Recensioni: film
   
 
   
 
   

Cuore sacro

Regia: Ferzan Ozpetek
Anno: 2005

Irene Ravelli è una giovane donna d’affari, molto ricca e abile nel suo lavoro. A tratti fredda, spietata, vive nel lusso, nell’agiatezza, finché una serie di eventi non le colpiscono il cuore che negli anni sembra essersi raggelato.

Il primo è il suicidio della coppia di coniugi di cui lei aveva contribuito alla rovina economica, l’incontro con la loro figlia sopravvissuta che rifiuta il suo sostegno economico, come se i soldi avessero potuto lavare il peso che Irene si portava sulla coscienza.

Il secondo è l’incontro con Benny, una ragazzina che finge di essere aggredita da dei malviventi che utilizza, però, come espediente per rubare il portafoglio alla persona di turno che si avvicina per difenderla.

Il terzo è la visita ad un’anziana zia internata in una lussuosa casa di cura che in parte le rivela alcuni particolari della vita di sua madre, morta in circostanze misteriose e che era stata interdetta e rinchiusa nella stanza del palazzo di famiglia perché si riteneva folle la sua convinzione di avere dato alla luce una santa, Irene, appunto.

Segue poi il ritorno nella casa di famiglia, con un progetto di ristrutturazione e di creazione di una serie di mini-appartamenti che riporta Irene a riscoprire una parte del suo passato. La stanza della madre, il cui accesso le era sempre stato proibito, protetto da una poderosa serratura, con le imposte ben chiuse le rivela i misteri di una donna che le risulta in buona parte sconosciuta e che lei ha tradotto in una lunga serie di geroglifici che ha inciso sulle pareti. In un certo senso la sua esistenza, d’ora in poi, sarà proprio volta alla ricerca del senso di quei misteriosi segni che nessun ricercatore riesce a decifrare. Forse proprio perché quella è la voce del cuore, di un ‘cuore sacro’ che Irene scopre gradualmente di conoscere.

Ognuno di noi possiede due cuori, raccontava la madre della protagonosta, uno prevale, mentre quello che sta in secondo piano emana una luce flebile: sta a noi avere il coraggio di portarlo in primo piano, perché è proprio quello il cuore sacro che contraddistingue ciascuno di noi.

Il cuore sacro di Irene emerge ogni giorno sempre di più, come una versione femminile e contemporanea di San Francesco si spoglia di ogni suo avere per darlo agli altri. Non necessariamente questo ha una connotazione religiosa, ma sicuramente spirituale in senso più ampio.

Se, da una parte, sembra che Irene voglia liberarsi dai sensi di colpa per la morte di Benny, che era stata investita mentre scappava, dopo l’ennesimo furto di un oggetto che avrebbe regalato ad Irene, dall’altra tale vissuto progressivamente si attenua per lasciare il posto ad una più profonda consapevolezza dei bisogni degli Altri (si veda ad esempio la scena della visita alle zone più povere e disastrate della città di Roma) e al tentativo più puro e autentico di cercare di andare loro incontro e di soddisfarli.

Tutto questo cammino va di pari passo con la (ri)scoperta di un mondo interiore più ricco, aperto alle molteplici esperienze, alle piccole gioie quotidiane (“Senti i gabbiani?” – le chiede Benny una mattina al risveglio - ), alla possibilità di non monetizzare ogni cosa (“Perché trasformare i ricordi (il palazzo di famiglia) in denaro? – domanda la zia - ), ma di lasciare che le esperienze emotive vengano vissute come tali.

L’esperienza della morte, di Benny, così come quella della madre, a suo tempo rappresentano un’occasione per Irene per guardarsi dentro, per scoprire che è possibile anche una forma di comunicazione che va oltre le parole, la concretezza, il qui e adesso.

E’ possibile parlare con i defunti? E’ possibile ricevere da loro dei messaggi?

Chissà.. il regista ci lancia numerose provocazioni nel corso del film e questa è una delle tante .. sta a noi cercare di dare una risposta che può e deve essere solo personale.

“Sono sgusciata nella stanza accanto” – sembra che la madre, ad un certo punto comunichi alla figlia con uno dei suoi geroglifici.

E’ evidente che, indipendentemente dal credo religioso di ciascuno di noi, ogni persona defunta lascia in chi le sopravvive qualcosa, qualcosa che fa leva soprattutto sugli aspetti più emotivi e spirituali, una sorta di filo rosso che ci lega e, chissà, probabilmente ci legherà sempre.

Il processo di cambiamento di Irene si manifesta a tutti i livelli, anche fisico. La sua pettinatura vede una riga da una parte che lascia il posto ad una al centro, quasi a simboleggiare un maggiore equilibrio. Gli abiti sono meno formali, auto e autista vengono messi da parte per privilegiare le sue gambe: incomincia a camminare da sola. Non sembra esserci più la paura dell’incontro con l’Altro, le distanze si accorciano e lei si sente di potersi avvicinare agli altri, di entrare nelle loro case quando consegna i sacchetti con i generi di prima necessità, quando li serve a tavola e offre loro delle cure fisiche.

Una maggiore comprensione dei propri confini personali, una maggiore sicurezza interna, che non sempre coincide con quella esteriore che la donna aveva sempre mostrato, sembrano alcuni degli elementi che favoriscono tale avvicinamento.

Il cammino di Irene, seppure per un periodo affiancato da Padre Carrai, viene prevalentemente percorso da sola: emblematiche in tal senso sono le scene in cui la donna vaga da sola tra la folla, si guarda intorno e scorge solo visi distratti, corpi che si muovono in fretta, affaccendati, ma tra questi ci sono anche coloro che attendono un gesto, una parola, una carezza, un sostegno. Sarà proprio a questi ultimi che Irene dedicherà le sue attenzioni.

Dove sta il confine tra misticismo e follia?

E’ labile, molto labile. La prima diagnosi fatta ad Irene con la quale era stata ricoverata non coincide con quella compiuta dalla successiva psichiatra, che la definisce incapace di rappresentare un pericolo per sé e per gli altri e per questo è possibile dimetterla.

Spesso la scienza ci offre dei punti di riferimenti, delle linee interpretative, dei modelli che, però, non sempre ci danno delle risposte chiare, nette nel caso di situazioni al limite.

E se la madre (forse..) è stata a torto definita una persona folle, la figlia non lo è stata e in questo senso ha potuto riscattare la sua esistenza, oltre che la memoria della madre, una madre che le è stata sottratta fin troppo precocemente e probabilmente ha contribuito ad indurirle il cuore.

La sofferenza di Irene, quella stessa che la accomuna ad altre donne, a Francesca, che ha perso i genitori, a Sara che è stata uccisa il giorno prima delle nozze con Giancarlo, a Maria, è ciò che consente ad Irene di andare oltre se stessa e di entrare in sintonia e in comunione con altre persone.

“Esagerare”: quando è un comportamento sano?

“Quando se ne è consapevoli”, afferma la psichiatra.. e Irene sembra esserlo pienamente..

Anna Fata