desidera ricollocarsi, oppure cambiare posizione professionale?

R: Il mercato del lavoro oggi è molto competitivo, il segreto per riuscire in questo periodo storico è seguire le proprie passioni, non faremo mai nessun lavoro fatto ai massimi livelli se non lo ameremo con tutto noi stessi.

 

D: Come vedi il mondo del lavoro del futuro da qui a 10 anni?

R: Fare dieci anni è impossibile, solo dieci anni fa il mondo era diverso, ad esempio in coda alle poste non armeggiavamo con gli smartphone e non eravamo connessi ovunque. Tra cinque anni ne vedremo delle belle, l’intelligenza artificiale è alle porte e porterà uno scombussolamento nel mondo del lavoro simile a quello che hanno procurato l’adozione degli automatismi nel mondo dell’industria.

 

D: Come ritieni che sarebbe opportuno prepararsi?

R: A mio avviso dovremo essere consapevoli che nel 2020 il 40% dei lavoratori cambierà lavoro, ci saranno professioni che spariscono e moltissime altre che nasceranno. In tutto questo cambiamento l’unico modo per organizzarsi è imparare ad utilizzare le nuove tecnologie in modo approfondito e la lingua inglese, ormai indispensabile in qualsiasi professione.

 

 

 

 

Intervista a Renato Tittarelli

Intervista a Renato Tittarelli*

a cura di Anna Fata

D.: Leggendo la tua presentazione si nota quanto la tua formazione sia ampia e multisfaccettata, ci spieghi brevemente le ragioni che ti hanno indotto a compiere scelte così varie e differenziate tra loro?

R.: La ragione può spiegare molto poco della natura umana, soprattutto della vocazione, delle priorità e dei desideri dell’anima che abita quel corpo in quel periodo storico, che noi definiamo in termini molto semplici Io, cioè un essere umano con un’età anagrafica, un nome e cognome, un luogo di nascita, un sesso, una lingua, una cultura, un’aspirazione ad evolvere e a migliorarsi.

Noi siamo in realtà un’entità spirituale che prende a prestito quel corpo e quella particolare intelligenza fisica, emozionale, psichica, poiché è più consona a svolgere quella missione che ha deciso di compiere prima di nascere, perciò prima d’incarnarsi. Sarà quindi compito della nostra vita adempiere a quella promessa fatta dalla nostra parte più saggia ed intelligente: lo spirito.

Possiamo pensare di conoscere con l’età adulta i nostri veri pensieri, la nostra vera natura, il nostro vero compito, ma possiamo onestamente ammettere di non ricordare i motivi che ci hanno indotto a scegliere quella famiglia in cui nascere, quel tipo di lavoro, quella città, quegli amici, quell’insegnante di quel corso di studi, quel compagno, quella compagna, quel figlio con cui condividere amore, innamoramento, passioni ed ideali.

Se qualcuno oltre a me, leggendo quest’intervista, crede di non saper dare una risposta esauriente a queste domande, e vuole ciò nonostante gustare appieno questa esistenza umana, credo che forse sia ora che cominci a cercare una risposta a tutto ciò.

Io sto cercando di mettere attenzione e consapevolezza nelle scelte che mi hanno portato a nascere in questo pianeta ed in quest’epoca storica e a sperimentare attraverso vari percorsi scientifici, artistici, spirituali, terapeutici ed educativi l’esistenza di tante vie valide e che costituiscono esse stesse la risposta alle domande prioritarie per chi chiede di vivere una vita meritevole e piena di valore: chi sono io veramente, come posso entrare nella gioia, come posso vivere con amore e condividerlo.

Ecco questa è in sintesi la storia di quell’Io apparente che viene chiamato e si fa chiamare Renato Tittarelli.

D.: Nella nostra vita ciascuno è costantemente alla ricerca di un senso per il proprio esserci, ma spesso i risultati sono deludenti: nonostante la fatica, spesso ci imbattiamo in vicoli ciechi, non troviamo le risposte che cerchiamo o, comunque, esse sono molto diverse da quelle che ci aspettavamo. In che modo il Massaggio Essenziale può contribuire al raggiungimento di tali risposte e, nel complesso, ad un migliore equilibrio tra corpo, anima e psiche?

R.: Noi viviamo in un’epoca in cui riceviamo tutti i giorni una quantità incredibile di stimoli e d’informazioni di ogni genere, ma che spesso sappiamo a malapena filtrare e ancora meno comprendere interiormente. La maggior parte dei mezzi di comunicazione di massa in realtà non servono per comunicare efficacemente informazioni utili alla nostra crescita personale, utili per aumentare il potenziale di gioia e vitalità che alberga in noi, bensì per manipolare le nostre menti e per restringere la possibilità di scegliere come condurre autenticamente la nostra vita, come gestire l’intelligenza dei sensi e delle emozioni: non a caso ci vengono serviti su piatti dorati dei cibi scadenti per i nostri corpi sottili, quali: paura, competizione, sopraffazione, violenza, arroganza, conformismo, possesso di beni spesse volte inutili, o meglio utili ad avere una “immagine di successo”.

Sono questi infatti i messaggi privilegiati contenuti della maggior parte delle pubblicità televisive, su riviste cartacee e su pagine web.

Un essere vivente che venisse da un altro pianeta più evoluto, osservando il comportamento della maggior parte degli individui, potrebbe pensare che questo pianeta sia popolato prevalentemente da strani esseri umani, dediti, oltre che alla propria sopravvivenza, allo sport del consumare e sprecare inconsapevolmente le proprie risorse e quelle del proprio pianeta.

D.: Come tutto questo può aver attinenza col Massaggio Essenziale? Come il Massaggio Essenziale può contribuire a rendere la nostra esistenza più piena e soddisfacente?

Ve lo spiegherò brevemente.

Il Massaggio Essenziale è il frutto dell’integrazione di vari sistemi di guarigione  ed un modo per utilizzare il potere degli oli essenziali e la sapienza delle mani per migliorare la salute del corpo-mente permettendo il rilascio di stanchezza, ansietà e stress, assieme a tensioni, traumi, ferite emozionali localizzati a livello degli organi, muscoli, ed articolazioni, per poi ricaricarsi di energia positiva.

Il Massaggio Essenziale può spezzare questa spirale d’inconsapevolezza dei valori spirituali della vita e perciò viene utilizzato per portare saggezza, compassione, condivisione tra gli esseri umani e naturalmente le altre creature.

Si tratta di un sistema non solo di cura, ma di educazione al rispetto di quei valori prioritari nelle relazioni umane, spesso dimenticati, quali: l’amicizia, il gioco, l’intimità, la comprensione, la collaborazione ed il sostegno.

Apprendendo il Massaggio Essenziale avremo nelle mani uno strumento semplice e potentissimo per migliorare la qualità delle nostre vite e che perciò ho chiamatoMassaggio Essenziale, poiché va toccare l’essenza della vita umana, spostando la nostra attenzione dal fuori al dentro, dalla malattia alle opportunità mancate, dall’agire al saper anche non agire, permettendoci di avere più tempo da destinare a noi stessi, per lasciarci andare con fiducia agli eventi armoniosi che sapremo attirare.

L’esperienza del Massaggio Essenziale permette di scoprire che c’è molto altro e molto di più del disagio, del dolore, dell’angoscia che quella persona può aver accumulato sotto forma di sensazione corporea, emozionale o psichica.

Grazie all’utilizzo della presenza amorevole e non giudicante, dell’intenzione unite ad una qualità di tocco, di massaggio e respiro consapevoli accediamo ad un altro reame o livello di coscienza, ad un mondo che sembrerebbe essere sommerso o sotterraneo ed invece è quello in cui giace il tesoro che abbiamo in noi, che aspetta solo di essere scoperto e portato alla luce.

Naturalmente occorre apprendere il Massaggio Essenzialeattraverso un opportuno addestramento teorico, tecnico, esperienziale ed una formazione di crescita personale per poter far lavorare assieme, corpo fisico, emozioni, mente e spirito mentre utilizziamo il contatto delle mani o semplicemente delle nostre auree, dei pensieri ed emozioni.

