| |
|
A cura di Anna Fata
Anna
Barracco
è psicologa e psicoterapeuta ad orientamento lacaniano.
Si
è occupata per molti anni di psicologia in ambito ospedaliero
e di riabilitazione psico-sociale. Attualmente è libera
professionista, a Milano e collabora con diversi studi
associati.
E’
stata Consigliere Segretario dell’Ordine degli Psicologi
della Lombardia dal 1999 al 2006 e in qualità di membro del
Direttivo del Consiglio ha progettato e diretto diversi corsi
di formazione continua e superiore di argomento etico-
deontologico per psicologi e psicoterapeuti.
E’
consigliere del Consiglio di Amministrazione dell’ENPAP e si
occupa di politica della professione, con particolare
riferimento alle questioni di promozione e sviluppo del
mandato sociale del libero professionista. Il suo gruppo di
riferimento, per la politica professionale, è il Movimento
Psicologi Indipendenti (MoPI) di cui è dirigente nazionale.
D:
Qual è la sua definizione di amore?
R:
Certo è molto difficile definire l’amore … Una bella
domanda!
L’amore
è un’energia, una tensione relazionale. L’amore è un
effetto. Non è qualcosa che può essere isolato in quanto
tale. L’amore è l’effetto della relazione, del bisogno
primordiale di relazione che caratterizza l’essere umano, più
di qualunque altra specie, perché l’essere umano nasce
profondamente carente, sul piano biologico, profondamente
incapace di sopravvivere, senza la significativa e intensa
relazione con l’Altro, che è l’Altro dell’amore,
appunto, e non l’Altro dell’etologia.
Anche
il cucciolo di cane o la paperella ha bisogno di un Altro che
lo accolga e lo addestri alla vita, ma si tratta di relazioni
predeterminate, scritte in qualche modo nei pattern etologici
e piuttosto standardizzate, per quanto complesse.
Il
neonato invece prende forma, prende vita, all’interno di
questa relazione che ha una sua unicità, una sua cifra, che
alla fine sarà responsabile della creazione di un nuovo
soggetto. Un neonato può diventare soggetto solo
all’interno di questa relazione d’amore, cioè
all’interno di una relazione in cui, come diceva Lacan, egli
potrà incontrare, riconoscere un “desiderio non anonimo”.
L’amore
è dunque questo “desiderio non anonimo”, questo dono in
fondo misterioso e anche casuale, un po’ assurdo, in cui un
soggetto decide di farsi carico di un altro soggetto, di
interessarsi a lui in modo speciale, di rispondere a una
domanda d’amore che spesso sfugge nelle sue vere coordinate.
Molto
bello, io credo, per esemplificare questo, è il film
d’animazione “la
gabbianella e il gatto”, tratto dal libro di Sepulveda, e
realizzato magnificamente da Enzo d’Alò. Il gatto Zorba si
trova a raccogliere l’uovo di gabbiano e promette alla
gabbiana morente innanzitutto di non mangiare l’uovo, quindi
di non godere dell’uovo, di non farne un oggetto orale, una
cosa da possedere. In secondo luogo, promette di prendersi
cura del piccolo di gabbiano, che è qualcosa che lui peraltro
non sa fare assolutamente, qualcosa che non è programmato,
non è predisposto a fare come gatto. Egli dovrà insegnare
alla gabbianella a vivere una vita che non è la vita del
gatto Zorba, tuttavia egli dovrà insegnarglielo con i suoi
strumenti, con i suoi attrezzi, a partire dalle sue relazioni
e dalle sue abitudini. Questo è l’amore, penso.
L’amore
è accettare la propria mancanza e la mancanza dell’Altro,
l’amore è non godere dell’Altro, non utilizzare l’Altro
per i nostri scopi ma imparare ogni giorno a stare nella
dialettica del desiderio, che non è desiderio di cose, ma
desiderio di mancanza. L’amore, si potrebbe anche dire in un
certo senso, è l’effetto della mancanza, è il prodotto
della mancanza (che è cosa diversa dal vuoto).
D:
In che modo si sviluppa la capacità di dare e ricevere amore?
R:
Questo è molto interessante.
In
analisi molti pazienti nevrotici si lamentano del fatto di non
aver ricevuto amore e attenzione (e spessissimo questo è
vero, peraltro).
E’
osservazione diffusa e abbastanza banale per un terapeuta,
quella per cui i pazienti poco amati, che hanno alle spalle
storie di abbandono o poche attenzioni, in realtà sono
soprattutto incapaci di farsi amare, diciamo di lasciarsi
amare.
In
questi casi dunque la prima cosa importante è mettere le
persone in condizione di fidarsi di un legame, di poter
accettare il dono d’amore. Prioritario dunque è il farsi
amare.
Ma
non si è in grado di farsi amare, non si struttura un livello
sufficiente di fiducia nei confronti dell’Altro, se non si
è stati effettivamente amati in modo sufficiente.
Alcune
carenze molto primordiali sono difficilissime da ricucire. I
soggetti borderline o psicotici, alla fine, soffrono di una
condizione davvero tragica, perché temono ciò di cui hanno
bisogno.
