Recensioni: film
   
 
   
 
   

La spettatrice

Regia: Paolo Franchi
Anno: 2004

Valeria, 26 anni lavora a Torino come interprete. Condivide un appartamento con una coetanea, Sonia, studentessa universitaria. Dalla finestra della sua stanza osserva da silenziosa spettatrice i movimenti di un uomo, Massimo, ricercatore quarantenne.

Il giorno in cui lui si trasferirà per lavoro a Roma, anche Valeria lo seguirà, rimanendo prima nell’ombra, poi intrufolandosi pacata, ma determinata nella sua vita.

Cosa spinge una giovane e bella donna ad abbandonare il posto di lavoro, una casa, un’amica per rincorrere un sogno, una fantasia, un perfetto sconosciuto?

Come in un film interrotto, il suo osservare dalla finestra le azioni di un uomo viene bruscamente meno: come andrà a finire? L’impulso irrefrenabile di ricercare la fine di quel film, la consapevolezza di non avere nulla di realmente significativo da perdere induce Valeria ad andare alla ricerca di quel protagonista del suo film prima di tutto e soprattutto mentale.

Se l’amica Sonia invidia un po’ Valeria per la sua capacità di stare da sola, senza sempre ricercare la compagnia di un fidanzato contrariamente a lei, solo Valeria può sapere quanto in realtà questa sua condizione le sia difficile da tollerare. Il senso di vuoto sembra essere colmato a livello fisico almeno per qualche breve istante da rapporti sessuali con perfetti sconosciuti, ma il silenzio che sente dentro e che spesso di manifesta anche fuori può conoscerlo solo lei e soltanto un osservatore attento e disponibile può coglierlo.

La sua intera vita sembra essere modellata su una presenza passiva, non partecipe. Il suo stesso lavoro di traduttrice, nascosta dentro una cabina, a trasmettere le parole appartenenti ad altre persone ne sono un ulteriore esempio.

E anche quando sembra riuscire a costruirsi le occasioni per vivere da protagonista, alla fine, preferisce tirarsi indietro. Non è un caso, quindi, che quando riesce ad attrarre l’attenzione di Massimo, quando sarà lui a svolgere la parte dello spettatore, che dopo breve tempo passa all’azione e dichiara a Valeria i suoi sentimenti, lei si tira indietro e, ancora una volta, fugge..

Forse il senso di colpa per essersi intromessa in una coppia che pur tra mille ipocrisie, tra un rapporto di facciata, freddo, scarsamente ricco di emozioni, prevalentemente con valore razionale comunque in qualche modo ‘funzionava’, forse il timore di assumere il ruolo di protagonista, forse il timore di vedere finalmente raggiunto il suo obbiettivo rispetto al quale poteva sentirsi immeritevole, inadeguata, forse la paura di fare i conti con una realtà che per forza di cose sarebbe stata diversa da quella da lei fantastica, forse.. Mille possono essere le motivazioni che inducono di continuo Valeria a stare sempre un po’ in disparte, un passo indietro rispetto alla vita, alla sua vita..

Quel che ritorna di continuo è la sua solitudine, forse più consapevole e vissuta di quella un po’ ipocrita, goffamente mascherata, borghese, intellettualoide di Massimo e Flavia, insieme alla tristezza che spesso affiora nei suoi occhi, quella stessa “tristezza soggettiva” di cui parla Massimo e rispetto alla quale sostiene che le pillole non possono fare altro se non nasconderla, di certo non risolverla.

Un gioco a due, di simmetrie, di riproduzione, di imitazione è quello di Valeria nei confronti di Massimo, come se comprando le stesse pietre (la Labradorite, che rinforza lo spirito e i sentimenti), accarezzando lo stesso bicchiere, vivendo nella medesima città potesse anche lei immedesimarsi in lui, nei suoi pensieri, nelle sue emozioni. Mai se stessa, dunque, ma sempre qualcun altro.

Anche se Valeria afferma che si deve andare fino in fondo, che lei non crede ai pentimenti, eppure le sue azioni sembrano manifestare l’esatto contrario, quando decide di abbandonare Roma..

Forse, alla fine, tra i personaggi più dinamici c’è proprio Massimo, non solo in senso geografico, ma anche e soprattutto interiore. Sembra essere il personaggio più coraggioso, quello che è in grado in qualche modo di riconoscere la sua solitudine, di manifestare apertamente i suoi sentimenti, di lasciare una donna, dopo avere tentato di avviare una convivenza, contrariamente alla sua opposizione. E’ forse la persona che maggiormente sa ciò che vuole: afferma significativamente che il disordine fuori non lo disturba, gli è sufficiente avere la chiarezza delle idee.

Valeria, invece, ancora alla fine ribadisce la sua preferenza per la passività: emblematica è l’immagine di lei che sceglie di lasciarsi cullare dalle acque, senza fare nulla, ma senza neanche sprofondare…

Anna Fata