Riflessioni sull’ascolto

ascolto-ascoltare

Basta poco per iniziare ad ascoltare e ascoltarsi
di Anna Fata

 

La maggior parte di noi trascorre gran parte della sua giornata chiusa in se stessa. Ciascuno a rincorrere il suo piccolo mondo, le sue piccole, grandi mansioni, scadenze, obiettivi, e presunti problemi. Mentre il mondo dell’altro resta ai propri occhi per lo più un mistero, o, al limite, uno scomodo impedimento sul cammino personale.

E così, nella chiusura, non ci rendiamo conto che tutti siamo nella stessa barca, ciascuno con le proprie gioie, i propri dolori, le proprie ansie, le proprie paure, i propri tormenti, i desideri, le aspettative, le aspirazioni, le ambizioni. Ci crediamo sempre un po’ più degli altri, un poco più in alto, con diritti vagamente speciali, che ci consentono di viaggiare sempre sulla corsia preferenziale, dettando norme e regole e pretendendo che gli altri e la vita sottostiano al nostro volere. Quando poi, in realtà, la vita segue il suo corso e anche chi ci sta intorno incede lungo il suo percorso, in ampia parte indipendente e differente dal nostro, smentendoci e contrastandoci, indirettamente, di continuo.

A volte per uscire dal proprio piccolo mondo basta veramente poco. Disporsi all’ascolto dell’altro può fare bene sia a chi parla, che può condividere le sue gioie e i suoi dolori, i suoi sogni e le sue delusioni, e sentirsi meno solo, sia a chi ascolta, perché consente di apprendere sempre qualcosa che non si conosce.

 

Delineo un paio di esempi concreti.

Ero in attesa dell’apertura di un ufficio pubblico della mia città. C’era un’anziana signora intirizzita ad aspettare di fronte alla porta. Mi guarda e, di fronte al mio sguardo ricambiato, coglie immediatamente l’occasione per iniziare a parlare.

La ascolto, e, con estrema spontaneità comincia a raccontarsi, minuto, dopo minuto. Narra di sé, della sua famiglia, del lutto recente che l’ha colpita. Osservo il suo portamento dignitoso, il corpo contratto dal freddo, avvolto in un lungo cappotto nero, dall’imbottitura sintetica. Lamenta che vorrebbe entrare, scaldarsi un po’, che gli addetti allo sportello dovrebbero aprire un po’ prima, che i suoi piedi sono ghiacciati, che ha pochi soldi e che fare quadrare il bilancio, ora che è rimasta sola, le risulta ancora più arduo.

Quando ascoltiamo veramente una persona, quando le dimostriamo, anche solo con uno sguardo, che siamo lì con lei, immancabilmente accade un miracolo. Un’anima che si svela all’altra, dietro un corpo che solo all’apparenza differenzia un individuo da un altro. Sotto sotto, siamo tutti profondamente e intimamente identici, animati dalla medesima natura che quando si può svelare manifesta la sua bellezza e magnificenza, che ci lascia senza parole.

Quando riusciamo ad andare oltre il nostro ombelico, ci accorgiamo che non siamo gli unici ad avere freddo, ad essere stanchi di un’attesa che pare interminabile, ad essere preoccupati per l’esito della nostra pratica, a sapere che a casa, magari, non ci aspetta nessuno. Aprendoci, raccontandoci e ascoltando possiamo comprendere il freddo, la stanchezza, lo scoramento, il timore, la solitudine sono vissuti non solo propri, ma anche altrui e viceversa.

Siamo noi e solo noi che decidiamo di vivere nell’isolamento, di confinarci nel nostro ristretto mondo e di perdere la ricchezza che l’apertura e la condivisione ci riservano. Oppure, all’opposto, abbiamo la possibilità di aprirci, svelarci, e correre il rischio di vivere in un alleggerimento che deriva dalla condivisione dei pesi, delle tribolazioni, così come delle gioie con gli altri.

 

Secondo esempio.

Mi trovo di fronte alla responsabile dello sportello dell’ufficio pubblico in questione. Mi siedo, con calma, respiro, la osservo con discrezione, senza invadenza. La vedo indaffarata, tra pile di fogli e cartelline, mentre distrattamente mi dice che sarebbe arrivata a breve. Mi appare appesantita, non solo nel corpo, ma anche nell’animo. Ha un aspetto ben curato, truccata a puntino, con una messa in piega fresca e un colore biondo brillante, come appena fatto. Mentre cerca di sbrigare la mia pratica viene interrotta tre volte dal telefono e un paio di volte estromessa dal sistema operativo che va in errore e la costringe a dover ricominciare tutto l’iter da capo.

Nel frattempo, si affaccia ripetutamente alla porta l’utente successivo a me, per verificare a che punto sono i lavori. Ad un tratto pare arrendersi, vinto dall’attesa protratta, e si va a sedere su una delle sedie in plastica rossa nell’ampio locale d’ingresso.

La signora addetta allo sportello si lamenta più volte del disordine delle colleghe nell’archiviare le pratiche, che la obbliga ad un surplus di lavoro e a prolungare i tempi d’attesa dei clienti. La vedo molto dedita al suo lavoro, precisa, puntuale, affidabile. Si vede che sta facendo del suo meglio. E’ molto cortese e gentile nel suo porsi, esaustiva nelle sue risposte e accurata nello svolgere le procedure.

Mi viene spontaneo commentare alcune sue azioni con parole di apprezzamento. E altrettanto spontaneamente fluisce un tocco di ironia che contribuisce a smorzare la lieve tensione che avverto sul suo volto e farle accennare un sorriso che l’alleggerisce.

Ancora una volta, l’eccesso di attenzione per noi stessi, i nostri tempi, i ritmi, inducono un clima di pretesa, attesa, aspettativa costante. E impediscono di vedere l’altro, con i suoi disagi, imbarazzi, tensioni, al pari, se non più di noi.

Imparare ad ascoltare ed ascoltarsi può aiutarci a vivere meglio e a stare meglio con gli altri. A volte basta veramente poco, è alla portata di tutti, ovunque e con chiunque (leggi anche: 4 Consigli per migliorare le proprie capacità di ascolto) . Non servono grandi occasioni, non serve fare chissà cosa, dove o con chissà. Si può iniziare da subito.

 

 

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