Intervista ad Anna Barracco
   
 
   
 
   

A cura di Anna Fata

D: In che modo commenteresti l’affermazione di Lacan “amare è donare ciò che non si ha”?

R: Penso che la frase di Lacan sia grandiosa.

E’ semplice e in questa semplicità esprime molto bene la non transitività dell’amore. Per essere in un’esperienza d’amore non basta rispondere ad un bisogno, non basta dare del cibo, non basta riempire di oggetti. Occorre essere consapevoli che si risponde sempre a qualcosa che non si conosce realmente. Per spiegare questo concetto ricorro ancora al neonato e alla relazione con la madre, anche se potrei fare anche esempi legati alle relazioni uomo-donna. Ma certamente il prototipo dell’amore, il prototipo della relazione, è quella originaria, madre-bambino. E’ lì la palestra dell’amore, per ciascuno di noi.

La madre che risponde al pianto del bambino offrendo il seno fa un atto di fede, e deve essere consapevole di questo. Lei non sa se il neonato ha fame, o se vuole essere tenuto in braccio, o se ha freddo o sonno. Certo il bambino potrà rispondere all’offerta materna accettando il cibo, anche se non ha fame, e qui si situano gli aggiustamenti reciproci. Solo se la madre è consapevole di questo “gap” di questa faglia, però, fra il bisogno del bambino e l’interpretazione che lei ne da’, potrà rendersi disponibile alla domanda. Il bambino che è all’interno di una relazione sufficientemente buona è in questa dialettica domanda/desiderio, e quindi risponde alla domanda della madre, sacrificando parte del proprio bisogno, ma anche sa che la madre è in grado di mettere in campo un repertorio vario di interpretazioni del suo pianto. Questa possibilità di interpretare in modo diversificato, si fonda sull’assunzione profonda della propria mancanza, cioè la madre accetta di non sapere, di andare per tentativi ed errori, e di costruire dunque piano piano, insieme al piccino, un linguaggio unico.

E’ molto facile vedere quando questa consapevolezza, questa assunzione di mancanza, questo “non avere”, manca, e dunque si creano le patologie della relazione madre-bambino. La madre anaffettiva, per es., che struttura solo una giornata cadenzata da orari rigidi, per cui indipendentemente da qualsiasi richiamo, la poppata è a quella tale ora, il cambio di pannolino alla tal altra ora. Oppure la madre depressa, che risponde sempre tardi al richiamo del piccino, e allora il piccino, interpretando la domanda dell’Altro materno, rende i suoi appelli sempre più rarefatti.

Una madre sufficientemente buona, si accorge prima o poi che qualcosa non va, perché il piccino perde peso, per esempio, ma non è detto. Possono esserci situazioni in cui passa una quantità appena sufficiente di soddisfazione del bisogno, ma c’è comunque carenza, perché la cifra della relazione non è vivida, non è creativa, non è dialogante.

In questo senso è molto molto bello, sempre nella “Gabbianella e il gatto” di Enzo d’Alò, la dialettica che c’è fra la mamma-gatto e la gabbanella. Lui prima le da’ un po’ di pappa, ma la gabbanella sputa, allora, come per caso, in un momento di “serendipità”, di sospensione cognitiva in cui Zorba pensa a come fare per sfamare la gabbanella, vede che la cuccioletta ingurgita un moscerino che passa di lì per caso. La creatività di Zorba, il suo dare ciò che non ha, sta innanzitutto nel cogliere questo fatto, dunque egli vede il cucciolo al di là dello schermo delle sue aspettative e dal repertorio dei suoi apprendimenti. Nasce dunque una dialettica in cui Zorba impara ad afferrare moscerini, e la piccola gabbiana impara a vivere nella comunità dei gatti, in un aggiustamento reciproco sempre ricco di soluzioni creative.

