Recensioni: film
   
 
   
 
   

La sposa turca

Regia: Fatih Akin
Anno: 2003

Sibel, 23 anni, ricoverata in una clinica psichiatrica in seguito ad un tentato suicidio.

Cahit 42 anni ricoverato in una clinica psichiatrica per tentato suicidio.

Due tentativi un po’ maldestri di porre fine alla propria vita, forse più delle richieste d’aiuto che altro (lo psichiatra dice a Cahit che ci sono ben altri modi per farlo che non gettarsi a tutta velocità in auto contro un muro; Cahit, a sua volta, dice a Sibel che le vene non vanno tagliate in orizzontale come aveva fatto lei, ma in verticale).

Due persone cariche di dolore vengono a contatto: la sofferenza alimenta la sofferenza, almeno inizialmente, ma ad un certo punto si assiste ad una svolta.

Da un matrimonio che Cahit aveva contratto solo per aiutare Sibel ad andarsene di casa, una casa in cui, afferma lei, si sentiva prigioniera, in cui non poteva fare ciò che desiderava, prima di tutto fare sesso con diversi uomini, da un contenitore vuoto, mero legame istituzionale, a nuova possibilità di vita per entrambi.

Sibel riesce a riportare un po’ di ordine nella vita Cahit, pulisce, riarreda la casa dell’uomo, prepara cibi gustosi, anche se allo stesso tempo si avvicina in parte al mondo di Cahit, provando droghe, andando a lavorare dall’amante dell’uomo, frequentando locali fumosi e malfamati come quello stesso in cui il marito stesso lavora.

E proprio mentre Cahit vede Sibel nelle braccia di altri uomini, mentre osserva la dedizione, il tempo e le energie affettuose che la donna presta alla casa, alla cucina e, quindi, indirettamente anche lui, si assiste alla nascita di un sentimento nuovo che pian piano diventerà amore. Un amore che altrettanto gradualmente anche Sibel ricambierà.

Nel momento in cui Cahit dovrà scontare un periodo di detenzione per avere ucciso un uomo che aveva insultato Sibel, sarà proprio il pensiero di lei, la sua immagine che l’accompagnerà per tutto il periodo e lo aiuterà a superare le difficoltà che questo comporta.

Allo stesso tempo, l’immagine di Cahit sarà anche quella che Sibel porterà con sé durante il periodo di lavoro trascorso a Istanbul, pieno di fatica, di solitudine, di senso di inutilità. Il disprezzo per la sorella, per la sua vita fatta solo di lavoro e di sonno, il senso di vuoto che questa le trasmette, saranno ancora una volta motivo di ribellione da parte della ragazza. Una ribellione che come la precedente, nei confronti della famiglia, sembra essere sostituita da un “No”, semplice, deciso, ma non altrettanto carico di uno spirito costruttivo, creativo, di un’alternativa di vita.

Sarà un nuovo declino della donna, nuove prove da superare, droga, violenze fisiche e sessuali ciò che la porterà a dare una nuova svolta alla sua esistenza e a costruirsi quella famiglia che sembrava avere sempre rifiutato.

Nel momento in cui rivedrà il primo marito, una volta uscito di prigione, l’amore tra i due sembrerà trionfare, ma alla fine lei preferisce assumersi la responsabilità della nuova famiglia che nel frattempo si era costruita.

La responsabilità, dunque, lascia il posto all’amore.

Sarà stata una vera maturazione, una vera crescita quella di Sibel, oppure l’ennesima fuga dagli affetti, da una vita autentica? Come il precedente matrimonio con Cahit, legame formale non accompagnato da alcun vissuto affettivo, ora la storia pare ripetersi.. Di fronte all’amore, lei fugge..

La vera maturazione, il massimo esempio di umanità, forse, è proprio quello di Cahit, che nonostante il dolore, la sofferenza, rispetta la decisione della donna, parte da solo, nel tentativo di “tracciare una linea” sul passato, su ciò che è trascorso, come gli aveva consigliato all’inizio lo psichiatra, o, forse, più semplicemente di cambiare capitolo..

Anna Fata