In questo modo nel Massaggio Essenziale, attraverso di noi e le nostre mani fluirà l’Energia del Cuore, sintesi tra conoscenza intuitiva, capacità di sensazione empatica e poesia, permettendo di far scomparire per un po’ di tempo l’Io ed il Tu, sperimentando l’unità nel vivere in risonanza coi nostri doni e talenti innati e nel piacere di scambiarli, del donarli, così come può avvenire per uno sguardo, una carezza, un abbraccio, un bacio, un elogio.

Di solito inizio i corsi di Massaggio Essenziale introducendo le varie modalità e qualità del contatto e del massaggio, per poter poi preparare agevolmente le persone a passare dalla sensazione alla percezione, dall’utilizzo dei 5 sensi agli innumerevoli altri sensi che giacciono inesplorati e quasi dimenticati, coi quali ad esempio viaggiamo di notte, coi quali sentiamo l’aura delle persone e dei luoghi, coi quali avvertiamo con largo preavviso il pericolo ed anche l’inizio di periodi di tempo e di situazioni fauste e propizie e coi quali stimoliamo il potenziale di autoguarigione presente in ogni organismo vivente.

D.: In che modo la riscoperta dei sensi più arcaici, in primis dell’olfatto, e degli oli essenziali possono sostenerci in tale percorso?

R.: La percezione sensoriale dei nostri progenitori era assai sviluppata e così il loro “fiuto” fungeva da “sesto senso”, permettendo loro di avvertire in tempo un pericolo, di trovare le tracce di un animale, di riconoscere gli effetti velenosi di una pianta ed anche l’imminenza di una malattia. Noi moderni abbiamo perso una gran parte della sensibilità della percezione olfattiva, e la consapevolezza della sua preziosità, visto che grazie all’affinamento della conoscenza ed alla tecnologia abbiamo sviluppato altri metodi di selezione, controllo e protezione dai rischi e pericoli più comuni: il buio, la mancanza di cibo e di acqua, la difesa del territorio, la preservazione della specie.

Tuttavia ricominciare ad allenare l’olfatto, il nostro senso più antico, può portare a scoprire e riconoscere molte risorse naturali dimenticate, uscendo dalla paura dei luoghi naturali ed isolati, semplicemente attraversando un campo di erbe in fiore, una foresta, qualsiasi altro luogo pubblico o semplicemente annusando con attenzione gli odori della nostra casa, nostri o dei nostri simili, abbandonando gradualmente molti di quei tabù che riguardano il contatto fisico e di cui sono impregnate le cellule del nostro corpo fisico e le nostre menti.

E’ possibile paragonare l’olio essenziale ad una “goccia di luce” o carta d’identità energetica e dire che è la vera espressione dell’intelligenza di guarigione di quella pianta o di quel fiore. In aromaterapia si studiano le proprietà e le indicazioni degli oli essenziali naturali, usati per le tante virtù benefiche che li rendono adatti al mantenimento della salute psicofisica, all’uso cosmetico, alla profumazione personale e degli ambienti, all’uso alimentare, alla prevenzione dei più comuni disturbi e ad utilizzi di pronto intervento.

In aromaterapia si usano esclusivamente oli essenziali, puri e naturali, quindi non diluiti, non ricostruiti, non adulterati, prodotti grazie a diversi sistemi di estrazione e provenienti da piante aromatiche di coltivazioni spontanee, biologiche, biodinamiche o convenzionali.

In natura tutti gli oli essenziali esercitano la loro azione con grande intelligenza e versatilità, armonizzandosi ai ritmi vitali e planetari, favorendo la biologia (protezione, crescita, conservazione e proliferazione) delle piante aromatiche in rapporto con le altre piante, agli insetti ed agli animali nocivi o utili (attirandoli o respingendoli) per il mantenimento della vita e dell’ecosistema.

Stessa cosa succede per la salute psicofisica dell’uomo nella sua relazione con gli altri esseri viventi. Per ciò che riguarda l’uomo l’utilità degli oli essenziali può essere compresa esaminando le loro proprietà farmacologiche più importanti:

Antisettiche (si oppongono allo sviluppo dei germi e li uccidono)

Antitossiche (inattivano i prodotti di deterioramento delle cellule)

Antivelenose (neutralizzano il veleno di vespe, ragni e i morsi delle vipere)

Cicatrizzanti (stimolando l’irrorazione sanguigna, la produzione di globuli rossi e di leucociti, facilitando la riparazione dei tessuti, di piaghe e ferite)

Antinfiammatorie (riduce l’infiammazione )

Antiparassitarie (allontano insetti e parassiti)

Antireumatiche ( per la cura e prevenzione disturbi articolari ed  artrosi)

Antinevralgiche (per curare nevralgie e dolori connessi a patologie)

Calmanti (agiscono come calmanti del sistema nervoso )

Tonificanti (agiscono come stimolanti del sistema nervoso)

Ormonali (regolano ed equilibrano il funzionamento delle ghiandole endocrine ed in particolare sulla corteccia surrenale)

Antispastiche (efficaci in caso di spasmi viscerali, gastrici, efficaci contro le coliche)

Afrodisiache (molte essenze sono specificatamente dei stimolanti sessuali)

L’alta volatilità delle essenze, il loro diffondersi nell’aria, le mette in relazione con il nostro sistema olfattivo. La molecola aromatica contenuta in un olio essenziale viene individuata dai recettori olfattivi posti nella cavità nasale ed arriva direttamente al nostro cervello grazie ai bulbi olfattivi, al sistema limbico connesso alle emozioni primarie e da lì al centro dell’ipotalamo ed in seguito ai centri nervosi superiori della corteccia, al sistema endocrino, modificando il nostro umore, stimolando la memoria ed i ricordi anche lontani, la sessualità, le emozioni, il sistema respiratorio e digestivo. Per questo motivo quando in alcuni studi sull’aromaterapia ci si riferisce al loro utilizzo specificamente psichico si usa il termine di psicoaromaterapia.

La volatilità delle essenze concorre a determinare il criterio di classificazione delle stesse. La scala di evaporazione, in ordine decrescente, comprende tre classi o tre note aromatiche, secondo la classificazione fatta dal profumiere francese Piesse nel 19° secolo:

Superiore (o nota di testa): effetto stimolante e rinfrescante

Medio (o  nota di cuore): effetto riequilibrante del piano fisico e psichico

Base (o nota di base): effetto rilassante e sedativo

Gli oli essenziali possono penetrare nel corpo oltre che con l’olfatto anche attraverso la pelle e con l’ingestione alimentare.

Gli utilizzi pratici più comuni dell’aromaterapia sono: fumigazione, inalazione, massaggio, bagno, profumo, cucina, cosmesi.

D.: Come avviane una “consulenza tipo” quando un paziente si rivolge a te lamentando un disturbo fisico e/o psichico, anche se poi, di fatto, sappiamo che entrambe le dimensioni tendono sempre a coesistere?

R.: In una consulenza tipo di solito inizio con una Lettura Energetica Vibrazionale che mi permette di misurare e comprendere velocemente come i vari sintomi o disturbi fisici, emozionali, psichici o spirituali si siano formati e sviluppati in base al terreno costituzionale  natale ed attuale della persona. Tutto questo avviene grazie all’osservazione e al colloquio che istauro con la persona, assieme alla misurazione radioestesistica di molte altre variabili psico-energetiche, comprensibili secondo i canoni della Medicina Ayurvedica, della Medicina Tradizionale Cinese, dell’Alchimia e della moderna Naturopatia.

Questi dati sono necessari per poi decidere, sempre ascoltando la disponibilità e le richieste del cliente, come procedere per impostare una corretta metodologia e tempistica di riequilibrio energetico del quadro sintomatico e generale.

Ad esempio può essere necessaria una correzionealimentazione secondo l’Ayurveda e la Naturopatia, un ciclo di Massaggio Aromaterapico o Massaggio Essenziale, l’utilizzo della Fitoterapia Spagirica, dell’Aromaterapia Olistica e Sottile, della Yogaterapia, della Moxa Aromatica (terapia effettuata col calore di un sigaro di artemisia posto presso dei punti vitali del corpo umano, in sinergia con la scelta di particolari oli essenziali) della Guarigione Spirituale che lavora prevalentemente rinforzando il corpo di luce e la dimensione spirituale.

