Intervista ad Anna Fata
   
 
   
 
   

A cura di Marisa Poletti Scurati

Versione integrale dell’intervista pubblicata su Il Cittadino, Monza, 19 Gennaio 2006

D. Quando nel suo libro lei parla di felicità come raggiungimento di uno stato mentale positivo e duraturo nel tempo, in che cosa la differenzia dall’idea di “serenità”? Non è infatti la felicità qualcosa di molto bello e prezioso proprio per la sua delicatissima, volubile e inspiegabile alchimia?

R. I concetti di serenità e di felicità differiscono per certi aspetti.

Il primo si riferisce ad una condizione in cui si è esenti da preoccupazioni e dolori, il secondo ad una condizione di serenità, di appagamento, di soddisfazione completa, di contentezza, di gioia piena.

La felicità, quindi, è qualcosa che in parte racchiude anche la serenità, ma va oltre essa.

Difficile dare una definizione teorica della felicità, perché il piano su cui si colloca è più esperienziale e psicoemotivo. E’ diverso, infatti, parlarne, comprenderla in modo verbale, astratto, altra cosa è viverla, averne una percezione emotiva. Proprio quest’ultima, forse, può essere la definizione più adeguata e rispettosa della sua essenza.

Se si chiedesse in senso ampio e diffuso una definizione di felicità, ciascun individuo ne darebbe una diversa, personalissima, ‘vera’ a suo modo. Si tratta, infatti, di una realtà emotiva così intima e profonda che spesso diventa difficile tradurla in un linguaggio verbale.

Per provare a concretizzare, la felicità vissuta può essere paragonata a quella sensazione di pienezza del cuore, al sentirlo caldo, gonfio, pulsante, come un piccolo sole dentro in grado di emanare luce e calore in modo del tutto spontaneo e naturale. Ecco perché la persona felice emana gioia piena e splendore anche al di fuori. Non è solo il semplice sorridere, ma è un farlo con il volto intero, gli occhi che brillano, le rughe della fronte che sia appianano, le braccia che morbidamente si protendono verso l’esterno, le gambe leggermente divaricate, rilassate, in modo da rendere partecipi gli altri del proprio mondo interiore e della propria gioia profonda.

Sicuramente la felicità appare come una realtà complessa, multideterminata e multisfaccettata.

E certamente questo è un po’ il suo punto forte, nel senso che le fonti di essa possono essere assai numerose, ma, per altri versi, può essere anche un punto debole nella misura in cui il suo equilibrio è estremamente precario e suscettibile di essere facilmente turbato.

Ognuno di noi trova la sua peculiare strada verso la felicità. Se, in linea generale, le ricerche effettuate finora hanno rilevato un tipo di felicità con componenti più attive e dinamiche tra i giovani, più calme e pacate tra le persone più anziane, in realtà, in questo campo più che mai la soggettività è imperante. Non solo vi sono differenze nei modi di vivere, ricercare e coltivare la felicità tra le persone a seconda dell’età, del sesso, della condizione socioeconomica e culturale, ma anche all’interno di un singolo individuo vi possono essere delle variazioni nel tempo.

Come qualsiasi condizione di vita, la felicità più che mai si presta ad essere una condizione mutevole nel tempo, con un equilibrio precario, ma l’averla vissuta in passato pone le basi per poterla sperimentare nuovamente in seguito.

La felicità consta di componenti che possono essere più attive (la felicità nell’agire), o più passive (la felicità nell’osservare), più sociali (la felicità condivisa), oppure più individuali (una forma di contemplazione solitaria). Questo molto a grandi linee, dato che non è possibile dare delle spiegazioni definitive, incasellare le persone e i loro vissuti una volta per tutte.  

La sfida più grande che la felicità ci pone è saperla riconoscere quando ci si presenta, nel presente, senza accorgersene quando è svanita, per contrasto, senza rimpiangerla nel passato, né proiettarla nel futuro. La felicità è come un piccolo fragile fiore: sta a noi nutrirla, non calpestarla, gustarne l’essenza e aspettare che rifiorisca, preparando il terreno e disponendoci in una tranquilla attesa. Imparare tutto questo è possibile: ciascuno di noi può diventare un buon “giardiniere” del proprio mondo interiore.

D. Quando dice che è (o va) superata l’idea che a persona felice si associ persona egoista intende qualcosa di diverso dall’idea che solo una persona felice può dare felicità anche ad altri? Che cosa intende infatti per “egoismo”?

R. Parto dall’ultimo quesito, per arrivare in senso circolare a ricomprendere tutta l’ampiezza del discorso che viene sollevato.

L’egoismo si potrebbe definire come una forma di amore esagerato per se stessi e per i propri interessi, anche a scapito degli altri e dei loro interessi.

Per andare oltre, si può aggiungere che l’egocentrismo è una tendenza a porre se stessi al centro di ogni relazione subordinando a sé ogni valutazione della realtà.

La persona felice non è in alcun modo né egoista, né egocentrica, ma è estremamente spontanea e naturale nell’offrire quanto di positivo vive e nel beneficiare il suo prossimo e la comunità di cui è partecipe. Non è frutto di azioni premeditate, di sforzi di volontà, di buonismo, di facciata, ma è una disposizione naturale che deriva dal fatto che quanto sente dentro di se é sovrabbondante e traboccante.

Per imparare a coltivare la felicità si deve partire da se stessi: “Come mi sento? Cosa provo?”.

La felicità non può provenire dall’esterno.

Anche se vi possono essere delle condizioni esterne che in qualche modo possono stimolarla, sta a noi, alla nostra disposizione interiore saperla cogliere e vivere. In caso contrario, ci scivola addosso senza penetrarci, come quando si indossa un impermeabile cerato tanto utile in caso di pioggia.

Si è visto che le persone positive, ottimiste e, in ultima analisi felici, non differiscono rispetto a quelle più pessimiste quanto agli eventi di vita che si trovano ad affrontare: quello che cambia è il modo di affrontarli. Sembra, infatti, che si verifichi un circolo virtuoso tale per cui il medesimo evento viene vissuto come più positivo dalle persone ottimiste il che a sua volta incrementa ulteriormente il loro livello di positività, ottimismo e felicità, che vivono dentro di loro e che diffondono intorno a loro stessi.

Pare che in tutto questo processo vi siano varie componenti: una predisposizione individuale, probabilmente con base genetica, delle condizioni familiari, che si ricollegano alle situazioni di vita dei primi anni e poi dei successivi. In tutto questo complesso di elementi, però, si deve aggiungere quel potere che ciascuno di noi possiede, e che troppo spesso si sottostima, di poter modificare i propri modi di interpretare e di vivere la realtà. Come la psicologia positiva illustra, è possibile imparare a vedere con occhi diversi ciò che sta dentro e fuori di noi e prendere la vita con più positività, serenità e umorismo.

Questa è un po’ la filosofia di fondo di ArmoniaBenessere, del suo Metodo* che viene presentato nell’omonimo libro e a cui si ispira anche il neonascente Centro a cui fanno capo vari operatori che con diversi tipi di formazione e professionalità offrono il loro contributo per favorire una migliore qualità della vita sia degli individui singoli, sia dell’intera collettività.

Prossima pagina

* Marchio protetto presso la Camera di Commercio di Milano in data 24/11/2004