Recensioni: film
   
 
   
 
   

Finding Neverland

Regia: Marc Forster
Anno: 2004

James M. Barrie è un drammaturgo scozzese che tra successi maggiori e minori approda lentamente a quella che sarà una delle opere principali della sua carriera: Peter Pan.

La conoscenza e il forte legame affettivo che si stabilisce con Sylvia Llewelyn Davies e i suoi quattro figli sarà uno dei motori principali che lo porteranno alla massima espressione della sua fantasia e creatività.

Andare contro le convenzioni sociali e culturali ampiamente approvate nella sua epoca, stupire con ruoli, personaggi, ambientazioni e vicende al di là degli stereotipi quotidiani e di quanto la maggior parte delle persone si aspetta di sentire: un vero e proprio atto di coraggio che sarà ampiamente riconosciuto e premiato.

Classico esempio del credere fortemente in qualcosa come base indispensabile per poter riuscire a realizzare i sogni, le fantasie i progetti. Credi che l’aquilone che abbiamo costruito volerà e vedrai che questo potrà avvenire è il messaggio che James dà ai figli di Sylvia e questo, quasi magicamente, dopo numerosi tentativi andati a vuoto, finalmente, si verifica.

A questi messaggi si aggiunge l’esortazione di James a credere in se stessi, a provare a compiere qualcosa prima di affermare di non esserne capace, come quando esorta Peter a scrivere, partendo da un diario. Avere fiducia in se stessi, nelle proprie possibilità, è la condizione indispensabile per mettersi alla prova, per mettere a frutto le proprie risorse e realizzare gli obiettivi che ci si propone.

Lo stesso James sembra personificare questo stile di vita: dopo il precedente insuccesso teatrale non perde la speranza, la fiducia, anzi, si decide a dare libero sfogo alla sua creatività, a tentare il tutto per tutto, grazie anche alla complicità inconsapevole dei giovani Llewelyn Davies, grandi fonti di ispirazione per lui.

Il tema della crescita si presenta nel film più volte e in diverse angolazioni.

Crescere è sinonimo di assunzione delle proprie personalità: in questo senso James sembra essere cresciuto assai precocemente, in concomitanza per la perdita di un fratello, nel disperato tentativo di potersi sostituire a lui (indossare i suoi vestiti) per risollevare la madre dalla profonda depressione che l’aveva colpita e per riconquistare un po’ del suo affetto che lei sembrava avere totalmente esaurito nei suoi confronti.

Ma crescere non significa diventare persone aride e seriose. Al contrario.

Significa essere in grado di conciliare la propria maturità con una vivacità, con una freschezza interiore, con uno spirito giovane, capace ancora di sognare, di emozionarsi, di vivere appieno, di gioire, così come di soffrire. Un po’ come essere in grado di ascoltare e di dare voce al ‘fanciullino’ pascoliano che ciascuno di noi ha entro fin dalla nascita.

Ecco il perché del Peter Pan che, alla fine, si rivela essere non il piccolo Peter Llewelyn Davies, ma lo stesso James.

In questa prospettiva, la vita interiore di ciascuno di noi risulta essere una grande risorsa di vita, qualcosa che ci permette di restare ‘giovani dentro’ e che ci consente a nostra volta di rispettare gli altri, i loro sogni, le loro aspirazioni, le loro fantasie. La moglie di James non aveva questa capacità, completamente assorbita dall’apparire e dal rispetto delle convenzioni sociali. James entra in sintonia con Sylvia proprio perché lei, al pari dei figli, possiede tale capacità.

E’ un film che, seppure nella sua brevità, trasmette molto, emozioni (per salvare Campanellino da una morte quasi certa per avvelenamento, Peter Pan esorta a battere le mani, se si crede che questa possibilità possa salvarle la vita e tutto il pubblico si trova coinvolto in questo gesto sentito, autentico, vitale), sensazioni e che fa riflettere. La liena di confine tra realtà e fantasia è molto sottile e la capacità di passare alternativamente dall’una all’altra non può fare altro se non arricchire ampiamente la nostra esistenza.

Anna Fata