Fare, fare, ..e poi?

Quale è il senso ultimo del nostro fare, essere, esserci?
di Anna Fata

 

vivere vita
Fonte immagine: Pixabay

 

Ciascuno di noi ha la sua personale missione di vita, che è racchiusa nelle risposte alle domande che, prima o poi, almeno una volta nella vita tutti ci poniamo: che cosa ci faccio io qui? Che cosa mi chiede la Vita?

Esiste, però, un obiettivo a cui ci alleniamo progressivamente lungo tutto il corso dell’esistenza, che consiste nell’accommiatarsi – che nel suo significato originario comporta una transizione, un passaggio da un luogo ad un altro – e che prelude all’ultimo distacco finale.

In molti di noi, paradossalmente, questo non avviene, ci si oppone con tutte le forze: nella vita si accumula, di tutto, oggetti, soldi, prestigio, benefici, relazioni, e più si prosegue nel cammino esistenziale, più il nostro ego si riempie, al pari della cassaforte di Zio Paperone. Ci godiamo quel che otteniamo, lo custodiamo gelosamente, lo lustriamo, ne vogliamo sempre di più perché non ci basta mai e, ancora peggio, siamo costantemente all’erta per timore di ‘furti’ o smarrimenti. Diventiamo tesi, sospettosi, diffidenti e chiusi di fronte a chiunque.

Tutto questo raggiunge l’apice in molte persone anziane che insieme a tutto ciò si attaccano ad un altro ‘bene’ apparentemente indispensabile: il passato. E la loro vita diventa sempre più zavorrata, pesante, tra timori, ricordi, recriminazioni, rimpianti. Il presente scompare e il futuro pare diventare una fotocopia di un presente inesistente.

All’opposto, c’è chi cerca di liberarsi subito dopo l’uso di cose, persone, situazioni, per evitare, ammesso che sia possibile, il sorgere di qualsivoglia legame affettivo. Tutto diventa un mezzo. Il fine, in ultima analisi, è il medesimo come per le precedenti persone: la fuga, in primis da se stesse.

Rendersi conto che tutto è impermanente, soggetto ad un ciclo esistenziale, a cominciare da se stessi, di primo acchito può apparire inquietante. Le nostre fantasie più o meno inconsce di immortalità (oltre che di onnipotenza), di retaggio infantile, svaniscono. E non si può fare a meno di avvertire la propria fragilità, i propri limiti. Solo in seguito ci si rende conto che sta proprio in questo la nostra reale forza.

E’ la nostra capacità di vivere la vita, di lasciarla fluire con naturalezza, leggerezza, consapevolezza, senza cercare di imbalsamarla, ingessarla, ‘comprarla’, che ci rende pienamente umani e che pone le basi per poter trascendere tutto ciò. In caso contrario siamo costretti ad una fuga continua da noi, all’infelicità, alla paura, all’insoddisfazione.

 

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