Chi sono io?

Alla ricerca di se stessi, tra essere, voler essere, dover essere, poter essere
di Anna Fata

essere

 

Chi sono io?
Da che mondo è mondo ciascun essere umano si pone questo quesito.

Non si fugge da se stessi.
Si può andare nel luogo più bello del mondo, ci si può fare attorniare da infinite persone, vivere nel lusso, nell’agio, corredarsi degli oggetti più prestigiosi e stimolanti, ma nulla può ottundere questa ricerca di senso e di conoscenza che alberga nel profondo di ciascuno. Nessuno escluso. Neppure delle persone apparentemente più inconsapevoli.

Spesso da piccoli veniamo educati a doverci comportare in un certo modo, a rispettare delle regole ben precise, codificate a livello sociale, familiare, storico. Regole che sicuramente favoriscono il vivere civile, ma che rischiano al tempo stesso di oscurare la vera natura di ciascuno di noi.

Alcuni di noi non si accorgono di questa parziale castrazione, la vivono per quella è, come condizione intrinseca, non si pongono domande in merito. Magari nel profondo ne soffrono, magari meno, o quanto meno non lo danno a vedere.

Altre persone, al contrario, ne soffrono e tanto. E gli effetti si vedono.
Tra chi cerca a tutti i costi di trasgredire le regole, con effetti talvolta anche clamorosi ed eclatanti, magari con ripercussioni spesso negative per il prossimo e per la società, tra chi cerca di superarle, nel tentativo di conciliare la realizzazione di sé col benessere sociale, e chi, invece, resta intrappolato nelle maglie di una educazione che non lascia loro scampo, nel mezzo troviamo infinite sfaccettature di tentativi di adattamento. Alcune meglio riuscite, altre meno.

La ricerca di sé: come avviene?
Tra la riflessione e l’azione il passo è breve. A volte non basta riflettere, sentire, percepire per conoscere se stessi, occorre agire, mettersi alla prova. E ripetere l’esperienza più e più volte. E i risultati, di volta in volta, possono essere anche molto diversi tra loro. Perché noi cambiamo di continuo, cambiano le circostanze, gli strumenti a disposizione, le persone che abbiamo o non abbiamo intorno.

Eppure, nonostante la riflessione e la messa alla prova, c’è una parte profonda di noi che non sempre emerge. Però si fa sentire.
Quella parte grida o sussurra, tace o resta nell’ombra, irrompe all’improvviso, o sembra definitivamente perduta. Dipende. Va a periodi. Anche quando sembra tutto perduto, anche quando sentiamo di avere perso definitivamente il contatto con noi stessi, anche quando pensiamo di conoscerci, ecco che qualcosa d’inatteso improvvisamente irrompe.
Ci stupisce, ci meraviglia, a volte ci gratifica, altre volte ci spaventa.

Quali sono i maggiori ostacoli all’essere semplicemente se stessi?
Si potrebbero fare rientrare, in senso ampio, in tre macro categorie:

  •  dover essere
  •  voler essere
  •  poter essere.

Il dolore più grande deriva dal conflitto di queste istanze.
L’armonia, la realizzazione, la serenità provengono dalla sintonia e dall’equilibrio d’esse.

Il “dover essere” racchiude la parte genitoriale, sociale, istituzionale, normativa che ciascuno di noi possiede. In parte ci è connaturata, in parte deriva dal contesto educativo in cui siamo cresciuti e si rinnova ogni giorno. In un posto di lavoro ci sarà un nostro “dover essere”, in un altro sarà differente, col partner ce ne sarà un altro, con gli amici un altro ancora, e così via.

Se il dover essere ci consente di vivere un’esistenza regolata, anche in sintonia con proprio prossimo, un eccesso di dover essere ci priva di autenticità, fluidità, spontaneità che ci rende prigionieri di una gabbia interiore che noi stessi costruiamo e alimentiamo ogni giorno.
Questo cosa significa: infrangere ogni regola?

Senza cadere negli eccessi e negli estremismi che possono ledere l’incolumità propria e altrui, ci sono tante piccole regole e regolette che forgiano la nostra quotidianità e su cui abbiamo più potere di quanto possiamo immaginare che a loro modo contribuiscono a creare questo senso di prigionia. Sta a noi decidere cosa è veramente utile e costruttivo e cosa, invece, ha altre finalità che non sempre ci fanno stare bene-

Il “voler essere” è quello che approssimativamente in psicologia si definisce l’io “ideale”. Tutti abbiamo sogni, aspirazioni, ambizioni. Fin qui nulla di male. Quando questi non sono concretamente realizzabili, nutrirli di continuo genera frustrazione, disistima, autosvalutazione, infelicità.
A cosa ci serve desiderare di essere come non potremo mai essere, evitando di apprezzare e valorizzare i talenti che abbiamo?
Credo sia questo il nodo di fondo.
Ciascuno ha i suoi perché.

Il “poter essere” rappresenta il potenziale insito in ciascuno di noi. E’ il serbatoio di talenti, doti, risorse che tutti, ma proprio tutti abbiamo e da cui molto raramente attingiamo. E’ come un piccolo seme che resta lì, in attesa di fruttificare.

Si tratta di creare il terreno perché possa germogliare e di rinnovarlo ogni giorno.
Con amore, dedizione, rispetto, fiducia, pazienza, ogni giorno, col sole, con la pioggia, con il vento, con la bonaccia, affinché, piano piano, possa gradualmente emergere il nostro Essere.

Volendo, per tutti esiste questa possibilità.
Se decidiamo di concedercela.

 

E tu vuoi lavorare sul tuo Essere?
Fissa subito il tuo appuntamento nel mio Studio a Senigallia (Ancona).

 

Oppure potresti leggere un libro per approfondire l’argomento: “Cosa ho imparato dalla vita”, Edizioni Segno.

 

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