Viceversa, quando la richiesta del cliente riguarda la dimensione esistenziale e si situa in un quadro di complessità o conflittualità nel campo intrapsichico e relazionale familiare, affettivo o lavorativo, consiglio di effettuare una Lettura Numerologica. Per poter impostare una carta numerologica richiedo al cliente i suoi dati di nascita: nome/i e cognome, data e ora di nascita, così come compaiono, secondo i casi, nell’estratto di nascita o nei documenti ufficiali. La lettura Numerologica, generalmente registrata su un nastro magnetico e corredata di fogli esplicativi, fornisce delle informazioni utili a comprendere i motivi profondi che sono dietro le nostre scelte orientate al successo o all’insuccesso, dandoci gli strumenti per sviluppare una strategia che possa essere in armonia con il compito specifico di questa vita in quel dato periodo, in quel luogo, contesto di lavoro, di relazione e di situazione economica o di salute.

Qualora la persona non sia in grado di mettere in pratica tali indicazioni, a causa di vari ostacoli, quali ad esempio la tendenza ad uno stato depressivo, confusionale o ad avere una struttura mentale rigida e quindi prevalente sull’aspetto emozionale o intuitivo, viene applicato l’approccio esperienziale della Costellazione Numerologica. Si tratta di una metodologia energetica e psicodrammatica che consente di attingere direttamente alla saggezza ed alla potenza di trasformazione dei Numeri Sacri, attraverso l’interazione con immagini mentali o fisiche di numeri posti al pavimento secondo una struttura geometrica ordinata, come ad esempio il quadrato magico “Lo-Shu” che è alla base dell’approccio del lavoro teorico-pratico di costruzione e riequilibrio degli ambienti abitativi, assieme alla bioarchitettura ed alla bioarchitettura secondo la prassi tradizionale cinese conosciuta come Feng Shui. In questo processo utilizzo anche altre strutture numeriche ordinate secondo la Geometria Sacra e gli insegnamenti del grande Pitagora, iniziato, filosofo, musicista, matematico e riunificatore del sapere numerologico antico, nato nel VI secolo a.C. a Samo in Grecia.

In ogni caso, qualsiasi metodologia usi per favorire il benessere psicofisico del cliente, devono

coesistere due condizioni per consentire il successo di ogni azione: la perfetta padronanza dello strumento di conoscenza o terapeutico che scelgo di usare, spesso in modo artistico e non solamente tecnico e la reale disponibilità a favorire il proprio processo di autoguarigione del cliente.

D.: Quali sono i tuoi principali progetti di vita e di lavoro per l’immediato futuro?

R.: Per prima cosa vorrei riprendere a viaggiare di più, visitando alcuni paesi conosciuti e non che mi stanno “chiamando”, quali la Francia, l’Inghilterra, l’Argentina, la Tailandia, per curiosità personale, ma anche per riprendere gli studi e le ricerche che vi avevo intrapreso nelle mie vite precedenti e rincontrare persone con le quali avevo instaurati antichi rapporti.

Vorrei presto andare ad abitare in un luogo immerso nella natura in una zona di campagna o montagna del Centro Italia per attivare altri processi di trasformazione interiore, restare più spesso in contatto con gli alberi e le erbe aromatiche con cui ho un dialogo aperto e naturalmente per beneficiare degli aspetti positivi che una vita più semplice e comunitaria possono portare.

Mi auspico tra un poco di riuscire a ballare decentemente il tango argentino che sto cominciando a praticare ed anche di riprendere a festeggiare “degnamente” i compleanni miei e di amici, cambi di stagioni, eventi e transiti numerologici, astrologici e planetari, danzando e creando coreografie per il piacere di celebrare la vita, gustandola e condividendola intensamente. I miei numeri dicono che per me sta iniziando l’intensificazione di contatti personali ed affettivi armoniosi, quindi lascerò che ciò avvenga, per trarne nel 2006 il massimo sviluppo e piacere.

Riguardo il lavoro, il 2006 si aprirà con alcuni progetti che mi stanno particolarmente a cuore: l’inizio del primo Master di Aromaterapia e Massaggio Essenziale a Cernusco Lombardone (LC) che condurrò assieme alla Dott. Anna Fata di Monza (MI) di ArmoniaBenessere.

Proseguirò la formazione a Padova, presso il Motus Mundi, con la Scuola Annuale di Numerologia Energetica, dove per entrare maggiormente in risonanza con l’energia dei numeri propongo l’approfondimento di tre diverse tematiche: 1) Numerologia, Karma e Destino Personale, 2)Numerologia, Salute e Rimedi vibrazionali, 3)Numerologia, Relazioni, Amicizia ed Amore. Sempre presso il Motus Mundi ho in programma per il fine  2006 d’iniziare il primo Corso Biennale Professionale di Massaggio Aromaterapico che mi auguro di poter attivare presto anche a Roma con l’Associazione Centro di Ricerca Erba Sacra.

Naturalmente continuerò la collaborazione come docente di aromatologia e massaggio aromaterapico per la ditta Floraproduttrice di fito-aromaterapici di Lorenzana (PI).

Mi stanno arrivando molte idee per formulare una serie di olio aromatici professionali da massaggio formulati secondo i canoni alchemici dell’uso degli elementi, dei numeri e la geometria sacra. Sono certo che appena avrò finito di formularli qualcuno mi proporrà di produrli.

Mi piacerebbe creare, assieme ad un imprenditore, in una grande città un’aromoteca, dove far annusare odori di pregiate essenze aromatiche di provenienza vegetale, di alta qualità biologica e tradizionale compatibilità con l’utilizzo umano: oli vegetali spremuti a freddo, oli essenziali biologici, erbe officinali essiccate e the pregiati provenienti da tutte le parti del mondo.

In questo modo si potrà conoscere queste pregiate intelligenze vegetali sia a livello olfattivo, sia a livello culturale e corporeo per poterle far agire in noi, provandole e assaporandole, magari nello stesso luogo: bevendo un’ infuso o scegliendo o facendosi comporre una composizione su misura per un massaggio o la profumazione personale, fatta di quelle qualità aromatiche con cui ci siamo sentiti in risonanza.

Vorrei riprendere in questo modo la tradizione della migliore profumiera, un po’ come è sempre avvenuto in tutte le culture dell’Occidente e dell’Oriente, quando le essenze per i profumi, dedicati protettori psichici, erano solo di alta qualità vegetale e venivano scelti secondo i nomi ed i numeri di nascita, utilizzando le conoscenze di numerologia ed astrologia medica.

Credo di aver detto molto sulle mie aspirazioni future, perciò voglio che mi arrivino sempre più opportunità di lavorare creativamente con persone, associazioni e strutture sia private, sia pubbliche e di conseguenza quindi mi rendo disponibile, aperto e recettivo affinché tali opportunità possano presto manifestarsi.

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Renato Tittarelli opera dal 1986 come terapeuta psicorporeo.

Si è specializzato in aromaterapia sottile, naturopatia, terapia ayurvedica, yogaterapia, massaggio aromaterapico, massaggio essenziale, shiatsu olistico, moxa aromatica, lettura numerologica, lettura energetica, guarigione spirituale. Ha diretto a Bologna dal 1990 al 1997 l’AMOT, Associazione Medicine Olistiche Tradizionali. Fondatore e direttore nel 2000 a Bologna della SOAM, Scuola Olistica di Aromaterapia e Massaggio). Dal 2002 è membro dell’AEMO, Associazione Europea Massaggiatori Olistici. Dal 2005 è presidente dell’ ”Associazione Cielo in Terra” di Arti per la Salute e la Crescita Personale di Chiaravalle (AN). Autore del Corso on line di Aromaterapia per l’Associazione Erba Sacra di Roma

 

Intervista ad Anna Barracco

Intervista ad Anna Barracco*

a cura di Anna Fata

 

D: Qual è la sua definizione di amore?

R: Certo è molto difficile definire l’amore … Una bella domanda!

L’amore è un’energia, una tensione relazionale. L’amore è un effetto. Non è qualcosa che può essere isolato in quanto tale. L’amore è l’effetto della relazione, del bisogno primordiale di relazione che caratterizza l’essere umano, più di qualunque altra specie, perché l’essere umano nasce profondamente carente, sul piano biologico, profondamente incapace di sopravvivere, senza la significativa e intensa relazione con l’Altro, che è l’Altro dell’amore, appunto, e non l’Altro dell’etologia.

Anche il cucciolo di cane o la paperella ha bisogno di un Altro che lo accolga e lo addestri alla vita, ma si tratta di relazioni predeterminate, scritte in qualche modo nei pattern etologici e piuttosto standardizzate, per quanto complesse.