Molto significativo, rispetto al “dare ciò che non si ha”, è anche il momento in cui Zorba decide di inserire la piccola nel clan degli altri randagi. Egli comprende che non può farcela da solo, e lì allora gli viene proposto di fare in modo che la piccola gabbiana possa essere trovata dalla padrona di Zorba (una donna) e dunque allevata da lei. In questa scansione c’è appunto un mettere da una parte il bisogno, la certezza della soddisfazione del bisogno in modo adeguato, e dall’altra c’è la dialettica d’amore, che si è già creata fra Zorba e la gabbiana. Il “no” di Zorba a questa proposta così ragionevole, fin troppo ragionevole (ma l’amore non è ragionevole), segna davvero la nascita di Fifì, della piccola gabbiana, la nascita del soggetto Fifì, che in effetti in quello stesso momento in cui Zorba dice “no” e decide dunque di tenerla lui, di farla adottare al suo clan, è in quel momento che viene verificato il sesso della gabbiana, e dunque le viene dato il nome. Il nome (Fortunata, detta Fifì) richiama il nucleo della sua provenienza, il mistero dell’origine (“è fortunata perché non è morta, perché è stata consegnata a Zorba, perché è stata amata al di là della morte della madre), e dunque l’imposizione di questo nome segna molto bene, simbolicamente, come da Zorba viene donato alla piccola Fifì qualcosa che non appartiene a lui. Col nome viene trasmesso qualcosa che trascende i due soggetti.

In ogni caso, ci sono moltissimi esempi, anche tratti dalla relazione di coppia, in cui è possibile vedere come l’amore è donazione di ciò che non si ha, è accettazione del proprio limite e profonda volontà di amare non “nonostante quel limite”, ma proprio “a partire da quel limite”. E’ poi l’accettazione gioiosa di ogni nuovo soggetto come pura differenza. Ciò che è diverso da noi, è ciò che noi non possediamo, alla fine.

D: Qual è la sua opinione rispetto alla posizione di Barthes in base alla quale la passione è “la paura di una perdita che è già avvenuta, sin dall’inizio dell’amore”?

R: Qui certo si vede molto bene come la frase di Lacan e quella di Barthes sono in rapporto fra loro.

Amare a partire da ciò che non si ha, amare l’altro nella sua differenza, significa in definitiva sapere che l’altro non lo si possiede. Tanto più lo si ama, tanto meno lo si possiede.L’esperienza di attaccamento è anche un’esperienza di lutti (fisiologici) di progressive perdite e trasformazioni.

Ogni nuova esperienza d’amore da una parte si fonda sulla matrice primordiale, e dunque tende alla ricreazione della simbiosi originaria, dall’altra, quando c’è separazione e soggettivazione, ogni nuovo rapporto d’amore è anche fondato sulla consapevolezza che ogni momento fusionale è in dialettica con momenti di individuazione, e dunque di differenza, di individuazione.

Sempre vedendo nella Gabbianella (che io penso bisognerebbe davvero far vedere e commentare a tutti gli operatori sociali, gli educatori, tutti coloro che si occupano di riabilitazione intesa come  potenziamento del legame sociale ) questo aspetto, vediamo che delle tre promesse iniziali una riguarda la rinuncia a godere dell’altro, a divorare l’altro (quindi l’accettazione dell’altro come altro da sé, il fondamento della dialettica), il secondo riguarda la cura, l’allevamento, allevamento che deve avvenire dunque all’interno di questa dialettica e di questo limite, rappresentato dall’unicità e irriducibilità dell’altro, e il terzo riguarda la promessa di insegnare a volare, che è propriamente la consapevolezza di una perdita già avvenuta. Il gatto Zorba promette alla madre morente della gabbianella che le insegnerà a volare, dunque promette che la lascerà andare, che la perderà, e le insegnerà peraltro qualcosa che lui assolutamente non è in grado di insegnare, ma questo è il versante dell’amore, che abbiamo già visto.

La promessa di insegnare a volare, e la sua realizzazione successiva, disegna e circoscrive la questione della mancanza già avvenuta, che è alla base della scelta d’amare. La paura di questa mancanza che però è accettata. La paura di questa perdita e contemporaneamente l’accettazione di questo, è appunto la passione.

