Recensioni: film
   
 
   
 
   

Dear Frankie

Regia: Shona Auerbach
Anno: 2005 (cinema)

Frankie Morrison è un bimbo di nove anni che vive con la madre Lizze e la nonna. I tre continuano a traslocare fuggendo da un padre e marito violento che nel corso di una lite ha arrecato un danno fisico permanente al bambino: la perdita dell’udito.

Nonostante questo Frankie è un ragazzo sveglio, intelligente, che non si vittimizza, sa farsi rispettare e allo stesso tempo ben volere.

Nella sua vita assume grande importanza lo studio della geografia. Il padre, così gli racconta la madre, lavora su una nave che naviga da un oceano all’altro e lui segue virtualmente il padre mettendo bandierine rosse sulla cartina che ha appeso su un muro della sua camera.

Il mare, il mare che da una parte unisce padre e figlio, dall’altra che li divide, che segna una distanza, una barriera, un confine.

La passione del ragazzo per il mare permea ogni sua forma di vita e ogni sua espressione, il suo studio è costante e appassionato e si approfondisce giorno dopo giorno.

La sensibilità del ragazzo va oltre ogni previsione. Frankie, nonostante abbia accettato la scommessa con un compagno di classe che il padre sarebbe andato a trovarlo, in occasione dell’attracco della nave Accra al porto della città, su cui si sarebbe dovuto trovare l’uomo, qualcosa dentro di lui sembra fargli pensare il contrario.

Il castello di sabbia che Frankie si era costruito, grazie alle lettere false che la madre gli inviava fingendosi un uomo, si sta lentamente sgretolando.

La crisi di coscienza di Lizze, la fatica di dover portare avanti una finzione che lei considera per il bene del figlio si fanno ogni giorno sempre più duri.

Di fronte ad una caduta imminente delle illusioni, Lizze escogita l’ennesima finzione: assolda un uomo che finge di essere il padre del ragazzo. E sembra riuscirci.

I continui contrasti di coscienza, la madre che pare incarnare il suo Super Io della donna e che le ricorda che a Frankie serve qualcuno in carne ed ossa, non bugie, portano Lizze a rendersi conto di poter fare al ragazzo solo da madre e non anche da padre e come tale rivendica il diritto del piccolo ad averne uno, al limite anche solo nella fantasia.

Lizze è gravata costantemente dalla fatica di allevare un figlio con un disturbo fisico (“Sono io quella che è ancora qui!” esclama in un momento di disperazione) e dalla la necessità di rassicurare Frankie che il padre gli vuole bene e che non è lui che l’uomo potrebbe non desiderare di rivedere, bensì lei.

Madre, figlio e nonna costituiscono una famiglia di persone sole, isolate nel loro mondo fantastico: la madre tutta presa ad inventare corrispondenza per il figlio, a costruirgli attorno un mondo inesistente, il figlio immerso nelle letture, nei dialoghi a distanza con il padre, la nonna divisa tra il fumo, le letture e l’alcool.

Lizze appare nella sua fragilità, nella sua disperazione, più e più volte, ma continua a dissimulare, a portare avanti la farsa, dietro una corazza di freddezza e di mistero che sfoggia soprattutto di fronte agli uomini. Ella si ostina a negare un’esistenza reale al figlio, a fin di bene, secondo la sua prospettiva, ma anche a se stessa. La fuga, l’allontanamento delle responsabilità, specie di fronte alla realtà dei fatti, lo sguardo a volte impietoso, la lontananza con cui tiene le persone, la vedono protagonista di una storia in cui sembra non esserci spazio per una sana storia d’amore, né di uno spazio per una persona diversa dall’ex marito. Dopo la violenza che lei e il figlio hanno subito non si fida più di nessuno, forse neppure di se stessa.

Tra sensi di colpa, crisi di coscienza, dubbi, tentennamenti, pian piano emerge una vena di egoismo della donna: le piace lo scrivere del figlio, lo incoraggia a farlo se lui se ne dimentica, perché è l’unico modo che possiede per sentire la sua voce.

Ma c’è una speranza. Quando, a causa di una malattia, muore il padre biologico di Frankie,  comincia a intravedersi la possibilità di fare spazio ad un’altra persona, magari una nuova figura paterna, che potrebbe essere lo sconosciuto che ha finto di essere il padre di Frankie per un paio di giorni e con cui ha iniziato una reale, sana, nuova corrispondenza. E’ un’amicizia.

Con la morte del padre, nel cuore di Frankie si libera dello spazio e diventa possibile instaurare un’amicizia con lo sconosciuto. La liberazione da ogni ricordo materiale legato al padre, le bandierine che segnano il percorso della sua nave negli oceani, a Frankie viene data la possibilità di mettersi alla prova e di rendersi conto che può camminare con le sue gambe, proprio come simbolicamente riesce a fare planare sull’orlo dell’acqua un sasso che gli aveva offerto lo sconosciuto. Pur liberandosi, quindi, di tutto ciò che c’era di esterno, qualcosa dentro gli era rimasto, l’aveva fatto suo e l’aveva sfruttato come occasione di crescita.

Anna Fata