Riflessioni sulla felicità

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Quanto vale pena chiedersi se si è felici
di Anna Fata

 

Viviamo in un contesto socioculturale e familiare improntato al volere: vogliamo continuamente qualcosa, da noi stessi, dagli altri, dal mondo.

E’ come una bolla di sapone: il desiderio genera a sua volta desiderio e la cosa non ha mai fine. E, peggio, trasmettiamo tale modello educativo e di vita di generazione in generazione.

E diamo origine a persone cronicamente in fuga, insoddisfatte, alla ricerca costante di qualcosa, qualcosa di nuovo, di eccitante, che non arriva mai o che quando giunge lascia l’amaro in bocca perché non è all’altezza delle aspettative e degli sforzi, o se lo è, come tutte le cose periture di questo mondo è destinato, prima o poi, a sparire.

Comunque si rigiri la faccenda, non se ne esce con la stessa logica con cui se ne è entrati e che incessantemente la alimenta.

Ricordo di essermi confrontata molto precocemente con questo tipo di mentalità.

Quanto iniziai per la prima volta a frequentare una nota scuola privata della città in cui vivevo, osservavo schiere di persone di tutte le età, genitori, figli, insegnanti, e persino alti prelati, che erano presi da questo vortice dei soldi, degli oggetti, degli abiti, delle feste, delle cene e dei locali di tendenza.

Tutto del loro modo d’essere, di porsi, di agire denunciava una tensione di fondo, un dover apparire, comportarsi, uno sforzo ad essere il meglio, all’avanguardia, alla moda, che li portava a disconoscere e spesso anche distorcere la loro vera natura.

Spesso l’apparenza distava anni luce dalla loro reale essenza. Nonostante i formidabili sforzi, con uno sguardo attento si poteva notare piccoli e grandi segnali, specie nelle persone più sensibili, di un disagio di fondo che l’indossare maschere, recitare ruoli e azioni poteva comportare in loro.

Ricordo che già anni prima, alle scuole elementari, complici alcune amichette che ricevevano di tutto e di più ad ogni schiocco di dita, per uniformarmi, anche le mie richieste erano in parte aumentate.

 

Oggi posso affermare con sicurezza che i miei genitori sono stati molto abili nel calibrare severità e concessione, possibilità e sacrificio, rispetto dei limiti e piccole trasgressioni, reale necessità e superfluo.

Anche se un figlio, sul momento, può restare male di fronte ad un no, ad una frustrazione, saper porre un limite, paradossalmente, crea uno spazio di libertà interiore molto vasto, che quando il disappunto passa si riesce ad avvertire.

In questo senso credevo di essere ben allenata anche per vivere anche in un contesto molto ricercato, elegante, pieno di esteriorità e di forma in cui mi sono trovata in seguito.

In realtà, il primo anno ricordo che è stato molto duro ed io stessa mi sono fatta travolgere da questa bolla di apparenza, di dovere e volere, essere, fare, avere. Era una sorta di necessità di stare al passo, di conformarmi all’ambiente, di sentirmi parte del gruppo, come per lo più accade ad un preadolescente.

 

Nel giro di un anno mi sono resa conto della maschera che mi stavo costruendo, della parte che stavo recitando, dei desideri e degli obiettivi non miei e dell’assurdità della situazione che io stessa avevo creato.

Da quel momento in poi è iniziato un processo progressivo di distacco dall’uniformismo sociale e familiare, che si è manifestato nel tempo con segni più o meno tangibili, e che hanno permesso una conoscenza, un contatto, un rispetto, uno svelamento, una condivisione sempre più ampia della natura più autentica e profonda sia mia, sia delle persone che mi stavano intorno. Non si può conoscere pienamente l’altro, se non si procede al tempo stesso nella conoscenza di se stessi.

 

Da una parte è come se fosse stato un processo che mi ha portata avanti, mentre dall’altra mi ha ricondotto indietro nel tempo.

Ogni bambino nasce scevro dai condizionamenti e dalle aspettative socioculturali e familiari. Con gli anni viene sempre più limitato e condizionato da tutto ciò, la sua reale essenza viene tarpata, e si creano così le condizioni per una profonda infelicità, di cui spesso non si ravvisa la causa.