Il neonato invece prende forma, prende vita, all’interno di questa relazione che ha una sua unicità, una sua cifra, che alla fine sarà responsabile della creazione di un nuovo soggetto. Un neonato può diventare soggetto solo all’interno di questa relazione d’amore, cioè all’interno di una relazione in cui, come diceva Lacan, egli potrà incontrare, riconoscere un “desiderio non anonimo”.

L’amore è dunque questo “desiderio non anonimo”, questo dono in fondo misterioso e anche casuale, un po’ assurdo, in cui un soggetto decide di farsi carico di un altro soggetto, di interessarsi a lui in modo speciale, di rispondere a una domanda d’amore che spesso sfugge nelle sue vere coordinate.

Molto bello, io credo, per esemplificare questo, è il film d’animazione  “la gabbianella e il gatto”, tratto dal libro di Sepulveda, e realizzato magnificamente da Enzo d’Alò. Il gatto Zorba si trova a raccogliere l’uovo di gabbiano e promette alla gabbiana morente innanzitutto di non mangiare l’uovo, quindi di non godere dell’uovo, di non farne un oggetto orale, una cosa da possedere. In secondo luogo, promette di prendersi cura del piccolo di gabbiano, che è qualcosa che lui peraltro non sa fare assolutamente, qualcosa che non è programmato, non è predisposto a fare come gatto. Egli dovrà insegnare alla gabbianella a vivere una vita che non è la vita del gatto Zorba, tuttavia egli dovrà insegnarglielo con i suoi strumenti, con i suoi attrezzi, a partire dalle sue relazioni e dalle sue abitudini. Questo è l’amore, penso.

L’amore è accettare la propria mancanza e la mancanza dell’Altro, l’amore è non godere dell’Altro, non utilizzare l’Altro per i nostri scopi ma imparare ogni giorno a stare nella dialettica del desiderio, che non è desiderio di cose, ma desiderio di mancanza. L’amore, si potrebbe anche dire in un certo senso, è l’effetto della mancanza, è il prodotto della mancanza (che è cosa diversa dal vuoto).

D: In che modo si sviluppa la capacità di dare e ricevere amore?

R: Questo è molto interessante.

In analisi molti pazienti nevrotici si lamentano del fatto di non aver ricevuto amore e attenzione (e spessissimo questo è vero, peraltro).

E’ osservazione diffusa e abbastanza banale per un terapeuta, quella per cui i pazienti poco amati, che hanno alle spalle storie di abbandono o poche attenzioni, in realtà sono soprattutto incapaci di farsi amare, diciamo di lasciarsi amare.

In questi casi dunque la prima cosa importante è mettere le persone in condizione di fidarsi di un legame, di poter accettare il dono d’amore. Prioritario dunque è il farsi amare.

Ma non si è in grado di farsi amare, non si struttura un livello sufficiente di fiducia nei confronti dell’Altro, se non si è stati effettivamente amati in modo sufficiente.

Alcune carenze molto primordiali sono difficilissime da ricucire. I soggetti borderline o psicotici, alla fine, soffrono di una condizione davvero tragica, perché temono ciò di cui hanno bisogno.

Dunque innanzitutto occorre che un neonato, un bambino, possa avere le condizioni minime di ricevere amore, e questa è una diagnosi difficile da generalizzare. Quando, cioè, per un soggetto, si sono date queste condizioni minime o meno. Questo non coincide necessariamente con un livello di cure primarie minime (certo anche questo è molto importante). Quando un bambino è sufficientemente accudito, ma accudito all’interno di questo “desiderio non anonimo” , egli svilupperà la capacità di farsi amare, che è poi quello che in termine tecnico si chiama “attaccamento”.

L’attaccamento del neonato è un’attitudine di cerniera, fra l’etologico e lo psicologico, che ha però a che fare molto di più con la capacità di rendersi disponibile alle cure materne, di lasciarsi amare dunque, che non con la capacità di dare. E’ la certezza che la madre è “sufficientemente buona”. Sempre venendo alla gabbianella, lì vediamo che la madre “naturale” è in grado di segnare profondamente il gatto Zorba, inserendo in lui, attraverso le promesse, il desiderio non anonimo. Il gatto allora accetta la sua mancanza, e cerca il cibo adatto alla gabbianella, accetta il fatto che lei si nutra di cose profondamente diverse da quelle che lui avrebbe pensato adatte ad un cucciolo, la osserva ed entra in un dialogo intersoggettivo, a due vie, in cui anche la gabbianella, per quanto piccola e impotente, ha un suo spazio di soggettività e di contrattualità.

E da parte sua, la gabbianella quando Zorba le dice “ma io non sono la tua mamma …”, risponde decisa “oh sì che lo sei! Sei la mamma più buonissima del mondo!” e qui c’è la risposta del cucciolo che è nell’attaccamento, che si installa saldamente all’interno del contenitore-madre, e ne accetta le mancanze, le imperfezioni (guai se non ci fossero!);  questo reciproco adattamento, sulle reciproche mancanze, è l’amore, è il prototipo di quello che sarà poi la capacità anche di dare amore.

Dare amore significa, appunto, volersi sperimentare in una relazione oblativa, aver interiorizzato e fatto propria la relazione di protezione e dono, e volerla inventare e dedicare ad un altro essere vivente.

Ma la capacità di dare amore è comunque anche più complessa. Penso che per il solo fatto che un individuo sia vivo, egli ha una capacità per quanto minima di farsi amare, e dunque anche una capacità minima di poter un giorno assumere la responsabilità di amare. Altrimenti, si muore. Tuttavia non è detto che una relazione, anche molto intensa fra due soggetti, fra una madre e un figlio, fra un uomo e una donna, sia una relazione in cui circola amore. Ne circola sempre in parte, ma la capacità di amare, nel senso di lasciar libero l’altro di sviluppare la propria soggettività, non è una cosa facile, e la si può trovare tanto più quanto più ci si è potuti soggettivare, a nostra volta, all’interno delle relazioni significative.

L’amore è attento al potenziale creativo dell’altro, e anche al proprio. Penso che per argomentare a fondo la questione del dare amore, occorrerebbe approfondire un po’ la relazione fra amore e creatività. Ma forse qui non è possibile.

D: E’ possibile, ed eventualmente in che modo, sviluppare tali abilità anche da adulti?

R: Certo è possibile, una psicoterapia spesso è proprio questo.

Un amore inserito in coordinate particolari, un calore che viene modulato e che cura le disfunzioni di chi non ha imparato a farsi amare, e quindi sfugge, o non è in grado di trattare e di riconoscere ciò di cui ha bisogno.

Una psicoterapia quindi lavora con l’amore, ed è un percorso creativo, a due vie, in cui i soggetti in gioco sperimentano le loro possibilità. Il terapeuta sta in disparte, cerca di dare spazio al mondo interno del paziente (o analizzante) ma mette comunque a disposizione il proprio mondo interno per aiutare il paziente a trovare la sua via. Il mezzo principale con cui si lavora è il legame stesso, lo sperimentare un legame intenso ma libero, produce l’aumento delle capacità di fare legame anche fuori dallo studio, e in genere quando un soggetto si sente inserito in una rete di legami significativi, diventa in grado di esprimere la propria creatività, creatività che si esplica prioritariamente proprio nell’alimentare questi legami.

Ma non bisogna neanche credere che solo la psicoterapia produca questi effetti di rimodulazione della capacità di stare nel legame, e di fare legame. Ogni esperienza significativa, ad alto potenziale emotivo, affettivo e cognitivo, può produrre questi effetti. Ogni relazione in cui si instauri un transfert. Può essere molto importante, in questo senso, l’incontro con un bravo educatore, con un parroco, con un insegnante, può essere molto significativa un’amicizia e naturalmente una storia d’amore.

D: In che modo commenteresti l’affermazione di Lacan “amare è donare ciò che non si ha”?

R: Penso che la frase di Lacan sia grandiosa.

E’ semplice e in questa semplicità esprime molto bene la non transitività dell’amore. Per essere in un’esperienza d’amore non basta rispondere ad un bisogno, non basta dare del cibo, non basta riempire di oggetti. Occorre essere consapevoli che si risponde sempre a qualcosa che non si conosce realmente. Per spiegare questo concetto ricorro ancora al neonato e alla relazione con la madre, anche se potrei fare anche esempi legati alle relazioni uomo-donna. Ma certamente il prototipo dell’amore, il prototipo della relazione, è quella originaria, madre-bambino. E’ lì la palestra dell’amore, per ciascuno di noi.

