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Ovunque
sei
Regia:
Michele Placido
Anno: 2004
È
la storia di Matteo, medico in servizio su un’ambulanza che
durante uno dei servizi notturni nella città di Roma, in
seguito ad uno scontro con un’auto, cade da un ponte e si
inabissa nel Tevere. Parallelamente si dipanano le vicende
della moglie Emma e della figlia Ada che si trovano a dover
fronteggiare il dolore della perdita.
Può
un incidente rappresentare un’occasione di radicale
cambiamento di vita per chi ne è coinvolto, ma che
miracolosamente riesce a sopravvivere? Forse, almeno in parte
sì.
Matteo
fin dall’inizio appare un personaggio piuttosto travagliato,
un po’ insoddisfatto, chiuso nel suo mondo. Partecipa
fisicamente alla festa di capodanno, ma non ne è emotivamente
coinvolto, il lavoro lo appassiona, ma, forse, anche in quel
caso, come lui stesso insegna agli aspiranti volontari, tre
cose sono necessarie per svolgere tale attività: nervi saldi,
competenza e un cronometro al posto del cuore. Matteo,
probabilmente, pur dando prova di grande professionalità in
tutte queste aree, sembra eccellere proprio in quest’ultima.
L’ambulanza,
i viaggi, la notte rendono l’atmosfera che si crea al suo
interno molto intima, in grado di favorire il dialogo, le
confessioni e Matteo non fa eccezione, rivelando ad Elena, una
delle aspiranti volontarie, il suo desiderio di una vita
diversa, nuova, pur sapendo di non potere, perché lui ritiene
che la sua vita serva così com’è agli altri, ai suoi
familiari, ai pazienti e che non sia possibile cambiare. Una
sorta di non-vita, dunque, qualcosa che si è lasciato
espropriare, fino a farlo diventare una specie di “uomo
ombra”, prigioniero di ruoli e di maschere che sente che non
gli appartengono.
Ecco,
dunque, la possibilità del tutto inattesa di cambiamento, un
incidente in cui viene creduto morto, ma da cui trova scampo
insieme ad Elena.
Molto
suggestivo è stato il parallelismo del regista tra il momento
della morte presunta di Matteo e il tradimento carnale della
moglie Emma con il collega Leonardo: è stato come se, in
termini simbolici, la donna avesse ucciso il marito. Ecco
perché, forse, come ci insegnerà in seguito il professore
universitario di Elena, l’amore esiste solo nel ricordo,
nella memoria, nel sapore che ci rimane, non nel presente,
altrimenti saremmo in grado di viverlo, né nel futuro. Una
tesi sicuramente molto pessimista, ma non è infrequente che
molti si rendano conto dell’amore nei confronti di una
persona proprio quando la perdono ed Emma sembra proprio avere
tale atteggiamento, conserva la tazza del marito, la utilizza,
si cinge dei suoi indumenti, vuole lasciare ogni cosa intatta,
affinché la memoria non sbiadisca. Ma, forse, ancor più di
Emma sarà Matteo ad essere veramente incapace di lasciare
andare il passato, al punto che l’insoddisfazione,
l’incapacità di vivere appieno la nuova storia d’amore
con Elena, il tentativo di voler rivivere situazioni già
viste pare non riescano proprio ad abbandonarlo.
Emma,
al contrario, una volta elaborato il suo lutto, ma soprattutto
il senso di colpa nei confronti del tradimento inteso come
uccisione simbolica del coniuge, riesce a ricostruirsi una
nuova vita (significativa in tal senso è la rottura
accidentale della tazza del marito), una nuova storia
d’amore con Leonardo.
“Non
so se c’è una qualità che riesce a trattenere una vita”,
afferma Matteo nel corso di una lezione iniziale ai suoi
corsisti. Probabilmente una specifica non esiste, al di là
del fattore tempo e delle competenze degli operatori. C’è
qualcosa, però, che è in grado di fare sentire “viva
dentro” una persona: l’amore, prima di tutto per se
stessi, poi per gli altri, unitamente alla capacità di vivere
il proprio presente, il qui e adesso e, probabilmente, Matteo
era piuttosto deficitario di tali qualità e pare che neppure
l’esperienza di avere sfiorato la morte sia stata in grado
di attivargli.
Anna
Fata
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