Intervista ad Anna Fata
   
 
   
 
   

D: Tutto ciò che lei afferma è molto affascinante e interessante. E’ quasi sorprendente per me trovare una tale apertura, una tale disponibilità di messa in discussione, in un’epoca in cui vigono troppo spesso ancora dicotomie del tipo bianco-nero, buono-cattivo, giusto-ingiusto.

Mi chiedo, a questo punto, come lei riesca a declinare tutto questo in azienda, laddove troppo di frequente ancora purtroppo regna questa chiusura mentale (si pensi ad esempio a definizioni tipo: cliente, competitor dove le persone più che essere tali vengono definite dal ruolo che ricoprono)?

R: Lei ha toccato un tasto assai dolente.

In molti parlano di benessere, e qui riprendo le sua parole iniziali, appunto, ne parlano, ma in pochi lo vivono. E se non lo vivono difficilmente possono trasmettere questo concetto e promuoverlo nel contesto in cui operano.

Benessere non si limita solo alla cura del corpo, necessario, sicuramente, non si esplica solo nell’aprire una palestra interna all’azienda, o fornendo convenzioni per la fruizione dei servizi in una spa (salus per aquam). Questi aspetti se si esauriscono qui, sono solo un’apparenza.

Coltivare il ben-essere significa riportare al centro l’individuo, ma questo non può se non nascere da se stessi, da una coltivazione di sé come essere unico dotato di mente, corpo e spirito a cui dare voce, da ascoltare e da nutrire. A quel punto, quando questi aspetti divengono parte intrinseca di sé, diviene naturale espandere questa che è una vera e propria filosofia di vita ad ogni contesto in cui ci si viene a trovare e ad ogni persona a cui ci si rapporta, compresi dipendenti, colleghi, superiori e subordinati. Anzi, questi per certi versi smettono di essere tali, vuote etichette gerarchiche, meri ruoli di personaggi agiti, per ritornare ad essere persone, pure e semplici persone.

Laddove questa filosofia di vita e di lavoro è pienamente contemplata e integrata nei piani aziendali, e questo si verifica non solo oltreoceano, ma anche in alcuni Stati d’Europa, in Italia, al contrario, siamo ancora agli albori. Mi fa ben sperare però il fatto che qualcosa, seppur lentamente, si stia muovendo. Ho sempre più occasioni per incontrare quelli che io amabilmente ho definito ‘manager illuminati’, dei veri e propri visionari che sono in grado di vedere nella coltivazione del ben-essere dei propri dipendenti la chiave di volta per una maggiore competitività, qualità dei prodotti e durata dell’azienda stessa all’interno del ciclo fisiologico di vita.

I dati delle ricerche attualmente disponibili sono proprio a favore di questi approcci, rispetto ai quali vale la pena di investire. Sistema immunitario più efficiente, maggiore resistenza allo stress, meno assenze dal posto di lavoro per disturbi psicosomatici e infettivi, maggiore concentrazione, creatività, propositività, produttività, migliore qualità di servizi e prodotti, migliore percezione dell’immagine aziendale dall’esterno, minor turn over, maggiore aderenza ai valori e alla mission aziendale, più automotivazione, spirito d’iniziativa e determinazione a raggiungere gli obiettivi, sono alcuni degli ‘effetti collaterali’ dall’adozione di modelli aziendali basati sull’individuo, l’essere prima ancora che sul fare. Cambia la prospettiva, il fare continua ad esistere, l’azienda ha la sua ragione d’essere proprio nel fare, ma il mutare il punto di osservazione non ne snatura l’essenza, solo che viene vista, coltivata e portata avanti in modo differente rispetto a quanto la cultura vigente impone.

Ci vuole coraggio per essere se stessi, come persone e come organismi aziendali, ma quando questo si esplica in azioni virtuose e coerenti, chi sta all’interno, così come all’esterno se ne accorge. E’ un approccio che da quel che ho potuto constatare finora, alla lunga, è premiante, perché si basa su fondamenta solide, le proprie, non quelle prese a prestito da qualcun altro, non quelle che le ‘mode’ o chi sta attorno suggeriscono. Costruire la propria identità, il proprio unicum, il distinguo, questo è qual che fa il quid, il punto di forza dell’approccio.  

Nelle aziende in cui si è deciso con coraggio e intraprendenza di incamminarsi in questa direzione, si è riportato al centro l’individuo. Questo è un passaggio fondamentale: se questo non avvenisse, l’azienda si ridurrebbe ad un contenitore vuoto, ad una scatoletta in cui chi si rapporta ad essa non ‘sente’ niente e nessuno. Ha presente quando si visitano siti internet aziendali e non si trova un’e-mail per contattare la stessa, oppure in cui manca qualsiasi riferimento al personale aziendale? Freddezza, disagio, anche diffidenza, a volte, può coglierci. Simile effetto si rileva anche nel caso dei risponditori telefonici automatici.

Oggi più che mai, se ci fa caso, le campagne pubblicitarie, e qualsiasi evento legato al lancio di nuovi prodotti e servizi fanno leva sui vissuti emotivi. Fidelizzare è ormai un mito che si sta quasi del tutto per abbandonare, allora, cosa resta?