La madre che risponde al pianto del bambino offrendo il seno fa un atto di fede, e deve essere consapevole di questo. Lei non sa se il neonato ha fame, o se vuole essere tenuto in braccio, o se ha freddo o sonno. Certo il bambino potrà rispondere all’offerta materna accettando il cibo, anche se non ha fame, e qui si situano gli aggiustamenti reciproci. Solo se la madre è consapevole di questo “gap” di questa faglia, però, fra il bisogno del bambino e l’interpretazione che lei ne da’, potrà rendersi disponibile alla domanda. Il bambino che è all’interno di una relazione sufficientemente buona è in questa dialettica domanda/desiderio, e quindi risponde alla domanda della madre, sacrificando parte del proprio bisogno, ma anche sa che la madre è in grado di mettere in campo un repertorio vario di interpretazioni del suo pianto. Questa possibilità di interpretare in modo diversificato, si fonda sull’assunzione profonda della propria mancanza, cioè la madre accetta di non sapere, di andare per tentativi ed errori, e di costruire dunque piano piano, insieme al piccino, un linguaggio unico.

E’ molto facile vedere quando questa consapevolezza, questa assunzione di mancanza, questo “non avere”, manca, e dunque si creano le patologie della relazione madre-bambino. La madre anaffettiva, per es., che struttura solo una giornata cadenzata da orari rigidi, per cui indipendentemente da qualsiasi richiamo, la poppata è a quella tale ora, il cambio di pannolino alla tal altra ora. Oppure la madre depressa, che risponde sempre tardi al richiamo del piccino, e allora il piccino, interpretando la domanda dell’Altro materno, rende i suoi appelli sempre più rarefatti.

Una madre sufficientemente buona, si accorge prima o poi che qualcosa non va, perché il piccino perde peso, per esempio, ma non è detto. Possono esserci situazioni in cui passa una quantità appena sufficiente di soddisfazione del bisogno, ma c’è comunque carenza, perché la cifra della relazione non è vivida, non è creativa, non è dialogante.

In questo senso è molto molto bello, sempre nella “Gabbianella e il gatto” di Enzo d’Alò, la dialettica che c’è fra la mamma-gatto e la gabbanella. Lui prima le da’ un po’ di pappa, ma la gabbanella sputa, allora, come per caso, in un momento di “serendipità”, di sospensione cognitiva in cui Zorba pensa a come fare per sfamare la gabbanella, vede che la cuccioletta ingurgita un moscerino che passa di lì per caso. La creatività di Zorba, il suo dare ciò che non ha, sta innanzitutto nel cogliere questo fatto, dunque egli vede il cucciolo al di là dello schermo delle sue aspettative e dal repertorio dei suoi apprendimenti. Nasce dunque una dialettica in cui Zorba impara ad afferrare moscerini, e la piccola gabbiana impara a vivere nella comunità dei gatti, in un aggiustamento reciproco sempre ricco di soluzioni creative.

Molto significativo, rispetto al “dare ciò che non si ha”, è anche il momento in cui Zorba decide di inserire la piccola nel clan degli altri randagi. Egli comprende che non può farcela da solo, e lì allora gli viene proposto di fare in modo che la piccola gabbiana possa essere trovata dalla padrona di Zorba (una donna) e dunque allevata da lei. In questa scansione c’è appunto un mettere da una parte il bisogno, la certezza della soddisfazione del bisogno in modo adeguato, e dall’altra c’è la dialettica d’amore, che si è già creata fra Zorba e la gabbiana. Il “no” di Zorba a questa proposta così ragionevole, fin troppo ragionevole (ma l’amore non è ragionevole), segna davvero la nascita di Fifì, della piccola gabbiana, la nascita del soggetto Fifì, che in effetti in quello stesso momento in cui Zorba dice “no” e decide dunque di tenerla lui, di farla adottare al suo clan, è in quel momento che viene verificato il sesso della gabbiana, e dunque le viene dato il nome. Il nome (Fortunata, detta Fifì) richiama il nucleo della sua provenienza, il mistero dell’origine (“è fortunata perché non è morta, perché è stata consegnata a Zorba, perché è stata amata al di là della morte della madre), e dunque l’imposizione di questo nome segna molto bene, simbolicamente, come da Zorba viene donato alla piccola Fifì qualcosa che non appartiene a lui. Col nome viene trasmesso qualcosa che trascende i due soggetti.

In ogni caso, ci sono moltissimi esempi, anche tratti dalla relazione di coppia, in cui è possibile vedere come l’amore è donazione di ciò che non si ha, è accettazione del proprio limite e profonda volontà di amare non “nonostante quel limite”, ma proprio “a partire da quel limite”. E’ poi l’accettazione gioiosa di ogni nuovo soggetto come pura differenza. Ciò che è diverso da noi, è ciò che noi non possediamo, alla fine.

D: Qual è la sua opinione rispetto alla posizione di Barthes in base alla quale la passione è “la paura di una perdita che è già avvenuta, sin dall’inizio dell’amore”?

R: Qui certo si vede molto bene come la frase di Lacan e quella di Barthes sono in rapporto fra loro.

Amare a partire da ciò che non si ha, amare l’altro nella sua differenza, significa in definitiva sapere che l’altro non lo si possiede. Tanto più lo si ama, tanto meno lo si possiede.L’esperienza di attaccamento è anche un’esperienza di lutti (fisiologici) di progressive perdite e trasformazioni.

Ogni nuova esperienza d’amore da una parte si fonda sulla matrice primordiale, e dunque tende alla ricreazione della simbiosi originaria, dall’altra, quando c’è separazione e soggettivazione, ogni nuovo rapporto d’amore è anche fondato sulla consapevolezza che ogni momento fusionale è in dialettica con momenti di individuazione, e dunque di differenza, di individuazione.

Sempre vedendo nella Gabbianella (che io penso bisognerebbe davvero far vedere e commentare a tutti gli operatori sociali, gli educatori, tutti coloro che si occupano di riabilitazione intesa come  potenziamento del legame sociale ) questo aspetto, vediamo che delle tre promesse iniziali una riguarda la rinuncia a godere dell’altro, a divorare l’altro (quindi l’accettazione dell’altro come altro da sé, il fondamento della dialettica), il secondo riguarda la cura, l’allevamento, allevamento che deve avvenire dunque all’interno di questa dialettica e di questo limite, rappresentato dall’unicità e irriducibilità dell’altro, e il terzo riguarda la promessa di insegnare a volare, che è propriamente la consapevolezza di una perdita già avvenuta. Il gatto Zorba promette alla madre morente della gabbianella che le insegnerà a volare, dunque promette che la lascerà andare, che la perderà, e le insegnerà peraltro qualcosa che lui assolutamente non è in grado di insegnare, ma questo è il versante dell’amore, che abbiamo già visto.

La promessa di insegnare a volare, e la sua realizzazione successiva, disegna e circoscrive la questione della mancanza già avvenuta, che è alla base della scelta d’amare. La paura di questa mancanza che però è accettata. La paura di questa perdita e contemporaneamente l’accettazione di questo, è appunto la passione.

Questi due elementi comunque, cioè la ricerca dell’unità originaria, della simbiosi perfetta, e l’accettazione dell’altro come pura differenza, restano sempre in una tensione dialettica, in una strutturale ambivalenza. E’ tuttavia questione di accenti. Ognuno di noi, peraltro, è perfettamente in grado di pensare a relazioni in cui uno di questi due aspetti è carente.

D: Roland Gori ritiene che nelle passioni vi sia una logica. Qual è, a suo avviso, quella che sottostà alla passione amorosa?

R: A questa domanda mi è difficile rispondere.

Penso che ogni amore abbia le sue logiche. L’amore certamente ha finalità che rimandano, per quanto indirettamente, alla riproduzione e alla conservazione stessa della specie, alla trasmissione della cultura.

Penso che la logica della passione amorosa sia quella di coniugare la mortalità, il profondo senso dell’essere mortali e finiti, al principio della creatività che invece è potenzialmente infinita e immortale. Ma, ripeto, è qualcosa a cui davvero non saprei rispondere diffusamente.