Questi due elementi comunque, cioè la ricerca dell’unità originaria, della simbiosi perfetta, e l’accettazione dell’altro come pura differenza, restano sempre in una tensione dialettica, in una strutturale ambivalenza. E’ tuttavia questione di accenti. Ognuno di noi, peraltro, è perfettamente in grado di pensare a relazioni in cui uno di questi due aspetti è carente.

D: Roland Gori ritiene che nelle passioni vi sia una logica. Qual è, a suo avviso, quella che sottostà alla passione amorosa?

R: A questa domanda mi è difficile rispondere.

Penso che ogni amore abbia le sue logiche. L’amore certamente ha finalità che rimandano, per quanto indirettamente, alla riproduzione e alla conservazione stessa della specie, alla trasmissione della cultura.

Penso che la logica della passione amorosa sia quella di coniugare la mortalità, il profondo senso dell’essere mortali e finiti, al principio della creatività che invece è potenzialmente infinita e immortale. Ma, ripeto, è qualcosa a cui davvero non saprei rispondere diffusamente.

D: E per concludere: siamo destinati ad essere amati non per ciò che siamo, ma per l’immagine che l’Altro ha di noi. Nonostante ciò, ciascuno costantemente cerca di superare la propria solitudine esistenziale e aprirsi all’Altro. Nella sua pratica clinica quale esperienza ha maturato circa tali aspetti di vita?

R: Posso dire che anche rispetto a questo, penso che si possono sì individuare questi due poli, ma poi alla fine questa dualità si riduce all’uno del fantasma.

Mi spiego tornando al neonato. Noi non sapremo mai che cosa veramente vuole il neonato di poche ore, di pochi giorni, che strilla. Lì a dar nome a quel bisogno è l’Altro materno. Il bambino dunque nel suo nucleo originario si struttura sull’interpretazione dell’Altro. Lacan diceva anche, con un altro aforisma celebre: “L’IO è un Altro”. Dunque poiché l’amore, così come la relazione madre- bambino, si struttura sul fantasma (con ciò intendendo, appunto, questa interpretazione, questo inganno, questa trappola, diciamo così, questo equivoco in cui si prende una cosa per un’altra), l’amore è sempre un “gioco di specchi”. Almeno, ciò che fa incontrare, ciò che alimenta l’innamoramento, è facilmente rinvenibile in questo gioco di specchi. L’altro dell’amore occupa un posto molto particolare nell’organizzazione libidica del soggetto, risponde certamente anche ad un bisogno. Così come anche un figlio, certamente. Tuttavia questo elemento fantasmatico, speculare, può essere più o meno rigido, più o meno dialettizzabile, più o meno aperto agli eventi.

Penso sia esperienza comune quella di vedere figlie che ripetono comportamenti delle madri, comportamenti che le madri non hanno “mentalizzato” e che passano pari pari dalle madri alle figlie (esempio classico, le gravidanze precoci e non previste). Queste sono relazioni in cui l’elemento fantasmatico è poco dialettizzato, in genere. Ma naturalmente, e per fortuna, la realtà è complessa e dunque si tratta di vedere se e quanto queste situazioni sono poi sganciabili dal copione.

A parte questo, che certo è molto importante e ha il suo peso in ogni relazione, resta però da dire che una relazione d’amore vivificante, che fa crescere, è una relazione in cui siamo amati per ciò che siamo, ovvero – forse è più preciso perché ciò che “veramente siamo” alla fine non lo sappiamo neanche noi, è un’astrazione – è una relazione in cui entrambi i partner restano aperti alla creazione del momento, “vedono” l’altro, e lo guardano, si vedono visti dall’altro. Come diceva Moreno, l’amore mi permette di vedere l’altro con i suoi occhi, e permette all’altro di vedere me con i miei, in uno scambio continuo, che permette alla fine l’esperienza interiore di vedere sé stessi da fuori e l’Altro dal profondo del cuore.

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