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D:
Tutto ciò che lei afferma è molto affascinante e
interessante. E’ quasi sorprendente per me trovare una tale
apertura, una tale disponibilità di messa in discussione, in
un’epoca in cui vigono troppo spesso ancora dicotomie del
tipo bianco-nero, buono-cattivo, giusto-ingiusto.
Mi
chiedo, a questo punto, come lei riesca a declinare tutto
questo in azienda, laddove troppo di frequente ancora
purtroppo regna questa chiusura mentale (si pensi ad esempio a
definizioni tipo: cliente, competitor dove le persone più che
essere tali vengono definite dal ruolo che ricoprono)?
R:
Lei ha toccato un tasto assai dolente.
In
molti parlano di benessere, e qui riprendo le sua parole
iniziali, appunto, ne parlano, ma in pochi lo vivono. E se non
lo vivono difficilmente possono trasmettere questo concetto e
promuoverlo nel contesto in cui operano.
Benessere
non si limita solo alla cura del corpo, necessario,
sicuramente, non si esplica solo nell’aprire una palestra
interna all’azienda, o fornendo convenzioni per la fruizione
dei servizi in una spa (salus per aquam). Questi aspetti se si
esauriscono qui, sono solo un’apparenza.
Coltivare
il ben-essere significa riportare al centro l’individuo,
ma questo non può se non nascere da se stessi, da una
coltivazione di sé come essere unico dotato di mente, corpo e
spirito a cui dare voce, da ascoltare e da nutrire. A quel
punto, quando questi aspetti divengono parte intrinseca di sé,
diviene naturale espandere questa che è una vera e propria
filosofia di vita ad ogni contesto in cui ci si viene a
trovare e ad ogni persona a cui ci si rapporta, compresi
dipendenti, colleghi, superiori e subordinati. Anzi, questi
per certi versi smettono di essere tali, vuote etichette
gerarchiche, meri ruoli di personaggi agiti, per ritornare ad
essere persone, pure e semplici persone.
Laddove
questa filosofia di vita e di lavoro è pienamente contemplata
e integrata nei piani aziendali, e questo si verifica non solo
oltreoceano, ma anche in alcuni Stati d’Europa, in Italia,
al contrario, siamo ancora agli albori. Mi fa ben sperare però
il fatto che qualcosa, seppur lentamente, si stia muovendo. Ho
sempre più occasioni per incontrare quelli che io amabilmente
ho definito ‘manager illuminati’, dei veri e propri
visionari che sono in grado di vedere nella coltivazione del
ben-essere dei propri dipendenti la chiave di volta per una
maggiore competitività, qualità dei prodotti e durata
dell’azienda stessa all’interno del ciclo fisiologico di
vita.
I
dati delle ricerche attualmente disponibili sono proprio a
favore di questi approcci, rispetto ai quali vale la pena di
investire. Sistema immunitario più efficiente, maggiore
resistenza allo stress, meno assenze dal posto di lavoro per
disturbi psicosomatici e infettivi, maggiore concentrazione,
creatività, propositività, produttività, migliore qualità
di servizi e prodotti, migliore percezione dell’immagine
aziendale dall’esterno, minor turn over, maggiore aderenza
ai valori e alla mission aziendale, più automotivazione,
spirito d’iniziativa e determinazione a raggiungere gli
obiettivi, sono alcuni degli ‘effetti collaterali’
dall’adozione di modelli aziendali basati sull’individuo,
l’essere prima ancora che sul fare. Cambia la prospettiva, il
fare continua ad esistere, l’azienda ha la sua ragione
d’essere proprio nel fare, ma il mutare il punto di
osservazione non ne snatura l’essenza, solo che viene vista,
coltivata e portata avanti in modo differente rispetto a
quanto la cultura vigente impone.
Ci
vuole coraggio per essere se stessi, come persone e come
organismi aziendali, ma quando questo si esplica in azioni
virtuose e coerenti, chi sta all’interno, così come
all’esterno se ne accorge. E’ un approccio che da quel che
ho potuto constatare finora, alla lunga, è premiante, perché
si basa su fondamenta solide, le proprie, non quelle prese a
prestito da qualcun altro, non quelle che le ‘mode’ o chi
sta attorno suggeriscono. Costruire la propria identità, il
proprio unicum, il distinguo, questo è qual che fa il quid,
il punto di forza dell’approccio.
Nelle
aziende in cui si è deciso con coraggio e intraprendenza di
incamminarsi in questa direzione, si è riportato al centro l’individuo.
Questo è un passaggio fondamentale: se questo non avvenisse,
l’azienda si ridurrebbe ad un contenitore vuoto, ad una
scatoletta in cui chi si rapporta ad essa non ‘sente’
niente e nessuno. Ha presente quando si visitano siti internet
aziendali e non si trova un’e-mail per contattare la stessa,
oppure in cui manca qualsiasi riferimento al personale
aziendale? Freddezza, disagio, anche diffidenza, a volte, può
coglierci. Simile effetto si rileva anche nel caso dei
risponditori telefonici automatici.
Oggi
più che mai, se ci fa caso, le campagne pubblicitarie, e
qualsiasi evento legato al lancio di nuovi prodotti e servizi
fanno leva sui vissuti emotivi. Fidelizzare è ormai un mito
che si sta quasi del tutto per abbandonare, allora, cosa
resta?
