Recensioni: film
   
 
   
 
   

The Woodsman

Regia: Nicole Kassell
Anno: 2005 (cinema)

Il film narra il percorso di reinserimento e riabilitazione di Walter, un giovane uomo che ha scontato dodici anni di carcere per avere molestato sessualmente una bambina.

Il periodo di prigionia fisica è terminato, ma non quello in cui è piombato a livello interiore, in cui si sente privato della sua libertà da un non meglio definito vissuto di malattia che lo porta più e più volte a chiedere a se stesso e allo psicologo che lo ha in cura quando diventerà una persona ‘normale’.

A questa sua forma di prigionia interiore si aggiunge quella sociale a cui lo hanno recluso coloro che gli stanno intorno. Gli amici lo hanno allontanato, la sorella, a sua volta molestata da lui da piccola, non lo vuole più vedere (e nega ogni possibilità di incontro anche a sua figlia), i colleghi di lavoro lo scansano e lo trafiggono con le loro parole piene di disprezzo, di odio, di svalutazione, così come fa il Sergente Luca che di tanto in tanto lo va a trovare a casa per sorvegliarlo e accertarsi della sua buona condotta.

Come è facile etichettare una persona, ridurre la sua essenza ad un suo comportamento.

Come è difficile, invece, cercare di dare una nuova opportunità, accettare che una persona, seppure con fatica, con un profondo lavoro su se stessa, nel tempo, possa cambiare. E’ destabilizzante per chi sta intorno. Costringe a rivedere i propri punti di vista, ad abbandonare alcuni punti fermi che vedono le persone incasellate, immutabili o solo modificabili in minima parte.

L’odio, la rabbia, la condanna sociale per un crimine così atroce, spietato, commesso contro una bambina, una creatura tanto innocente e indifesa, si assomma così a quella che lo stesso agente di tale brutalità prova.

Walter sente si sente come se una parte di sé rischiasse di continuo di sfuggire al suo controllo, per questo si tiene a distanza da tutti, uomini, donne, grandi e piccini, teme che l’energia che ha dentro possa investire loro in modi tali di cui si potrebbe poi pentirsi.

Il lavoro interiore che si trova a svolgere nelle sedute con il terapeuta denotano un profondo conflitto interiore tra la voglia di farcela, l’impegno (ad es.: l’accettazione di scrivere i suoi pensieri e le sue emozioni in un diario) e gli scoppi di ira, la fatica, la svalutazione, la sfiducia, il senso di inutilità (emblematica è la scena di distruzione del suo diario di fronte all’ennesima manifestazione di sfiducia e di sospetto nei suoi confronti da parte del sergente).

La rabbia, la violenza a tratti emergono, e il tenere dentro, il portare in seduta tutto ciò, evitando di agirle all’esterno non sempre avvengono con successo. In questo senso risulta emblematica la scena del pestaggio da parte sua del pedofilo in prossimità della scuola elementare di fronte a casa sua e che lui da tempo osservava. E’ come se quell’impeto distruttivo fosse stato rivolto contro una parte di sé, quella che lui considera malata. Quasi una sorta di liberazione, di presa anche di consapevolezza.

Altrettanto valida per la sua autoconsapevolezza e per lo sviluppo del senso di empatia è l’incontro con la piccola Robin, che si trova ad adescare in un parco, quando ormai sente di essere avviato verso il fallimento di se stesso e del proprio percorso di cambiamento e di riabilitazione a livello personale, ma anche e soprattutto sociale. Si sente, per certi versi, indotto ad adeguarsi alle aspettative e al ruolo sociale di pedofilo che sembra essergli stato attaccato addosso e di cui pare non riuscire a liberarsi.

Avere toccato con mano la disperazione, il senso di umiliazione, di vergogna della bimba al racconto delle molestie perpetrate dal padre su di lei lo rendono pienamente consapevole di ciò che le sue ‘vittime’, a cominciare da sua sorella, con la quale avverrà in seguito una parziale riconciliazione, hanno provato e molte di loro ancora vivono.

Questa improvvisa presa di consapevolezza sarà ciò che porterà a rispettare la bimba, così come la rabbia che la sorella ancora nutre nei suoi confronti.

Le sedute con l’analista rappresentano una parte del sua vita, un momento di riflessione e non di azione, che si affianca alla sua esistenza quotidiana e lo portano lentamente all’avvio di una relazione sentimentale con Vicky, una collega di lavoro che, dopo un momento di turbamento iniziale, quando lui le svela il suo ‘segreto’, saprà stargli vicino e accettarlo per quello che è con i suoi limiti, i suoi disagi, e le sue potenzialità. Non è un caso che sarà proprio lei ad affermare di essere tornata da lui perché, anche se per lui questo non è ancora possibile, lei vede in lui qualcosa di buono.

Non si tratta di un potere riabilitante in senso assoluto dell’amore, non una panacea di tutti i mali, ma una sorta di circolo virtuoso in cui il cammino interiore dell’uomo si manifesta anche all’esterno: lei vede qualcosa che lui ancora non è in grado di cogliere, ma il solo fatto di avere avuto la possibilità, l’opportunità e il coraggio di avere avviato una relazione affettiva concretizza anche all’esterno un iter dell’uomo che, a sua volta, darà linfa vitale al suo percorso di riabilitazione e cura.

Il film fa toccare con mano i vissuti, le angosce, le tentazioni di un uomo che si sente ‘diverso’, che prova disagio per questa sua diversità percepita, che va al di là di una mera non conformazione alle aspettative sociali, per collocarsi su un piano più interiore di non rispondenza alle proprie aspettative personali: quello che si è è diverso da ciò che si vorrebbe essere.

Il dolore, l’angoscia di guardarsi dentro e, nonostante ciò, il coraggio di farlo. Ripercorrere il passato, vivere il presente, agire su di esso, queste le sfide più grandi che Walter si trova a dover affrontare. E i continui interrogativi: “Ce la farò? Quando sarò ‘normale’?”.

Nonostante le umiliazioni, il sarcasmo, i pregiudizi, la rabbia che deve subire, l’essere tenuto sotto controllo da autorità esterne, oltre che dal proprio senso di controllo interno, rendono tutto questo percorso ancora più pesante e gravoso.

In queste condizioni diventa facile mettere da parte la propria volontà di cambiare, di riscattarsi e adeguarsi al ruolo che altri si aspettano e questo è un po’ il senso dell’abbandono frettoloso del luogo di lavoro per andare ad adescare la piccola Robin.

Ma qualcosa dentro di lui agisce in modo tale che una maggiore consapevolezza di se stesso, dei suoi pensieri ed emozioni e, di riflesso, una maggiore disponibilità a cogliere e ad accettare e rispettare quelli altrui lo rimettono in sintonia con le sue reali intenzioni.

E la decisione di lasciare la sua casa, di prendere così anche le distanze dalla scuola elementare su cui essa si affacciava denota simbolicamente una ulteriore presa di distanza dalla sua parte ‘malata’ e un ulteriore passo verso una sana relazione affettiva con Vicky, con la quale andrà a vivere.

Un esemplare cammino di cambiamento che può fungere a suo modo da modello per ciascuno di noi. Per imparare a rispettare chi è ‘diverso’ da noi. Per imparare a mettere da parte il giudizio e le etichette.

Anna Fata