Riflessioni sul gioco

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Il gioco come strumento di gioia e benessere da bambini e da adulti 
di Anna Fata

 

La maggior parte di noi, da adulti, perde il gusto e il senso del gioco.

Il gioco è una cosa seria: lo si vede dal fare attento, presente, partecipe, coinvolto di ciascun bambino all’opera.

Il gioco è una cosa divertente: lo si rileva dai sorrisi, dagli occhi brillanti, dalle esclamazioni di gioia e di stupore.

Il gioco è una cosa carica di rispetto: rispetto per sé, gli altri, le regole, i modi, i tempi, i contesti.

Da adulti tendiamo a diventare non seri, ma seriosi, ci divertiamo poco, o in maniera poco sana, e non sopportiamo il rispetto, né le regole.

La vita diviene qualcosa di pesante, carica di aspettative, progetti, importanza, in cui il dovere totalizza ogni cosa.

La vita, in realtà, è anche in ampia parte piacere, gioia, in tutto quel che si vive e si compie.

Questo atteggiamento di fondo nasce dall’essere presenti, attenti, partecipi, dalla capacità di accogliere e di stare con quelo che c’è, senza etichettarlo, senza volerne di più, né di diverso.

Siamo abituati a possibilità immense di scelta, eppure abbiamo perso la capacità di scegliere: vorremmo tutto, subito e per sempre!

Questo ci conduce inevitabilmente alla frustrazione, al dolore.

Ricordo che mia madre da piccola, ad un certo punto mi diceva:

“Basta! Non si può sempre giocare, sempre lo stesso gioco poi stanca”.

Al che, nella mia giovane ingenuità, le rispondevo:

“Sarebbe sufficiente cambiare gioco!”.

 

Vivere, ma soprattutto comprendere l’esperienza che la vita insegna apporta una profondità che poi rimanda al quotidiano, alla sua semplicità, essenzialità, immediatezza, concretezza.

Un po’ come il viaggio ci aiuta a vedere con occhi rinnovati le cose, i luoghi, le persone consuete al ritorno, anche vivere consapevolmente ci aiuta a sgravarci da tali voli pindarici mentali, di tante ricerche interiori ed esteriori, che ci esiliano dalla nostra naturale condizione che si esplica semplicemente qui e ora.

Da tale rinnovata visione sorgono la leggerezza, lo sgravarsi di tanti pesi, nonostante quel che accade, che a volte non rispetta le nostre aspettative e magari comporta delle difficoltà.

Ciò che si verifica si affronta momento per momento, senza il peso delle etichette mentali, delle convinzioni e delle distorsioni cognitive che sostengono che sia giusto o meno, bello o brutto, piacevole o spiacevole e che nel momento stesso in cui non corrisponde alle aspettative arreca inevitabilmente con sé il macigno della sofferenza.

Esiste un gioco, molto semplice e immediato, che fin sa piccola mi ha sempre affascinata e di cui solo negli anni ho compreso l’alto valore simbolico metaforico: le bolle di sapone.

La vita è un costruire, creare, gonfiare, lasciare andare, osservare, godere, compiacersi, accomiatarsi, e poi …. scoppiare o sparire dalla vista.

Quanto può essere grande una bolla, a priori, non è dato saperlo, anche se lo strumento a disposizione pone dei limiti intrinseci.

Per quanto a lungo il gioco continuerà, per quanto tempo durerà il sapone ci è ignoto.

Se potremo avere un altro barattolino, se avremo i soldi per acquistarlo o se potremo trovarlo non ci è noto.

L’unica cosa certa è che, nonostante tutto l’impegno, la passione, la volontà, lo sforzo, la gioia, nel creare e alimentare ciascuna bolla, ognuna d’essa si concluderà in una piccola, insignificante macchiolina su un pavimento, un davanzale o un albero.

Sta a noi decidere, a questo punto, se vale la pena giocare, finché è possibile, oppure no.

 

Per approfondire l’argomento leggi il libro: “Cosa ho imparato dalla vita“, Edizioni Segno.

 

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