I casi della vita: opportunità o limiti?

coincidenze

 

Cominciamo con una una storiella Zen

 

Cammino per la strada. 

 C’è una buca profonda nel marciapiede. 

 Ci cado dentro. 

 Sono perduta… sono senza speranza

 Non è colpa mia; ci metto un’eternità a trovare il modo di uscirne.  

 

Cammino per la stessa strada. 

 C’è una buca profonda nel marciapiede. 

 Fingo di non vederla. 

 Ci cado dentro di nuovo. 

 Non posso crederci, sono di nuovo qui dentro. 

 Ma non è colpa mia. 

 Ci metto ancora un bel po’ a uscirne.  

 

Cammino per la stessa strada. 

 C’è una buca profonda nel marciapiede. 

 Vedo che è ancora lì. 

 Ci cado dentro… è un’abitudine; 

 ho gli occhi aperti, 

 so dove sono, 

 è colpa mia. 

 

Ne esco immediatamente. 

 

Cammino per la stessa strada. 

 C’è una buca profonda nel marciapiede. 

 

La aggiro. 

Cammino per un’altra strada. 

 

Quante volte nella nostra esistenza quotidiana ci siamo trovati di fronte ad un imprevisto, la coincidenza di un treno andata perduta a causa del traffico imprevisto, il motore dell’auto guasto immediatamente prima di una vacanza.

 

Quante volte ci siamo trovati di fronte ai nostri progetti ben allestiti fin nel più minuzioso dettaglio, sognati, fantasticati e allestiti pezzo per pezzo andare in frantumi per un evento inatteso?

 

Se da una parte la psicologia ci fa capire che la persona sana è quella con una flessibilità sufficiente da adattarsi agevolmente ai cambiamenti, dall’altra le filosofie orientali compiono un passo ulteriore esortandoci ad essere non solo attori, ma anche spettatori della nostra vita. In questo modo, il lasciare che sia ci renderebbe meno ansiosi e preoccupati delle conseguenze.

 

Per fare un paragone, è un po’ come seminare un campo: si fa del proprio meglio nel preparare il terreno, nella scelta dei semi di alta qualità, nel processo di semina, di estirpazione delle erbacce e in tutte le altre operazioni di cura del raccolto. Ma, c’è sempre un ma. Ci può essere una siccità insolita, si può in questo senso cercare di anticipare tale rischio creandosi un’ampia riserva di acqua, si può verificare una tromba d’aria in grado di distruggere anche eventuali coperture di protezione. Non tutto si può prevedere nella vita.

 

 

E allora, che fare?

 

Se anche quando facciamo del nostro meglio, i risultati, a causa di qualche evento esterno perturbante, non sono all’altezza dei nostri sforzi, come comportarsi?

 

La pratica orientale del ‘lasciare che sia’ può essere una possibile soluzione. Agire al meglio, curare il proprio raccolto e aspettare. I risultati, positivi o negativi, verranno da sé. Quando si avvia un processo, niente e nessuno lo possono fermare. Un po’ come accade alle acque di un fiume: prima o poi si ribelleranno alle dighe, agli argini e ritorneranno ad occupare il loro spazio che apparteneva loro in origine.

 

Questa pratica, per certi versi consente di liberarsi dei sensi di colpa: so di avere fatto tutto il possibile, so che vi è sempre una quota di imponderabile nella vita, qualcosa che va al di là delle mie possibilità, del mio controllo e sul quale non ho alcun potere.

 

Questo non è un modo per deresponsabilizzarsi, ma pone le basi per una più ampia accettazione di se stessi e degli altri.

 

E quando questi imprevisti si verificano, che fare?

 

Come ampiamente esemplificato nella storiella zen scritta in apertura, nessuno di noi può dire se quanto ci accade è ‘bene’ o ‘male’: è un giudizio di valore che non ha alcuna ragione di esistere e che ci porta ad escludere parti importanti della nostra esistenza.

 

Non solo il giudizio di valore può essere fuorviante per il singolo, ma anche per lo stesso individuo ciò che è ‘bene’ in un momento può non esserlo in un altro. E lo stesso vale da persona a persona.

 

Per questo, piuttosto che cercare di dare un nome, un’etichetta ad un fenomeno, piuttosto di incasellarlo, di irrigidirlo, nella pseudo-sicurezza che questo può convogliare, sarebbe più opportuno stare ad osservarlo, cercare di coglierne il senso e in che modo questo potrebbe essere un’opportunità nella propria vita.

 

Sempre più di frequente vengo a contatto con persone che nella loro vita hanno conosciuto la sofferenza sulla loro pelle, a causa di una malattia del loro corpo, che di riflesso ha avuto anche degli effetti sulla mente, oppure di un loro caro, per una separazione, un divorzio, un vuoto professionale o un dissesto finanziario.

 

Ciò che mi colpisce ogni volta è la forza, il coraggio con cui queste persone hanno affrontato tale situazione e come l’hanno saputa sfruttare per dare una svolta alla loro esistenza.

 

Chi ha lasciato un lavoro insoddisfacente per dedicarsi ad un altro magari meno remunerativo, ma che li ha realizzati maggiormente, chi ha ritrovato il piacere della quotidianità, chi ha scoperto di avere non solo una mente, ma anche un corpo da curare, coltivare e da cui trarre piacere, chi ha imparato per la prima volta a stare da solo al termine di una relazione sentimentale burrascosa per potersi avviare in seguito per la prima volta verso una relazione adulta e matura.

 

L’incredulità, lo smarrimento, l’iniziale scoramento, hanno lasciato rapidamente il posto ad una sana reazione vitale tesa a mettere alla prova parti di sé poco conosciute e inesplorate. E il percorso che hanno compiuto ha rimesso in movimento quelle energie che da tempo avevano sopito dentro e che ora li hanno rinnovati e li rendono sempre più se stessi.

 

Anna Fata

(fonte immagine: http://www.benesserecorpomente.it/coincidenze-caso-non-esiste-segnali/)

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