D: E per concludere: siamo destinati ad essere amati non per ciò che siamo, ma per l’immagine che l’Altro ha di noi. Nonostante ciò, ciascuno costantemente cerca di superare la propria solitudine esistenziale e aprirsi all’Altro. Nella sua pratica clinica quale esperienza ha maturato circa tali aspetti di vita?

R: Posso dire che anche rispetto a questo, penso che si possono sì individuare questi due poli, ma poi alla fine questa dualità si riduce all’uno del fantasma.

Mi spiego tornando al neonato. Noi non sapremo mai che cosa veramente vuole il neonato di poche ore, di pochi giorni, che strilla. Lì a dar nome a quel bisogno è l’Altro materno. Il bambino dunque nel suo nucleo originario si struttura sull’interpretazione dell’Altro. Lacan diceva anche, con un altro aforisma celebre: “L’IO è un Altro”. Dunque poiché l’amore, così come la relazione madre- bambino, si struttura sul fantasma (con ciò intendendo, appunto, questa interpretazione, questo inganno, questa trappola, diciamo così, questo equivoco in cui si prende una cosa per un’altra), l’amore è sempre un “gioco di specchi”. Almeno, ciò che fa incontrare, ciò che alimenta l’innamoramento, è facilmente rinvenibile in questo gioco di specchi. L’altro dell’amore occupa un posto molto particolare nell’organizzazione libidica del soggetto, risponde certamente anche ad un bisogno. Così come anche un figlio, certamente. Tuttavia questo elemento fantasmatico, speculare, può essere più o meno rigido, più o meno dialettizzabile, più o meno aperto agli eventi.

Penso sia esperienza comune quella di vedere figlie che ripetono comportamenti delle madri, comportamenti che le madri non hanno “mentalizzato” e che passano pari pari dalle madri alle figlie (esempio classico, le gravidanze precoci e non previste). Queste sono relazioni in cui l’elemento fantasmatico è poco dialettizzato, in genere. Ma naturalmente, e per fortuna, la realtà è complessa e dunque si tratta di vedere se e quanto queste situazioni sono poi sganciabili dal copione.

A parte questo, che certo è molto importante e ha il suo peso in ogni relazione, resta però da dire che una relazione d’amore vivificante, che fa crescere, è una relazione in cui siamo amati per ciò che siamo, ovvero – forse è più preciso perché ciò che “veramente siamo” alla fine non lo sappiamo neanche noi, è un’astrazione – è una relazione in cui entrambi i partner restano aperti alla creazione del momento, “vedono” l’altro, e lo guardano, si vedono visti dall’altro. Come diceva Moreno, l’amore mi permette di vedere l’altro con i suoi occhi, e permette all’altro di vedere me con i miei, in uno scambio continuo, che permette alla fine l’esperienza interiore di vedere sé stessi da fuori e l’Altro dal profondo del cuore.

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A cura di Anna Fata

Anna Barracco è psicologa e psicoterapeuta ad orientamento lacaniano.

Si è occupata per molti anni di psicologia in ambito ospedaliero e di riabilitazione psico-sociale. Attualmente è libera professionista, a Milano e collabora con diversi studi associati.

E’ stata Consigliere Segretario dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia dal 1999 al 2006 e in qualità di membro del Direttivo del Consiglio ha progettato e diretto diversi corsi di formazione continua e superiore di argomento etico- deontologico per psicologi e psicoterapeuti.

E’ consigliere del Consiglio di Amministrazione dell’ENPAP e si occupa di politica della professione, con particolare riferimento alle questioni di promozione e sviluppo del mandato sociale del libero professionista. Il suo gruppo di riferimento, per la politica professionale, è il Movimento Psicologi Indipendenti (MoPI) di cui è dirigente nazionale.

 

Intervista a Claudio Bisio

Intervista a Claudio Bisio, a cura di Anna Fata

D: Molti dei tuoi ammiratori si chiedono: il senso dell’umorismo lo possiedi dalla nascita o lo hai coltivato giorno dopo giorno?

R: Probabilmente l’ho avuto fin da piccolo, ma non ne ero consapevole. Poi l’ho coltivato e “innaffiato” attraverso letture, film, visite nei cabaret e nei teatri piccoli e grandi.

D: e per chi, eventualmente, non possedesse tale meravigliosa dote, quali consigli daresti per svilupparlo?

R: Provare ad osservare gli eventi di tutti i giorni da un’angolatura differente, provare a guardare la realtà “di spalle”. Nella vita quotidiana ognuno di noi si trova in situazioni noiose o semplicemente ripetitive. Spesso lì non ci soffermiamo, sbuffiamo e tiriamo avanti. A volte basta fermarsi e provare a togliersi gli occhiali di sempre ed osservare la vita con lenti diverse. Facendo così si riescono a mettere in evidenza le contraddizioni o semplicemente le piccole sfasature del vivere quotidiano.

D: e ancor di più: come evitare di superare la sottile soglia che separa il senso dell’umorismo dal fastidioso sarcasmo?

R: Per il sarcasmo serve forse una dote di cattiveria che non tutti abbiamo. Il passaggio, quindi, non è così automatico. Ci si ferma prima.

D: Esiste una recente ricerca secondo la quale negli uomini il senso dell’umorismo è una caratteristica apprezzata dalle donne. Nelle donne, invece, il senso dell’umorismo non viene affatto apprezzato dagli uomini, anzi, tutt’altro: la donna spiritosa piace poco. Secondo te, da uomo, perché accade ciò?

R: Personalmente apprezzo le donne spiritose. Mi permette di non prendermi troppo sul serio… e’ vero che l’umorismo delle donne sa essere forse più tagliente, più efficace. Difficilmente è “gratuito”: colpisce e affonda. Forse perché più facilmente loro vanno a toccare i temi caldi della vita, mentre noi uomini ci accontentiamo di giocare con la vita in modo più leggero…

D: Nella tua vita sembra che non hai avuto subito le idee chiare circa quale avrebbe potuto essere il tuo futuro professionale. Che cosa suggeriresti ad un giovane che si trova ad un bivio della sua esistenza?

R: Seguire la pancia e il cuore, senza perdere di vista il cervello!

D: Anno 2007, ovvero anno sabbatico da Zelig. Sarà un anno di completo riposo o potremo fare il pieno di terapeutiche risate seguendoti in altri progetti professionali?

R: E’ da anni che inseguo l’anno sabbatico senza successo… Vedremo. Per ora i progetti sono ancora solo a matita. Mi piacerebbe riuscire ad avere un anno di “slow-life”, per poter leggere, viaggiare, vedere spettacoli e film, andare a qualche bel concerto e, soprattutto, godermi la mia famiglia. Potermi quindi concedere il vero lusso di questi anni: il tempo. Ma mi conosco. Se arrivassero delle proposte professionalmente allettanti, dove potermi sperimentare, cederei e soddisferei la curiosità.

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Claudio Bisio si è diplomato attore presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Milano, la vita professionale di Claudio ha sempre visto l’intrecciarsi di teatro, cinema e televisione.

In teatro esordisce con diverse produzioni del Teatro dell’Elfo, tra cui “Nemico di classe” di Nigel Williams con la regia di Elio De Capitani (1983),  “Comedians” di Trevor Griffiths (1985) e “Sogno di una notte d’estate” di W. Shakespeare (1981) con la regia di Gabriele Salvatores. Non tralascia nemmeno il teatro d’impegno civile e nel 1987 è a fianco a Dario Fo in “ Morte accidentale di un anarchico”. Nel 1988 esordisce con il primo dei suoi one-man-show, “Guglielma”, cui seguiranno, tra gli altri, “Aspettando Godo” (1990) e “Tersa Repubblica” (1994). Nel 1997 nasce il sodalizio con il regista Giorgio Gallione, dal quale nasceranno gli spettacoli “Monsieur Malaussène” (1997) e “Grazie” (2005) di Daniel Pennac, ma anche “La buona novella” (2000) di Fabrizio de André e “I bambini sono di sinistra” (2005), scritto con Michele Serra e Giorgio Terruzzi.

Al cinema, Claudio ha lavorato con numerosi registi, tra cui Gabriele Salvatores (“Turné”, “Mediterraneo”, “Puerto Escondido”, “Sud”, “Nirvana”), Dino Risi (“Scemo di guerra”), Ugo Chiti (“Albergo Roma”), Francesco Rosi (“La tregua”), Antonello Grimaldi (“Il cielo è sempre più blu”, “Asini”), fino all’esordiente Carlo Arturo Sigon (“La cura del Gorilla”).

