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La
mia vita senza me
Regia:
Isabel Coixet
Origine: Canada/Spagna
Anno di produzione: 2003
Anne,
la giovane protagonista ventitreenne, sposata, con due figli
di 5 e 3 anni, all’improvviso, come lei stessa afferma, si
sveglia da quel lungo sonno che è stata la sua vita fino a
quel momento. La diagnosi di un tumore ad uno stato avanzato,
ormai incurabile, è ciò che le provoca il brusco risveglio.
Inizia
a quel punto, da parte della ragazza, una forsennata corsa
contro il tempo. Nei due-tre mesi di vita che le rimangono si
impegna a realizzare una serie di cose che annota
accuratamente in una lista: dire più volte al giorno alle sue
figlie che le ama, trovare una moglie al marito, che piaccia
anche alle bambine, registrare messaggi di auguri di
compleanno per le figlie fino ai 18 anni, andare tutti insieme
al mare a fare un pic-nic, fumare e bere quanto le pare, dire
quello che pensa, fare l’amore con altri uomini per vedere
com’è, fare innamorare qualcuno di lei, andare a trovare il
padre in prigione, mettere le unghie finte e fare qualcosa ai
capelli.
D’improvviso
Anne si rende conto quali siano le cose effettivamente
importanti nella sua vita, lei che per abitudine, per comodità
aveva preferito rinunciare a pensare, perché riteneva di non
avere abbastanza tempo per farlo, eppure, bastava così poco.
Nel
corso degli ultimi mesi della sua vita si percepisce
costantemente il senso di solitudine (lei stessa afferma che
le bugie sono le sue uniche compagne) e il peso da sopportare
nel tenersi tutto dentro: si trincera dietro il silenzio, la
negazione (“È solo anemia”), che riesce, almeno in minima
parte, ad infrangere con il medico curante, che soffre anche
lui di una forte difficoltà di comunicazione, che gli rende
molto difficoltoso dire ai pazienti che per loro non c’é più
speranza di guarire.
Anne,
nel realizzare quanto si è proposta, si trova allo stesso
tempo a guardarsi dentro, a dover fare i conti con le sue
aspirazioni frustrate, con i sogni irrealizzati, con il suo
voler essere e non essere stata in grado. Addetta alle pulizie
in un’università in cui avrebbe desiderato iscriversi,
madre a 17 anni e moglie del primo ragazzo a cui aveva dato un
bacio, figlia di una donna frustrata, depressa e arrabbiata
con il mondo e di un padre in carcere da 10 anni. La rabbia
per questa sua condizione è forte, palpabile, ma gradualmente
si attenua, al punto da riuscire ad andare a trovare il padre
in carcere, a riconciliarsi, almeno in minima parte, con la
madre e ad essere più affettuosa e tollerante con le figlie.
Progressivamente,
non solo gli aspetti materiali, ma anche quelli più astratti
assumono un valore e priorità differenti. L’ipocrisia di
alcuni comportamenti sociali è evidente: le vetrine
luccicanti, i cibi succulenti, i supermercati stracolmi di
prodotti sembrano voler distogliere i pensieri dalla
morte, ma non sembrano riuscirci. Quello che conta è ciò che
sopravviverà dopo di noi, è questo ciò che sembra essere un
elemento distintivo e che la protagonista riesce chiaramente
ad identificare, grazie alla malattia che ha imposto un brusco
limite temporale alla sua esistenza terrena.
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