Come comportarsi di fronte ad una persona con una sofferenza emotiva?

Rendersi utili al prossimo senza invadere la sua vita
di Anna Fata

 

dolore psicofisico

 

All’età di 8 anni mi sentii improvvisamente male. A quel giorno faccio risalire l’inizio del mio cammino interiore, che mi ha portata ad offrire sul piano professionale ai miei pazienti e clienti quello che ho imparato e che continuo ogni giorno ad apprendere.

Ricordo ogni dettaglio di quel momento.
Era domenica mattina, eravamo alla consueta messa solenne delle 11. Era una mattina nuvolosa, ma asciutta, fredda, di fine inverno.
Nel corso della funzione, ad un certo punto, d’improvviso cominciai a sentire che le voci attorno s’ottundevano, le sentivo sempre meno, si facevano confuse, ovattate. Avevo freddo, ma sudavo. Provavo un lieve senso di nausea e di stretta allo stomaco. Avvertivo le forze gradualmente venivano meno. Mi sentivo svenire. Eravamo in piedi in qual momento, ma le gambe stentavano a reggermi.

Ci volle qualche interminabile istante prima che riuscissi a tirare lievemente il cappotto di mia madre per dirle che non stavo bene e che volevo uscire. Avvertivo che anche la voce faticava ad uscire dalla gola. Le palpitazioni erano incessanti e mi ostruivano la gola.

Una volta a casa, al caldo, in un ambiente tranquillo e familiare, nel giro di pochi minuti sono tornata a stare benissimo. Avevo persino fame! Anzi, non vedevo l’ora di mangiare.
L’episodio è stato liquidato via con un semplice: “Forse hai preso un po’ di freddo allo stomaco”.

Peccato che poi gli episodi si sono ripresentati, sempre più frequenti, devastanti e in un numero costantemente maggiore di situazioni e ambienti.

Vedevo i miei genitori smarriti, spaesati, spaventati, impotenti. Cercavano l’aiuto di medici, esperti, anche loro brancolavano nel buio.

Ai tempi ancora non si parlava di attacchi di ansia, né di panico. E ancor meno di psicosomatica. E se accadeva lo facevano piccole frange sparute di professionisti poco noti agli onori delle cronache.

Da quegli anni, sicuramente di grande sofferenza per me e per i miei cari ho imparato tanto. E tutto questo lo voglio mettere a disposizione.

 

Come comportarsi di fronte ad una persona cara che soffre?

Sostanzialmente abbiamo diverse grandi direzioni d’azione a disposizione, tutte a loro modo importanti e complementari:

  • Ascoltare senza giudicare la persona che abbiamo accanto, non bolliamo il suo comportamento in modo stereotipato (ad es. per un figlio “Fai i capricci”, ma cerca di capire perché li fa? Cosa sta cercando di dirti?)
  • Informarsi, conoscere, indagare: se la medicina ufficiale non offre le risposte per la propria situazione continuare a cercare, senza stancarsi, una soluzione, o più d’una, alla fine, si trova sempre
  • Lavorare su se stessi: può sembrare egoistico, insulso, paradossale, se è l’altro che sta male perché mi devo occupare di me? Se è una persona cara e noi abbiamo un rapporto con lei non possiamo gravare con le nostre ansie, preoccupazioni, disagi su di lei. Questa persona ha già i propri problemi da risolvere, non ne ha bisogno di aggiuntivi. E poi, soprattutto se la persona sofferente è un figlio, ma anche un partner, a volte il suo disagio psicosomatico in parte è anche dovuto al rapporto che ha con noi, per cui può valere la pena analizzarlo, meglio se con l’aiuto di un professionista
  • Offrire all’altro degli strumenti o aiutare a trovarli: la persona sofferente con i suoi sintomi chiede indirettamente aiuto a chi sta attorno. Quel che possiamo fare noi è offrire strumenti, situazioni, opportunità tra le quali sarà la persona direttamente interessata a scegliere come meglio crede per sé.

 

Se è vero che vedere una persona cara stare male è un enorme dolore, forse a volte peggiore rispetto a stare male noi stessi in prima persona al punto quasi da desiderare di farsi carico in prima persona di tale sofferenza, è anche vero che non possiamo sostituirci all’altro né l’altro può sostituirsi a noi.

Quel che possiamo fare è occuparci di noi stessi, diventare presenze aperte, disponibili, su cui poter fare riferimento, essere dei “compagni di viaggio”, pur con la consapevolezza che ciascuno di noi ha il suo personale viaggio da compiere.

Possiamo offrire strumenti, opportunità, ma non possiamo obbligare nessuno a coglierli.
Ciascuno può e deve apprendere la sua lezione di vita dal suo percorso esistenziale.
Anche se le scene che a volte si osservano dall’esterno possono risultarci assai dolorose.
Ma il vero dolore giunge dalla non accettazione di quel che si è, noi stessi, il prossimo e le situazioni di vita.

Forse all’apparenza può sembrare poco quel che possiamo fare per il nostro prossimo sofferente. In realtà è tanto. Molto di più di quel che possiamo immaginare.

 

 

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