Si è inoltre divertito a dare la sua voce a Sid, il bradipo del film di animazione“Ice Age” (1 e 2) e alla talpa Mole di “Atlantis” (animazione, 2001).

In televisione, dopo l’esordio  con “Zanzibar”, la sit-com di cui è anche autore (1988, Italia1), ha condotto “Cielito Lindo” (1993, RaiTre) e lavorato a “Mai dire gol” con i Gialappa’s (1998-99, Italia1) , “Teatro 18” con Serena Dandini (2000, Italia 1) e “Le Iene” (2001, Italia1). Conduce “Zelig” fin dalla sua prima edizione (1997, Italia1), divenuto poi “Zelig Circus” quando il programma è passato in Prime Time (dal 2004, Canale5). Ha condotto le ultime tre edizioni del “Concerto del Primo Maggio” (2004/05/06, RaiTre).

Tra le passioni di Claudio c’è la musica e con l’amico Rocco Tanica, uno dei fondatori del gruppo Elio e Le Storie Tese, ha realizzato il singolo “Rapput”, disco dell’estate 1991 (60.000 copie e primo in classifica per tre mesi), contenuto nel successivo LP “Paté d’animo”.

Ha pubblicato alcuni libri, tra cui “Quella vacca di Nonna Papera” (1993, Baldini&Castoldi), “Prima comunella e poi comunismo” (1996, Baldini e Castoldi) e “Claudio Bisio che simpatico umorista” (2002, Mondadori, cofanetto con VHS).

 

Intervista a Giancarlo Livraghi

Intervista di Anna Fata a Giancarlo Livraghi per il convegno “Etica e benessere in azienda”

Senigallia, 3 giugno 2008

È possibile parlare di etica o sarebbe più corretto parlare di etiche?

Credo che l’etica sia una e che i princìpi fondamentali debbano essere chiaramente definiti, capiti e praticati in ogni attività e relazione umana. Solo quando i concetti di base sono chiari e condivisi è ragionevole “derivarne” applicazioni specifiche a singoli settori di attività (o di impresa).

Il processo contrario (partire da esigenze particolari per “risalire” ai valori generali) può essere meschino e deviante. Molte cosiddette “deontologie” sono in realtà difese settoriali o travestimenti di privilegi corporativi, con ambiguità che confondono il quadro – e un po’ troppo spesso tradiscono la dichiarata intenzione di rispettare criteri “etici”.

Come fare per evitare che l’etica diventi solo un contenitore vuoto, un attributo aziendale ostentato per vendere di più?

Qui occorre fare una netta e severa distinzione. Se un’impresa davvero rispetta, in ogni fase e momento del suo agire, chiari criteri di correttezza e trasparenza, merita di trarne tutti i vantaggi che derivano dai rapporti di fiducia con tutti i suoi interlocutori (non solo i “consumatori” di prodotti o “utenti” di servizi). Ha anche il diritto di “vantarsi” del suo comportamento (offrendo a tutti la possibilità di verificare la verità e credibilità di ciò che afferma). Se così facendo “vende di più” – meglio per tutti.

Ma se (come spesso accade) la vanteria è infondata, o esagerata, o “non attinente” alle reali priorità, si tratta di un inganno. Che non è solo una violazione etica, ma anche un rischio: perché la scoperta della millanteria si può tradurre in una perdita di fiducia che incrina la credibilità dell’impresa.

Uno dei motivi per cui si cade in questo genere di autolesionismo è l’esagerata attenzione alle strategie di breve periodo. Un manager accumula incentivi per profitti di corto respiro, un proprietario si arricchisce con la vendita dell’impresa o con la sopravvalutazione del titolo in borsa – eccetera. Chi verrà dopo dovrà raccogliere i cocci. Come diceva Madame de Pompadour, aprés nous le dèluge. Passata la festa e gabbato il mercato, a lasciarci la testa sarà qualcun altro.

Come evitare di cadere in quel che Max Weber definisce “etica della convinzione” e privilegiare “l’etica della responsabilità”?

Credo nell’etica come “principio assoluto”: quello che Immanuel Kant chiamava “l’imperativo categorico”. Ma questo è fondamentalmente un valore individuale. Molte volte sono stato rimproverato per “eccesso di eticità” (e ne ho anche pagato le conseguenze). Non c’è rimedio. Questa è la mia scelta, sono incapace di cambiarla, se qualcuno mi considera ridicolo o sciocco forse ha ragione, ma “scendere a compromessi” è contro la mia natura.

Quando si tratta di imprese, o comunque di situazioni collettive, ciò che conta è l’etica della responsabilità. Se qualcuno in privato fa cose che ad altri possono apparire sgradevoli, e se ciò accade a qualcuno con se stesso o fra “adulti consenzienti”, si tratta di scelte personali, irrilevanti dal punto di vista del benessere collettivo. Perciò è centrale, in ogni ragionamento di questo genere, il concetto di responsabilità.

Se qualcuno commette un errore “in buona fede”, cioè non sapendo di nuocere, può essere umanamente comprensibile e “perdonabile”. Ma nei fatti è responsabile delle conseguenze, indipendentemente dalle sue intenzioni.

E viceversa se qualcuno è “fortunato”, cioè ottiene risultati positivi senza essersi seriamente impegnato per raggiungerli, è inutile invidiarlo. L’esito è quello che conta – se è “fortuna” buon per lui e per tutti. Ma dobbiamo ricordare che la fortuna è imprevedibile, perciò le responsabilità devono essere attribuite in base a una reale capacità di agire, con metodo e continuità – non a qualche episodico “successo casuale”.

Etica laica ed etica religiosa: è possibile un punto di incontro e di conciliazione, specie in un contesto economico?

Su questo tema sono “schierato”: la responsabilità civile deve essere “laica”. Ognuno è ovviamente libero di credere e praticare la religione che sceglie, ma non è accettabile che imponga ad altri le sue convinzioni. Le religioni sono tante – e all’interno di ciascuna ci sono varie e diverse interpretazioni dei “doveri”. Sono irrinunciabili le libertà di pensiero che abbiamo ottenuto con il rinascimento, con l’illuminismo e con lo sviluppo della scienza sperimentale. Sono molte le minacce di regresso verso l’integralismo, l’assolutismo, l’imposizione aprioristica di dettami arbitrari legittimati dall’attribuzione a una “volontà divina” interpretabile solo da questa o quella gerarchia clericale. E non si tratta solo delle religioni. Ci sono filosofie dell’essere e dell’agire che, se imposte arbitrariamente come “regola”, sono altrettanto inaccettabili.

Alcune osservazioni su questo argomento, che mi sembrano rilevanti, si trovano in un mio libro, Il potere della stupidità(http://stupidita.it). In particolare in un capitolo intitolato La stupidità del potere (è anche online:http://gandalf.it/stupid/cap10.htm).

L’etica viene spesso percepita come limite. Come spostare il focus dell’attenzione sull’altra faccia della medaglia, ovvero, come fare percepire le possibilità che essa comporta?

Ci sono due errori filosofici contrapposti – e ugualmente devianti. Uno è quello che Jean-Jacques Rousseau chiamavale bon sauvage: l’uomo è “per natura” buono, generoso, gentile – è la civiltà che lo corrompe. L’altro è che tutta l’umanità sia per sua natura malvagia ed egoista (homo homini lupus) e afflitta da un “peccato originale” di cui non si può liberare senza una dogmatica imposizione “dall’alto” e una forzata obbedienza a un’insindacabile gerarchia.

Alcuni recenti studi di antropologia e paletnologia confermano un fatto fondamentale: la natura umana è geneticamente e storicamente definita da un equilibrio fra le spinte individuali (che possono essere egoistiche e aggressive) e una coesione sociale indispensabile alla sopravvivenza della specie. Ciò che chiamiamo “etica” è una condizione necessaria di ogni comunità che si possa definire “umana”. Ma ci sono anche comportamenti “asociali” e distruttivi che è necessario tenere sotto controllo.