Rimane
l’individuo, il singolo, perché è nella coltivazione
dell’essere e delle relazioni che risiede l’ancora di
salvezza. Provi a pensare, ad esempio, quanto può essere
piacevole quando una persona che ci è stata da poco
presentata al momento del congedo ci saluta pronunciando il
nostro nome e cognome. Si è ricordata di noi, le siamo
entrati dentro.
Pensi
a come può essere gratificante, e questo anche in un contesto
professionale, quando qualcuno, magari un superiore ci rivolge
esattamente questa domanda: “Come stai?” e ancor più ci
offre del tempo per ascoltare la nostra risposta in modo
attento, pieno, scevro da giudizi. Gli esempi possono essere
infiniti, sono piccole cose, ma che fanno la differenza.
Aprirsi
all’altro, riconoscerlo come persona, con una sua identità
è il più grande dono, nonché investimento che possiamo
fare. Ma tutto deve partire da noi stessi.
Si
è mai chiesto perché la maggior parte dei vari corsi e a
attività indoor e outdoor che le aziende pagano
profumatamente per i dipendenti su comunicazione, team
building, leadership, & co. a lungo termine non hanno
quasi nessun effetto benefico, insomma, il rapporto
costi-benefici è quasi sempre nettamente inferiore alle
aspettative? Perché prevalgono gli aspetti più tecnici, il
fare, mentre il sentire, l’essere sono quasi del tutto
banditi. Nessuno si mette in discussione, il più del lavoro
viene svolto ad un livello di superficie, i capi si mettono la
coscienza in pace, credono di avere offerto un contentino ai
dipendenti e questi ultimi, partecipano con più o meno
convinzione, come se fosse un gioco, un’occasione per vivere
qualche giornata diversa dal solito, per divertirsi, oppure,
all’estremo opposto, solo perché lo vuole l’azienda. Ma
così non funziona, non può funzionare.
D:
Invitabile, a questo punto, chiederle se e come il suo
approccio può ‘funzionare’.
L’approccio
di ArmoniaBenessere® si basa sull’essere ancor prima
che sul fare. Questa è la grande differenza. E questo è
l’enorme atto di coraggio che i famosi ‘manager
illuminati’ riescono a compiere. Si fermano, ascoltano, non
fanno altro.
E’
solo dal fermarsi, dall’ascoltare veramente, se stessi e poi
gli altri, che giungono le risposte.
In
genere, la maggior parte delle aziende in cui lavoro o ho
lavorato, impiega persone che hanno compiuto, chi più chi
meno, un percorso di riflessione e di conoscenza di se stessi
e chi non l’ha fatto mostra comunque un interesse verso se
stesso e questo è ciò che conta. Sono persone che si
riconoscono già almeno in buona parte in una realtà
aziendale che promuove valori che anche loro condividono.
A quel punto si tratta di continuare su quella strada, di
rendere consapevole ciò che non lo è, di dare una chiave di
lettura al simbolico nonché un senso al proprio essere e al
proprio fare in quello specifico ambito professionale.
Nasce
tutto da lì, il fare viene poi di conseguenza.
D:
Il tema è molto ampio e interessante, mi verrebbero ancora
tante domande da rivolgerle, ma che rimando per ovvi motivi di
spazio e di tempo magari ad una nuova occasione. Vorrei, però,
a questo punto, per concludere, porle, una domanda relativa al
come concretamente si declina un approccio tipo, ammesso che
sia possibile definirlo tale.
R:
In effetti, come abbiamo detto finora, essendo ogni individuo
un mondo a sé, può immaginarsi quanti percorsi diversi e
specifici possono essere formulati in un contesto aziendale
ove ci sono numerose e persone e il fatto che queste sono in
relazione tra loro e unite da comuni valori, obiettivi e
missioni che le rendono proprio parte dell’azienda.
Posso
dirle in termini generali che il primo step consiste
nell’incontro con i vertici aziendali: l’ascolto prima di
tutto. Si ascolta la domanda e non solo in termini verbali, ma
anche e soprattutto per quella quota di ‘non detto’ che
filtra da molti piccoli segnali, specie non verbali,
ambientali, ecc.
Si
valuta quanta disponibilità vi è verso un approccio basato
sull’individuo, quanta apertura, quanta capacità di
tollerare, contenere e fare buon uso di ciò che emerge.
Bisogna sempre procedere per gradi, a seconda di quali sono le
condizioni iniziali, mai strafare, mai precorrere i tempi,
pena il rischio della chiusura.
Si
cerca di capire quali sono le aspettative, c’è chi desidera
ricreare l’identità aziendale, chi vorrebbe migliorare i
processi comunicativi interni ed esterni, rafforzare il lavoro
di squadra, ognuno ha i suoi obiettivi più immediati e
concreti. Da questi, poi, nella mia esperienza ho visto che è
stato del tutto naturale passare anche ad altri, perché vi è
un tale intreccio tra i vari aspetti che procedere per
compartimenti stagni è praticamente impossibile.
La
domanda, quindi, non va analizzata solo una volta all’inizio
del percorso, ma va costantemente riformulata e alla luce
della risposta devono essere approntate le necessarie
modifiche nel cammino. L’analisi della domanda è come se
fosse una bussola di viaggio da portare sempre con sé e
visionare all’occorrenza.
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