Felicità: solo questione di buona volontà?

felicità

Miti, stereotipi, verità intorno uno dei temi più dibattuti al mondo
di Anna Fata

 

Mi capita spesso di sentire persone che equiparano la felicità ad uno sforzo di volontà: si è felici, se e solo se lo si vuole.

Occorre, credo, compiere un passo indietro e fare un po’ di chiarezza sui termini.

Felicità è un concetto usato, abusato, dibattuto dalla notte dei tempi. Se ne è detto di tutto e di più, è stato affrontato in quasi tutti i campi dello scibile umano, è stato persino oggetto di ricerche scientifiche, soprattutto in merito ai substrati organici che tale vissuto comporta.

In realtà, che cosa si intende per felicità e l’essere felici?

Etimologicamente l’essere felici si riferisce alla condizione di appagamento dei desideri, di successo, di vantaggio. In questo senso la felicità viene a coincidere con una forma di ricchezza, di fecondità. Da questa definizione originaria può sembrare che vi sia una qualche forma di legame tra l’interiorità di appagamento e le condizioni materiali esterne.
Psicologicamente sappiamo che, in realtà, non esiste reale appagamento da fonti esterne, quantunque esse possano essere, se non c’è una percezione adeguata in termini interiori: in breve, ci si può sentire appagati dal poco, così come insoddisfatti dal tanto.

In questa ultima accezione psicologica si inseriscono le diverse correnti interpretative che considerano la felicità come una scelta dettata da un consapevole e volitivo impegno personale.
Ma fino a che punto possiamo imporci di vedere e vivere le cose in un modo piuttosto che in altro?
E, al limite, è proprio questo il senso dell’essere felici?

Se analizziamo il termine “felice” ancora più a fondo notiamo che la sua radice dimora nel termine “fecondo”. Fecondo è ciò che per sua natura genera prole e per estensione ciò che è fertile, produttivo, abbondante. Non esiste, quindi, nella felicità e nella fecondità alcuno sforzo: si tratta di qualcosa di intrinseco, fisiologico, naturale.

Per queste motivazioni e per l’acceso dibattito che il termine felicità ha suscitato nel tempo, progressivamente ho preferito iniziare ad utilizzare un’altra espressione: serenità.

Sereno è ciò che è ardente, splendente, richiama i raggi del sole, che è senza nuvole e per estensione richiama la pace dello spirito.
A sua volta lo spirito è l’alito di vita e con esso l’anima.

Mi sento profondamente in sintonia con questa definizione, che mi appare più adatta e in linea con una dimensione sia psicologica, sia spirituale, di intendere la pace interiore.
Quest’ultima, nella mia accezione, si riferisce ad una condizione di tranquillità della mente, delle emozioni, di rilassamento fisico corporeo, nonostante quel che può accadere intorno a noi. Non è una condizione di atarassia, di anestesia, in quanto pensieri, emozioni, tensioni ci possono attraversare, ma in tale stato queste sensazioni si limitano ad attraversarci, senza permanere a lungo e senza più di tanto turbarci, né trascinarci in un vortice di instabilità interiore.

In questo stato, estremamente fluido, naturale, a cui si giunge con un progressivo allenamento quotidiano, fatto di capacità di osservare, essere consapevoli, di sé, delle proprie reazioni, delle circostanze esterne, di accettare, tutto appare più affrontabile, nonostante quelle che possono essere le reali, oggettive complessità che ogni situazione può presentare.
In questa condizione regna la fiducia, che unita all’impegno attivo, alla dedizione, pazienza, perseveranza, azione concreta, porta a cambiare attivamente le circostanze, ove possibile, e accettare quel che non è possibile cambiare, nutrendo quella convinzione di fondo sovra razionale sovra emozionale che comunque sia sarà per il meglio.

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