 

Ricordo quel delicato periodo, ad otto anni, quando conobbi il contatto con l’esperienza del dolore sul mio corpo.

La reale e più lancinante sofferenza, però, era costituita dai giudizi, le critiche, l’impazienza, l’insofferenza, talvolta anche lo scherno da parte degli altri. Dal lunedì al sabato questa era l’impronta di tutte le giornate.

La domenica sera, prima di dormire, mi scioglievo immancabilmente in un pianto, nell’oscurità della stanza, contro il cuscino.

Piangevo perché ripercorrevo la giornata appena trascorsa e mi accorgevo di essere stata felice!

Per lo più le domeniche erano giornate semplicissime, con i miei genitori, con alcuni piccoli appuntamenti fissi, la messa, l’aperitivo a casa e il dolcetto dopo pranzo, la passeggiata, oppure la visita alla nonna materna. Niente di che, a ben vedere.

Ai tempi credevo che il pianto fosse dovuto al dispiacere di dover lasciare i miei genitori, che durante la settimana erano assenti per lavoro dalle dodici alle quattordici ore al dì, e al tempo stesso al dolore di dover tornare a stare con persone con cui, in quel periodo, non stavo bene.

La cosa più buffa e che al tempo stesso mi addolorava di più è che mentre vivevo quelle domeniche non è che avessi uno stato d’animo particolarmente euforico o altro che sottolineasse tale felicità.

Insomma … ero stata felice e non me ne ero accorta!

 

Per me, allora, era inconcepibile.

Avrei voluto poter tornare indietro, come per riavvolgere la pellicola di un film e, forse, segretamente trattenere e ri-vivere più e più volte, all’infinito, tali scene.

Eppure, ogni volta in cui tentavo di fare ciò, la situazione mi sfuggiva di mano e diventavo profondamente infelice.

 

Oggi, a posteriori, riesco a vedere con lucidità e chiarezza quel che accadeva.

E’ un dato di fatto: quando noi siamo felici, o meglio ancora, sereni, non ne siamo mentalmente consapevoli. Felicità è un termine che la mente appone a posteriori, distanziandosi dall’esperienza.

 

Nel tempo ho compreso che quando sei felice non hai alcun bisogno di di-mostrarlo ad alcuno, di parlarne, di condividere.
Accade e basta.
E’ qualcosa che emani.
E’ una tua essenza.
Non sei qualcosa di staccato dalla tua felicità.
C’è felicità.
C’è armonia con te stesso.
Sei lì nel presente, qualunque cosa sia, qualunque cosa accada, con chiunque tu eventualmente sia.

Per questo trovo formidabile il far coincidere felicità con serenità.
Puoi essere felice, anche se sei profondamente infelice.
Nel profondo, gli opposti coincidono.

 

Inoltre, Felicità o serenità sono etichette verbali a posteriori che la mente sdogana.

La mente impone una definizione, traccia un limite, un confine, il che non è conciliabile con l’espressione della nostra natura più profonda, che è sconfinata.

La vera felicità o serenità si esplica proprio in quei momenti in cui ci diamo la possibilità di essere fino in fondo noi stessi, fedeli e rispettosi del sentire di coscienza, indipendentemente dal dire, fare, pensare e non.

Tutti noi, più o meno consapevolmente, abbiamo piccoli sprazzi di tali esperienze nella nostra vita.

 

Togliere il più possibile vincoli, limiti, schemi di cui ci siamo circondati ci riporta, da un lato, all’essenza più pura e autentica che da piccoli contattavamo con più immediatezza e facilità, dall’altro ci permette di farlo, da adulti, con l’aiuto di un carico di esperienza che ci consente di farne buon uso, a servizio dell’altro e del mondo e non in senso strettamente egoistico, come può accadere per i bimbi.

A questo “serve” vivere.

E chiedersi troppo spesso e ripetutamente se si è felici è un dubbio egoistico, frustrante, inutile. Quando lo si è, lo si è e basta. Non serve sottolinearlo.

 

Per approfondire, leggi il libro: “Cosa ho imparato dalla vita

 

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