Nella realtà pratica di tutti i giorni, e in particolare nel mondo delle imprese, occorre capire che non c’è alcuna contraddizione fra etica e successo. Il profitto è necessario, ma non è la “giustificazione assoluta”. Nessuna impresa si può definire tale se non dà un contributo preciso all’utilità collettiva (se qualcuno “vive di rendita”, buon per lui, ma non ha senso chiamarlo “impresa”).

Lo sciagurato imperio dell’avventurismo speculativo rischia di cancellare il valore delle imprese. Anche in questo ci sono due pregiudizi contrapposti – e ugualmente esiziali. C’è chi “crede nell’etica” e odia le imprese, perché le considera irrimediabilmente condannate a nuocere. E c’è chi nell’idolatria del “dio profitto” pensa che ogni considerazione morale e civile sia solo un fastidioso ingombro. Dobbiamo liberarci di queste sciocche superstizioni, se non vogliamo andare verso il suicidio collettivo di tutto il sistema. Un valore fondamentale per la sopravvivenza dell’impresa è la fiducia. Un capitale di immensa fertilità che cresce e si moltiplica negli anni, ma può essere rapidamente distrutto da un tradimento. Concetti come corporate culture ecorporate mission non sono ideali astratti, sono risorse concrete e preziose. Quante se ne stanno distruggendo con fusioni, acquisizioni, avventure speculative e miopi “strategie del breve”?

L’economia è nata all’interno dell’etica, tant’è che i primi grandi economisti erano professori di economia morale, di etica. Come è avvenuta l’estromissione dell’etica da un contesto che, fin dalle origini, le era proprio? Con quali conseguenze?

Un fatto interessante è che per millenni si è concretamente gestita l’economia senza pensare che dovesse essere una disciplina a parte (the dismal science, come la chiamava Thomas Carlyle). Alcuni sviluppi recenti negli studi sull’argomento stanno finalmente mettendo in crisi quel “darwinismo economico” (per esempio di Herbert Spencer) che predicava un concetto (sbagliato anche dal punto di vista dell’evoluzione) di spietata “sopravvivenza del più forte”: solo chi prevale ha diritto di sopravvivere, chi è più debole deve sparire (o restare crudelmente assoggettato). Un modello di suicidio collettivo in cui sono condannati anche i predatori, perché lo sterminio della società civile porta all’estinzione del mercato (vedi L’evoluzione dell’evoluzionehttp://gandalf.it/arianna/darwin2.htm).

Se la sua domanda “sottintende” che sia venuto il momento di ricollocare lo studio (e la pratica) dell’economia in un quadro più ampio di cultura civile e sociale, credo che abbia perfettamente ragione.

Un eccesso di consapevolezza rischia di bloccare l’azione: come raggiungere il giusto mezzo tra gli estremi?

Cercare “il giusto mezzo” vuol dire rassegnarsi a un compromesso, con soluzioni deboli ed equilibri incerti. È concettualmente più valido, e praticamente più efficace, partire da una prospettiva diversa. Non c’è alcuna contraddizione “intrinseca” fra il successo e l’etica, fra il profitto e la correttezza.

Un fattore importante è la motivazione. Di tutto il personale dell’impresa e anche di tutto l’insieme delle strutture e organizzazioni coinvolte (quando non è solo un gergo di moda, è sensato parlare di stakeholder). L’esperienza dimostra che un impegno cosciente e condiviso (anche nei valori etici) con strutture più aperte e meno gerarchiche (“circuiti di qualità”) genera un forte aumento della produttività. Un insieme armonioso di benessere ed efficienza non è un sogno, né una favola nel regno delle fate. È una realtà concreta e una forte risorsa competitiva.

Si parla tanto di “glocale”, ovvero di conciliazione tra globale e locale. Concretamente, secondo lei, come è possibile realizzarlo?

Ci sono neologismi di cui è meglio diffidare. “Glocale” è un esempio di questo genere. I problemi non si risolvono con i giochi di parole, con le “mode lessicali” o con generalizzazioni insulse. Che ci troviamo in una “economia globale” è un fatto, non rimediabile con protezionismi, isolazionismi o egoistiche miopie. Come cogliere le occasioni, anziché aver paura dei problemi, è difficilmente definibile secondo formule semplicistiche e generiche. Ogni prodotto, mercato, impresa, situazione ha una sua identità particolare. Ci sono categorie di mercato e di cultura che sono sorprendentemente omogenee: poco o nulla cambia fra il luogo in cui siamo e situazioni analoghe in parti remote del pianeta. In altri generi di attività ci possono essere rilevanti differenze regionali anche all’interno dello stesso paese.

Ogni impresa “degna di questo nome” ha una sua intrinseca superiorità in “qualcosa” – tecnologia, competenza, esperienza, capacità di relazione, patrimonio di fiducia, spesso una combinazione di diversi fattori. Ognuno può “ridefinire il concetto di mercato”, identificando le aree di presenza, e di potenziale sviluppo, in cui ha le risorse vincenti (che non sono “nicchie”, ma ambienti e situazioni con un’autonoma identità). Ci sono metodi e discipline che possono essere utili per definire e applicare precise strategie. Ma nulla può sostituire l’intuito personale, l’esperienza, l’impegno e la “passione” che sono alla radice di ogni impresa di autentico e durevole successo.

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Giancarlo Livraghi (Milano, 1927) è un pubblicitario e bibliografo italiano.

Come professionista della pubblicità, ha lavorato per molte grandi imprese italiane e internazionali, ricoprendo anche cariche istituzionali.

Come studioso, ha sviluppato una linea di pensiero incentrata sui valori della comunicazione umana anche via internet.

Ha al suo attivo centinaia di pubblicazioni (tra articoli, studi e saggi) sulla comunicazione, sul marketing, sulla cultura dell’internet e sulle attività d’impresa online.

Breve Biografia

Nel 1966 gli fu affidata la gestione della McCann-Erickson italiana, che cinque anni piu’ tardi divenne la piu’ grande agenzia di pubblicita’ in Italia. Dal 1971 presidente del comitato new business europeo e responsabile dell’area Europa sud.

Nel 1975 fu trasferito a New York come executive vice-president della McCann-Erickson International.

Ritorno’ in Italia nel 1980 come socio di maggioranza della Livraghi, Ogilvy & Mather, allora una piccola agenzia che negli anni successivi aumento’ di trenta volte il suo giro d’affari. Lascio’ il mondo delle agenzie nel 1993 e da allora la sua attenzione si concentra sugli aspetti umani e culturali della comunicazione in rete.

Nel 1994 e’ stato uno dei fondatori, e il primo presidente, di ALCEI, l’associazione per la liberta’ della comunicazione elettronica interattiva.

Ha pubblicato piu’ di duecento studi, articoli e saggi sulla comunicazione e sul marketing – e sulla cultura dell’internet e la nuova economia. Importante testo di riferimento per gli addetti ai lavori il suo Il Nuovo libro della Pubblicita’, scritto insieme a Luis Bassat, che contiene 122 pagine dedicate ai nuovi sistemi di comunicazione (pubblicato da Il Sole 24 Ore nel 1997; una nuova edizione nel novembre 2000). Per lo stesso editore ha scritto il Portolano Italiano, aggiunto all’edizione italiana di Lo zen e l’arte dell’internet di Brendan Kehoe (1996; nuova edizione 1998) e un libro sull’attivita’ delle imprese in rete: La coltivazione dell’internet (aprile 2000). Seguono altri lavori, tutti visibili sul suo sito…

Dal giugno 1996 al dicembre 1998 ha pubblicato una serie di articoli: “I garbugli della rete”. Dal febbraio 1998 ha avuto la sua rubrica mensile “Offline” su Web Marketing Tools e dal maggio 2000 un’altra sulla rivista AdvNext. Dal febbraio 1997 pubblica una newsletter online, Il mercante in rete.

Nel settembre 1999 e’ stato il primo vincitore del premio “targa d’oro” cultura di rete. Relatore in molti congressi e convegni, fra cui il congresso internazionale CFP2000 (Computers, Freedom and Privacy) il 6 aprile 2000.

Attualmente continua ad insegnare e divulgare occupandosi di strategie di marketing online nuove normative su privacy e telecomunicazioni insieme all’avvocato Andrea Monti.

Il suo sito Gandalf e’ una risorsa inestimabile e completamente gratuita per chiunque voglia analizzare anche gli aspetti socio-politici e soprattutto umani, dell’economia e della Comunicazione Globale.

 

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