| |
|
Stai
con me
Regia:
Livia Giampalmo
Anno: 2001/uscita: 2004
“E’
difficile non essere ingiusti verso coloro che amiamo”
Oscar
Wilde
Chiara
e Nanni sono una giovane coppia di sposi con due figli gemelli
di sei anni e mezzo, Emanuele e Daniele. Lei lavora come
insegnante in una scuola elementare, lui come istruttore
presso una piscina.
All’apparenza
sembrano felici, anzi, a detta di un amico, in seguito,
avevano tutto, e l’hanno perso. Viene quasi spontaneo
chiedersi perché, a volte, si debba perdere qualcosa, oggetto
o persona che sia, per poterne percepire il valore. Perché
non si è in grado di apprezzare e di preservare prima, quando
è disponibile ciò che ci è caro e si deve aspettare di
perderlo? Perché, a volte, non si è in grado di preservare
ciò a cui maggiormente si tiene? O peggio, come la citazione
di Wilde, perché si tende a fare più male proprio a coloro
che ci vogliono bene?
Forse
è da attribuirsi al non sentirsi degni e meritevoli di tanto
amore, di tanta fortuna, di un così grande beneficio che la
vita e gli altri ci offrono? Forse perché quel che ci donano
gli altri è quello che dovremmo prima di tutti offrirci noi,
ma non ci riusciamo..?
Credo
che ognuno possa fornire le proprie risposte..
Nonostante
ciò, il film ci porge buone speranze, raffigura in
un’ottica positiva un cammino di maturazione di due
personaggi che si sono sposati molto giovani (Chiara aveva 21
anni) e che sembra che riescano a crescere insieme e ad
alimentare un sentimento e un rapporto comune.
I
due giovani all’inizio sembrano condividere ogni cosa:
l’amore per i figli, il sesso, le amicizie, ma, in realtà
ognuno ha e ha bisogno di spazi solo per se stesso. Per Chiara
è la fede, per Nanni è il teatro. Ma i presupposti da cui
partono sembrano differenti: Chiara si ostina a voler
raccontare e sapere ogni cosa, mentre Nanni conserva questa
area di non detto, per cui i suoi provini teatrali
costituiscono il suo segreto più intimo.
E
questo Chiara, almeno per un periodo, non riuscirà a
perdonarglielo. Questo silenzio sarà da lei vissuto come un
vero e proprio tradimento, al pari di un rapporto sessuale mai
consumato con una collega di teatro.
Da
qui in poi la svalutazione reciproca subisce una escalation
senza precedenti: Chiara accusa il marito di essere un fallito
e poi Nanni che, a sua volta, svaluta la fede della moglie,
quando si trova in ospedale ad abortire, gesto che poi non
porterà a compimento. Per certi versi, simbolicamente, la
nuova coppia di gemelli che porta e che continuerà a portare
in grembo sarà il simbolo non solo della rinascita della
donna, ma anche di loro come coppia.
Rinascita
che vedrà entrambi maturati, evoluti, cresciuti, lui con più
sicurezza, con la sua passione per il teatro, finalmente
portata allo scoperto, in una rappresentazione sulla spiaggia,
luogo in cui si era aperto il film e in cui la famiglia
felice, rideva, giocava e scherzava, e lei con una maggiore
capacità non solo di apprezzare il marito, ma anche di
accettarlo e di rispettarlo.
L’amore
e il suo opposto, l’odio, più che mai in questo film vanno
di pari passo: Nanni che implora la moglie di tornare a casa
fino a minacciarla di morte se non l’avrebbe fatto, la
minaccia di morte che incombe sui gemellini nel grembo di
Chiara. Ma, alla fine, in entrambi i casi, l’amore avrà la
meglio: il ricongiungimento coniugale, che sembra presagito al
termine del film, sarà spontaneo e pieno di amore, così come
la vita dei nascituri viene preservata.
Assolutizzare
una o un numero ristretto di aree di vita, sacrificare la
propria realizzazione come individui, prima o poi, sembra
destinata a ricadere sia sul singolo, sia su coloro con cui si
ha un legame affettivo. Ecco perché per Nanni è così
importante il teatro: impegnarsi solo nel lavoro o nella
famiglia non gli è sufficiente per essere un uomo completo e
maturo. Come per Chiara il corpo di Cristo è una forma di
nutrimento, per Nanni lo è il teatro. Ma il muro di
incomunicabilità che, nonostante l’apparente e illusorio
‘diciamoci tutto’, ‘mettiamo tutto in comune’, vige
tra i coniugi (eloquente in tal senso è la telefonata in cui
nessuno riesce e parlare) impedisce la comprensione e il
rispetto reciproco.
La
capacità di ascolto, di assenza di giudizio, di empatia sono
alla base di qualsiasi buon rapporto umano: Irene per Nanni
sembra essere l’unica persona in grado di comprendere e
rispettare la sua passione teatrale. Ma non tutto è perduto:
sono capacità che si possono anche sviluppare nel tempo, con
impegno e dedizione e Chiara sembra ben disposta in tal senso,
specie verso la fine del film.
Esiste
sempre un margine di inconoscibilità dell’altro, un’area
a cui non possiamo avere accesso e la sfida più grande in
ogni rapporto di coppia, ma anche di amicizia, o, in senso più
esteso, di qualsiasi relazione umana, è la capacità di
accettare e rispettare tale condizione. L’altro per noi è e
resterà sempre un mistero.
Chiara
e Nanni, alla fine del film, forse, sembrano, almeno in parte
averlo compreso.
“Avrebbe
potuto essere la felicità”, così si conclude la
narrazione.
Ma,
in fondo, la vita non è un continuo di alti bassi, di felicità
e di tristezza? Chiara e Nanni sembrano trasmettercelo: dopo
la felicità, il quadro idilliaco iniziale, segue un periodo
di turbolenze, di dolore, al termine del quale i protagonisti
evolvono, maturano e alla fine sembrano essere in grado di
dare vita ad un nuovo periodo di felicità più piena, matura
e consapevole. E chissà che questa volta possa durare più a
lungo..
Anna Fata
|
|