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La
febbre
Regia:
Alessandro D'Alatri
Anno: 2005
Il
film racconta le vicende di Mario Bettini, che grazie ad una
tangente pagata dal padre prima di morire, riesce a vincere un
concorso e ad essere assunto come geometra del comune di
Cremona.
Animo
contrastato, un po’ insicuro, preso dal grande amore per
Linda, una ragazza bellissima, studentessa di lettere che di
notte lavora come cubista in una discoteca, soffocato da un
madre invadente, che vede in Mario non solo un figlio, ma
anche un marito, con un grande sogno nel cassetto: aprire un
suo locale con altri tre amici.
Ma
quando i sogni sembrano finalmente potersi concretizzare,
quando con fatica, dopo avere superato mille ostruzionismi,
dopo serate di intenso lavoro fisico, sarà la paura, sarà
che le cose attese troppo a lungo sono sempre per forza di
cose diverse da come ci si era aspettati, Mario decide di
vendere le sue quote del locale e di rifugiarsi, quasi in
preda ad un moto regressivo, in una cascina a vivere con un
amico, forse l’unica persona che gli è sempre stata accanto
senza giudicarlo, senza offrirgli indebiti consigli, con un
animo un po’ ribelle, ai margini della società, proprio
come Mario.
Fin
dal principio Mario si presenta come un personaggio molto al
di fuori degli schemi, incapace di condividere i luoghi comuni
(mentre i parenti festeggiano la sua assunzione, lui vive il
posto fisso come una punizione, una forma di claustrofobia e
di forzatura), ma sempre e comunque gentile, disponibile, di
buon umore, in grado di trovare gli aspetti positivi in ogni
cosa che compie, a cominciare dal lavoro. Sarà proprio questo
suo atteggiamento di giovialità, di cortesia, di disponibilità
che, quasi paradossalmente, attirerà le invidie e il rancore
di chi, come il suo superiore, non riesce ad assumere tale
atteggiamento.
Uno
dei limiti, dei pesi che maggiormente affligge Mario e che gli
impedisce di esprimersi liberamente e di realizzarsi
pienamente è la presenza incombente del padre che
costantemente avverte dentro di lui. Non solo le fotografie
nella casa materna, ma anche nei sogni e nelle fantasie
dell’uomo si ripresenta di frequente per esortare il figlio
a realizzare le sue aspettative.
Mario
si sente di dovere dare seguito a quanto prescritto dal padre,
ma questo lo priverà gradualmente del suo entusiasmo, della
sua passione, al punto che in un sogno il padre lo prenderà
in giro dicendogli che.. sembra un morto!
Ma
la sua morte interiore gradualmente viene sconfitta, quando
conosce Linda, e, ancora di più quando
subisce l’umiliazione per lui più grande: il trasferimento
professionale subito che lo vedrà lavorare d’ora in poi al
cimitero.
Ma
la fatica di trovare se stesso, di capire esattamente chi è
Mario e cosa desidera fare è un percorso molto più lungo e
tortuoso di quanto egli stesso aveva potuto immaginare, tra
ubriacature, grida sul posto di lavoro, liti con gli amici e
soci del locale.
Il
passare del tempo, il mettersi alla prova, l’allontanarsi
dalla memoria del padre e dalla presenza soffocante della
madre aiutano il ragazzo a mettere un po’ di ordine nella
sua mente: a volte, anche uno spazio fisico, l’abbandonare
la propria casa di origine, va di pari passo con una presa di
distanza emotiva e mentale e con la fine della
fusione-confusione con le figure genitoriali.
Essere
‘diversi’ da ciò che i canoni sociali e culturali
contemporanei propongono e, a volte, impongono, è difficile,
faticoso, ma è una condizione inevitabile e auspicabile per
poter realizzare veramente se stessi, per la propria
autenticità e soddisfazione di vita e sembra che Mario, in
qualche modo, al termine del film si stia avviando in tale
direzione.
Ma
in fondo, a suo modo, anche il padre, finisce col rispettare
l’individualità del figlio come essere separato da lui: in
un sogno sarà proprio lui ad affermare: “Se un’idea fosse
febbre, tutto il mondo ce l’avrebbe”, riconoscendo con
questo, forse, l’originalità del figlio, malato di febbre
in un letto di ospedale.
Probabilmente,
questo cammino è stato in parte anche accelerato e sostenuto
dalla presenza di Linda, la donna di cui Mario si innamora e
che sembra trasmettergli quella forza e quella energia per
essere a fare ciò che prima di quel momento non aveva osato,
anche a costo di sfidare la famiglia, i luoghi comuni e la
routine quotidiana.
Nel
percorso di crescita di Mario gli alti e bassi sono quasi
inevitabili, come accade per qualsiasi viaggio interiore.
Proprio quando decide di ritornare nel sistema, di
ripresentarsi presso la dimora materna, di riprendere gli
studi per poi laurearsi, gli appare in sogno il Presidente
della Repubblica che lo esorta a non abbandonare la speranza.
D’altra
parte, come insegna la lezione magistrale del collega di
ufficio, che ha lavorato per anni in comune, con un’idea in
testa che lo portava costantemente ad estraniarsi, ad
allontanarsi da quel luogo così disumano, la sua vigna e la
sua casa in campagna, ma che poi non riesce e realizzare perché
muore il giorno stesso del festeggiamento dell’inizio della
pensione, la vita va vissuta qui e ora e non va rimandata ad
un futuro non meglio definito rispetto al quale ben poco
potere e controllo possiamo avere.
E
Mario, finalmente, sembra proprio che stia cominciando a
vivere la sua vita.
Anna Fata
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