Recensioni: film
   
 
   
 
   

Volevo solo dormirle addosso

Regia: Eugenio Cappuccio
Origine: Italia
Anno di produzione: 2004

Marco Pressi, giovane formatore di 33 anni presso la filiale italiana di una multinazionale francese, si trova di fronte ad un’offerta professionale: una promozione, vari incentivi e benefit, in cambio del raggiungimento di un obiettivo professionale, il licenziamento di 25 dipendenti su 90 in circa 2 mesi di tempo.

Dal momento in cui accetta passa gradualmente da simpatico formatore a spietato killer e questo suo ruolo sembra essere così pervasivo che anche la sua vita privata sembra essere impostata sul medesimo modello.

Il “muerto” viene definito dalla sua compagna, che anche dopo sei mesi lui non riesce a definire “fidanzata”, come se la sua vita emotiva fosse completamente morta. Apparentemente insensibile, ridotto ad un mero ingranaggio aziendale di cui alla fine anche lui diviene vittima.

Ed è anche l’”ombre de mierda”, come lo definisce la donna che fa le pulizie nella sua casa, trasandata, sporca, piena di rifiuti, proprio come pare essere la sua esistenza interiore. Mai un momento di riflessione, mai un po’ di tempo per se stesso e, di conseguenza, neppure per gli altri, come viene accusato dalla sua compagna. “Devo lavorare” è una delle sue espressioni più ricorrenti.

Il quadro aziendale italiano ritratto non è dei più incoraggianti: l’individuo pare essere un numero, anche se le apparenze ingannano. Marco invita a fare i complimenti ai propri subordinati, per fare sentire loro che sono importanti, parla di stima con tutti (“Ti stimo molto”), persino con sua madre, afferma di comprendere il “disagio emotivo” di coloro che vengono invitati ad andarsene, ma viene il dubbio che lui possa essere effettivamente in grado di sentire qualcosa..

L’ipocrisia delle parole si fonde con un meccanismo spietato in cui la logica di mercato (l’azienda è in crisi con le vendite) annienta l’essere umano, quindi, nessuna pietà per la donna ammalata di tumore, per la segretaria che presta servizio da anni, per l’anziano uomo alle soglie della pensione, per l’amico: prima di tutto si deve raggiungere il “target”, costi quel che costi..

Sembra che sul finale Marco riesca a dare voce ad un’interiorità da tempo sopita: dopo avere dato le dimissioni ed essere stato così il venticinquesimo dipendente dimesso, si sofferma ad osservare le scrivanie degli altri dipendenti. Lo sguardo si posa sui disegni variopinti dei figli di un collega, su un aereoplanino.. cambierà qualcosa per lui?

Il film si apre con una sua immagine di spalle e con una voce fuori capo che afferma che per lui la vita è sempre stata costituita da desideri e obiettivi, mai da progetti e si chiude quasi in circolarmente allo stesso modo: nessuna speranza, dunque..?

Anche lui è stato una vittima (viene invitato a lasciare l’azienda al termine del lavoro di dismissioni) e quel che è peggio è che pare che non sia in grado di sottrarsi a tale circolo vizioso: veramente non esistono altre possibilità..?