Rimane l’individuo, il singolo, perché è nella coltivazione dell’essere e delle relazioni che risiede l’ancora di salvezza. Provi a pensare, ad esempio, quanto può essere piacevole quando una persona che ci è stata da poco presentata al momento del congedo ci saluta pronunciando il nostro nome e cognome. Si è ricordata di noi, le siamo entrati dentro.

Pensi a come può essere gratificante, e questo anche in un contesto professionale, quando qualcuno, magari un superiore ci rivolge esattamente questa domanda: “Come stai?” e ancor più ci offre del tempo per ascoltare la nostra risposta in modo attento, pieno, scevro da giudizi. Gli esempi possono essere infiniti, sono piccole cose, ma che fanno la differenza.

Aprirsi all’altro, riconoscerlo come persona, con una sua identità è il più grande dono, nonché investimento che possiamo fare. Ma tutto deve partire da noi stessi.

Si è mai chiesto perché la maggior parte dei vari corsi e a attività indoor e outdoor che le aziende pagano profumatamente per i dipendenti su comunicazione, team building, leadership, & co. a lungo termine non hanno quasi nessun effetto benefico, insomma, il rapporto costi-benefici è quasi sempre nettamente inferiore alle aspettative? Perché prevalgono gli aspetti più tecnici, il fare, mentre il sentire, l’essere sono quasi del tutto banditi. Nessuno si mette in discussione, il più del lavoro viene svolto ad un livello di superficie, i capi si mettono la coscienza in pace, credono di avere offerto un contentino ai dipendenti e questi ultimi, partecipano con più o meno convinzione, come se fosse un gioco, un’occasione per vivere qualche giornata diversa dal solito, per divertirsi, oppure, all’estremo opposto, solo perché lo vuole l’azienda. Ma così non funziona, non può funzionare.

D: Invitabile, a questo punto, chiederle se e come il suo approccio può ‘funzionare’.

L’approccio di ArmoniaBenessere® si basa sull’essere ancor prima che sul fare. Questa è la grande differenza. E questo è l’enorme atto di coraggio che i famosi ‘manager illuminati’ riescono a compiere. Si fermano, ascoltano, non fanno altro.

E’ solo dal fermarsi, dall’ascoltare veramente, se stessi e poi gli altri, che giungono le risposte.

In genere, la maggior parte delle aziende in cui lavoro o ho lavorato, impiega persone che hanno compiuto, chi più chi meno, un percorso di riflessione e di conoscenza di se stessi e chi non l’ha fatto mostra comunque un interesse verso se stesso e questo è ciò che conta. Sono persone che si riconoscono già almeno in buona parte in una realtà aziendale che promuove valori che anche loro condividono. A quel punto si tratta di continuare su quella strada, di rendere consapevole ciò che non lo è, di dare una chiave di lettura al simbolico nonché un senso al proprio essere e al proprio fare in quello specifico ambito professionale.

Nasce tutto da lì, il fare viene poi di conseguenza.

D: Il tema è molto ampio e interessante, mi verrebbero ancora tante domande da rivolgerle, ma che rimando per ovvi motivi di spazio e di tempo magari ad una nuova occasione. Vorrei, però, a questo punto, per concludere, porle, una domanda relativa al come concretamente si declina un approccio tipo, ammesso che sia possibile definirlo tale.

R: In effetti, come abbiamo detto finora, essendo ogni individuo un mondo a sé, può immaginarsi quanti percorsi diversi e specifici possono essere formulati in un contesto aziendale ove ci sono numerose e persone e il fatto che queste sono in relazione tra loro e unite da comuni valori, obiettivi e missioni che le rendono proprio parte dell’azienda.

Posso dirle in termini generali che il primo step consiste nell’incontro con i vertici aziendali: l’ascolto prima di tutto. Si ascolta la domanda e non solo in termini verbali, ma anche e soprattutto per quella quota di ‘non detto’ che filtra da molti piccoli segnali, specie non verbali, ambientali, ecc.

Si valuta quanta disponibilità vi è verso un approccio basato sull’individuo, quanta apertura, quanta capacità di tollerare, contenere e fare buon uso di ciò che emerge. Bisogna sempre procedere per gradi, a seconda di quali sono le condizioni iniziali, mai strafare, mai precorrere i tempi, pena il rischio della chiusura.

Si cerca di capire quali sono le aspettative, c’è chi desidera ricreare l’identità aziendale, chi vorrebbe migliorare i processi comunicativi interni ed esterni, rafforzare il lavoro di squadra, ognuno ha i suoi obiettivi più immediati e concreti. Da questi, poi, nella mia esperienza ho visto che è stato del tutto naturale passare anche ad altri, perché vi è un tale intreccio tra i vari aspetti che procedere per compartimenti stagni è praticamente impossibile.

La domanda, quindi, non va analizzata solo una volta all’inizio del percorso, ma va costantemente riformulata e alla luce della risposta devono essere approntate le necessarie modifiche nel cammino. L’analisi della domanda è come se fosse una bussola di viaggio da portare sempre con sé e visionare all’occorrenza.