Dunque
innanzitutto occorre che un neonato, un bambino, possa avere
le condizioni minime di ricevere amore, e questa è una
diagnosi difficile da generalizzare. Quando, cioè, per un
soggetto, si sono date queste condizioni minime o meno. Questo
non coincide necessariamente con un livello di cure primarie
minime (certo anche questo è molto importante). Quando un
bambino è sufficientemente accudito, ma accudito
all’interno di questo “desiderio non anonimo” , egli
svilupperà la capacità di farsi amare, che è poi quello che
in termine tecnico si chiama “attaccamento”.
L’attaccamento
del neonato è un’attitudine di cerniera, fra l’etologico
e lo psicologico, che ha però a che fare molto di più con la
capacità di rendersi disponibile alle cure materne, di
lasciarsi amare dunque, che non con la capacità di dare. E’
la certezza che la madre è “sufficientemente buona”.
Sempre venendo alla gabbianella, lì vediamo che la madre
“naturale” è in grado di segnare profondamente il gatto
Zorba, inserendo in lui, attraverso le promesse, il desiderio
non anonimo. Il gatto allora accetta la sua mancanza, e cerca
il cibo adatto alla gabbianella, accetta il fatto che lei si
nutra di cose profondamente diverse da quelle che lui avrebbe
pensato adatte ad un cucciolo, la osserva ed entra in un
dialogo intersoggettivo, a due vie, in cui anche la
gabbianella, per quanto piccola e impotente, ha un suo spazio
di soggettività e di contrattualità.
E
da parte sua, la gabbianella quando Zorba le dice “ma io non
sono la tua mamma …”, risponde decisa “oh sì che lo
sei! Sei la mamma più buonissima del mondo!” e qui c’è
la risposta del cucciolo che è nell’attaccamento, che si
installa saldamente all’interno del contenitore-madre, e ne
accetta le mancanze, le imperfezioni (guai se non ci
fossero!); questo
reciproco adattamento, sulle reciproche mancanze, è
l’amore, è il prototipo di quello che sarà poi la capacità
anche di dare amore.
Dare
amore significa, appunto, volersi sperimentare in una
relazione oblativa, aver interiorizzato e fatto propria la
relazione di protezione e dono, e volerla inventare e dedicare
ad un altro essere vivente.
Ma
la capacità di dare amore è comunque anche più complessa.
Penso che per il solo fatto che un individuo sia vivo, egli ha
una capacità per quanto minima di farsi amare, e dunque anche
una capacità minima di poter un giorno assumere la
responsabilità di amare. Altrimenti, si muore. Tuttavia non
è detto che una relazione, anche molto intensa fra due
soggetti, fra una madre e un figlio, fra un uomo e una donna,
sia una relazione in cui circola amore. Ne circola sempre in
parte, ma la capacità di amare, nel senso di lasciar libero
l’altro di sviluppare la propria soggettività, non è una
cosa facile, e la si può trovare tanto più quanto più ci si
è potuti soggettivare, a nostra volta, all’interno delle
relazioni significative.
L’amore
è attento al potenziale creativo dell’altro, e anche al
proprio. Penso che per argomentare a fondo la questione del
dare amore, occorrerebbe approfondire un po’ la relazione
fra amore e creatività. Ma forse qui non è possibile.
D:
E’ possibile, ed eventualmente in che modo, sviluppare tali
abilità anche da adulti?
R:
Certo è possibile, una psicoterapia spesso è proprio questo.
Un
amore inserito in coordinate particolari, un calore che viene
modulato e che cura le disfunzioni di chi non ha imparato a
farsi amare, e quindi sfugge, o non è in grado di trattare e
di riconoscere ciò di cui ha bisogno.
Una
psicoterapia quindi lavora con l’amore, ed è un percorso
creativo, a due vie, in cui i soggetti in gioco sperimentano
le loro possibilità. Il terapeuta sta in disparte, cerca di
dare spazio al mondo interno del paziente (o analizzante) ma
mette comunque a disposizione il proprio mondo interno per
aiutare il paziente a trovare la sua via. Il mezzo principale
con cui si lavora è il legame stesso, lo sperimentare un
legame intenso ma libero, produce l’aumento delle capacità
di fare legame anche fuori dallo studio, e in genere quando un
soggetto si sente inserito in una rete di legami
significativi, diventa in grado di esprimere la propria
creatività, creatività che si esplica prioritariamente
proprio nell’alimentare questi legami.
Ma non bisogna neanche credere che solo la
psicoterapia produca questi effetti di rimodulazione della
capacità di stare nel legame, e di fare legame. Ogni
esperienza significativa, ad alto potenziale emotivo,
affettivo e cognitivo, può produrre questi effetti. Ogni
relazione in cui si instauri un transfert. Può essere molto
importante, in questo senso, l’incontro con un bravo
educatore, con un parroco, con un insegnante, può essere
molto significativa un’amicizia e naturalmente una storia
d’amore
Pagina
2
|
|