Hai paura? Sei umano!

paura

La paura, le paure, ognuno, sotto sotto, ha le proprie. Quanto più lo spettro emozionale che si vive è ampio, tanto più la nostra umanità può essere vissuta.
di Anna Fata

 

La vita è un susseguirsi di cambiamenti,
una successione di fasi alterne.
Ma coloro che possiedono un punto di riferimento,
una casa a cui tornare
nonostante tutto, sono forti.
Daisaku Ikeda

 

Ciascuno di noi ha le sue piccole, grandi paure, timori che ci accompagnano fin da piccoli, che evolvono, mutano nel tempo, nella loro forma, intensità, manifestazione, ma al fondo di ciascuno di loro vi sono due estremi: la paura di morire e, quasi paradossalmente, la paura di vivere.

La paura è una sensazione che si prova in presenza o al pensiero di un pericolo vero o immaginato. Affine ad essa è il timore, che è un sentimento di ansia, di apprensione, di incertezza che si prova di fronte a un pericolo o a un danno vero o supposto. Si distingue dalla prima perché quest’ultimo è maggiormente proiettato verso il futuro per il quale si nutre preoccupazione e in tal senso si oppone alla speranza, che è l’aspettativa di un cambiamento imminente verso il bene.

La paura della morte appare immediatamente comprensibile: rappresenta la perdita di ogni pseudocertezza, di tutto ciò che è materia, concretezza, tangibile, percepibile con i sensi. Non se ne può avere esperienza se non una volta nella propria esistenza. E’ un passaggio senza ritorno, un biglietto di sola andata rispetto al quale, anche chi crede in una vita ultraterrena, oppure nella reincarnazione, una volta che questa dovesse avvenire, nessuna traccia mestica, nessun ricordo permane della precedente transizione.

E il ricordo, gioioso, ma anche doloroso, di per sé segna un punto di riferimento, un ‘già visto’, vissuto, che in qualche modo sottrae anche solo in minima parte quell’ampia coltre di oscurità che fa procedere a tentoni e con circospezione.

Meno ovvia, almeno a prima vista, è la paura della vita.

Alcuni aspetti, in realtà, sono in comune con la paura di morire.

Ogni istante è unico, irripetibile, questa è l’essenza della vita, ma anche della morte. Non ci si può immergere due volte nello stesso fiume – secondo il famoso motto di Eraclito. Non ci è dato sapere quel che ci verrà riservato né nel breve, nel luogo termine e vivere implica un rinascita a se stessi praticamente continua. E’ un processo di rinnovamento costante in cui vita e morte, seppur nel piccolo, si alternano di continuo. E’ un susseguirsi di piccoli, grandi abbandoni, di sé, così come di ciò che ci circonda, e di ri-sorgere a se stessi e al mondo.

In tutto questo processo siamo chiamati ad agire in modo consapevole e responsabile. Se quando il bimbo, appena nato, ancora non ha sviluppato una consapevolezza sufficiente per comprendere il senso e il valore di un simile momento, se lui stesso non hai mai chiesto di fare il suo ingresso in questa dimensione, l’essere adulti comporta la necessità di diventare responsabili delle successive ri-nascite quotidiane.

E’ l’imparare a camminare con le proprie gambe, quella che in un contesto psicologico si può ribattezzare la “vertigine della libertà”. E’ simile per certi versi a quando per la prima volta ci si accorge che andando in bicicletta si sta pelando senza più essere sostenuti da un genitore. Una sensazione, un brivido di piacere, di orgoglio, di forza, misto ad un velo di timore: “ce la farò?”.

A quel punto non ci sono più scuse: si può solo decidere di prendere tra le mani le redini della propria esistenza e di galoppare nella direzione che meglio si sente consona ai propri obiettivi. Non si possono incolpare altri o altro dei propri insuccessi, delle titubanze, né delle perdite di orientamento. In compenso, la quota di soddisfazione, di piacere, di forza e di gioia che se ne ricava è immensa. E la forza richiama la forza: conoscere e coltivare le proprie potenzialità significa imparare a fare del proprio meglio, impegnarsi con tutte le proprie risorse per raggiungere gli obiettivi che ci si propone, pur nella consapevolezza che non sempre le cose vanno come ce le si aspetta. Al contrario: questa è un’illusione da abbattere, le aspettative esistono solo come costruzioni mentali, la realtà concreta è e sempre sarà altro.

La forza (interiore) è anche la capacità di saper fronteggiare tutto ciò che non ci si aspetta, con flessibilità, spirito adattivo, tolleranza. Non è tanto un ‘piegare’ le circostanze esterne, ma un fare in modo che, come le acque di un fiume, anche noi diventiamo in grado di adattarci, pur la nostra bussola interna ben funzionante. Sappiamo dove vogliamo arrivare, ma non ci ostiniamo in modo predefinito circa quale strada percorrere per raggiungere la meta.

Tra questi due estremi di paura si può collocare un’altra grande prova di vita: la paura di amare. Essa sintetizza e riassume in se stessa tali estremi. Da una parte c’è il timore di abbandonarsi all’altro, di fondersi momentaneamente (paura di morire), dall’altra di separarsene. Un gioco di distanze, di pieno-vuoto, una capacità di sopravvivere anche a distanza, da soli, che di fatto, è la condizione ontologica di ogni essere umano. Da una parte c’è il timore di mettere in luce le proprie debolezze, le proprie fragilità, e, quindi, di essere attaccato (paura di morire), dall’altra i propri punti di forza (paura di vivere). E, allora, come estrema ratio, si può decidere di vivere sempre un po’ a distanza, di fuggire, di nascondersi, di evitare le passioni, di amare e di essere amati.

Ma ne vale la pena? E’ una soluzione che fa stare bene, che rappresenta una valida soluzione dell’aporia? Forse, a volte, nell’immediato, ma nel lungo termine il rischio è la desolazione, il vuoto, l’anestesia emotiva. E, allora, forse, vale la pena provare non solo a vivere, ma soprattutto ad esistere, in modo pieno, consapevole, sapendo che si può fare del proprio meglio, che almeno si è ‘provato’ a farlo. Abbiamo delle carte in mano, magari potrebbe valere la pena giocarle, piuttosto che tenerle saldamente ancorate alle mani, almeno si potrà affermare che non si è vissuti invano, che almeno abbiamo giocato la nostra partita. Magari possiamo anche rischiare di vincerla o almeno di trarre le nostre soddisfazioni.

 

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